Fish & chips d’Irlanda: una storia incredibilmente italiana di fritto e immigrazione

I dublinesi lo sanno: il fish & chips migliore lo fanno gli italiani.

Aspetta un attimo: il fish & chips non era l’essenza della cultura culinaria popolare di quelle isole lassù? Fatto con patate britanniche e pesce pescato da pescatori britannici, cucinato con britannico carbone? Il cibo della working class in libera uscita, avvolto in carta di giornale bisunta e assaporato in qualche angolo urbano e industriale tutto mattoni scuri, case a schiera e ciminiere? Il cibo consumato all’uscita dei pub d’Irlanda prima di tornare barcollando a casa, ieri come oggi? E cosa c’entrano gli italiani con questa storia dai colori e dagli odori molti lontani dal Mediterraneo? E soprattutto, per quale ragione gli italiani avrebbero dovuto migrare nella terra di emigrazione per eccellenza, l’Irlanda appunto, povera quanto lo era l’Italia tra la fine dell’800 e la prima metà del 900?
Eppure, in un’intervista del 1972 della televisione irlandese RTÉ, si vede una coppia di chippers (proprietari di un fish & chips shop) italiani spergiurare davanti alla telecamera che, per quanto possa sembrare assurdo a un dublinese, fish & chips non è un’importazione italiana, e che in Italia non ci sono fish & chips! Da nessuna parte!

Tutto cominciò quando…
Due sono le narrazioni sull’origine della lunga tradizione dei fish & chips shops italiani in Irlanda. Una vuole che il primo chipper in assoluto a frigger patata in terra d’Irlanda sia stato un tale Giuseppe Cervi da Picinisco, provincia di Frosinone, che lasciò il paese natio intorno al 1880. Giuseppe era in realtà diretto verso le Americhe, ma approfittò di una sosta della nave a Cobh, a sud di Cork, per mettere piede sull’isola verde. Non si sa se soffrisse di mal di mare, avesse litigato con il capitano, o si fosse confuso di continente (come era già successo a un altro italiano del resto, quello con le caravelle), sta di fatto che sulla nave non ci tornò più ma, presa in mano la sua valigia di cartone, cominciò a camminare e arrivò a Dublino. Analfabeta e senza conoscere la lingua, trovò lavoro come manovale, e una volta guadagnati abbastanza soldi si comprò un carretto e un fornello a carbone e cominciò a friggere patate all’uscita dei pub. L’evoluzione fu poi l’apertura del primo fish & chips shop d’Irlanda al numero 22 di Great Brunswick Street (oggi Pearse Street) a Dublino. La moglie di Cervi, Palma, pare si rivolgesse in italiano ai clienti chiedendo “uno di questo e uno di quello?”, riferendosi a patatine e pesce. Dal calco inglese della sua frase si dice sia nato “one and one”, un tipico modo dublinese di ordinare fish & chips.


La seconda narrazione è meno epica, ma ci conferma se non altro un dato: i primi a friggere pesce e patate in Irlanda sono stati gli italiani, al più tardi a partire dai primissimi anni del XX secolo, e tutta la comunità italiana di chippers esistente ancora oggi (si contano in tutto il paese circa 100 nomi italiani legati al business del fish & chips) proviene quasi per intero dalla stessa zona, o meglio ancora dallo stesso paese: Casalattico (556 abitanti) in provincia di Frosinone. Pare quindi molto probabile che il primissimo chipper in Irlanda sia stato un migrante da Casalattico.
Alla fine del XIX secolo infatti, la popolazione di Casalattico, e dei nuclei attigui, esplose, provocando un problema di parcellizzazione delle terre, che portò a sua volta a un’improvvisa ondata di emigrazione. Dall’Italia questo primo nucleo di migranti si sarebbe diretto prima verso la Francia e poi in Scozia, dove probabilmente entrò a contatto con la tradizione del fish & chips. Una parte di loro si spostò successivamente dalla Scozia all’Irlanda importando il nuovo cibo e soprattutto il nuovo concetto (il prototipo di fast food si può dire), che trovò immediatamente terreno fertile ed ebbe da lì a poco un successo travolgente.

Oggi
Camminando per la Dublino centrale o periferica che sia, e allenando l’occhio a intercettare il tipico fish & chips shop (talmente ben integrato nel paesaggio urbano, che si corre il rischio di non notarlo), la quantità di nomi e cognomi italiani scritti, appesi o illuminati al neon fuori dai fish & chips è notevole. Se si osserva con attenzione, si può in alcuni casi notare un’altra piccola insegna con il tricolore e la sigla ITICA: Irish Traditional Italian Chipper Association, che riassume in un acronimo tutto l’orgoglio di un mestiere con tradizione, e tutta l’ovvietà per il cliente dublinese del binomio italo-irlandese associato al fish & chip.
Per chi non conosce la storia dei chippers, i segni di un’immigrazione italiana verso l’Irlanda oggi non stupiscono: ripresasi rapidamente, e con più anticorpi, dopo la crisi del 2008, la tigre celtica ha un’economia ruggente e in crescita. Con l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, si specula addirittura che saranno diverse le imprese a spostarsi da Londra alla capitale irlandese a godersi il regime fiscale vantaggioso e la giovialità degli autoctoni, il tutto restando in Europa e parlando inglese. Le previsioni sono rosee.
Ma invece si stupisce se si pensa all’Irlanda paese di emigranti quale è stata durante quasi tutto il secolo scorso, e si incuriosisce pensare a questa anomala comunità di italiani che si è stanziata e ha fatto successo con un offerta povera per poveri, con un format copiato da un’altra cultura e perfezionato da mani italiane sbuccianti patate e friggenti olio per 12 ore al giorno ad ogni angolo di strada nelle città d’Irlanda.


Il lavoro del chipper, come raccontano i protagonisti in un documentario Fall Films, è un lavoro da migrante appunto, un mestiere fisicamente logorante che comincia la mattina presto al mercato del pesce, rende di più quando gli altri si divertono, e finisce la sera tardi a chiusura. È un mestiere incompatibile con una vita sociale e con orari di lavoro standard, il che significa che rende l’integrazione lenta e difficile.
Le caratteristiche del lavoro spiegano due fenomeni che emergono dal racconto corale del documentario. Il primo è l’incredibile longevità di un mestiere che si è tramandato per almeno 4 generazioni all’interno delle stesse famiglie: la difficoltà ad integrarsi in un mondo di lavoratori ha costretto le relazioni all’interno del circolo familiare, mantenendo intatta l’unità dei nuclei e l’ereditarietà del mestiere. Le strutture economiche dell’Italia contadina d’origine sono state trasportate direttamente dalla Val di Comino all’Irlanda, con un modello che vede impegnata tutta la famiglia, tutto il giorno. Un modello introiettato dalla comunità italiana, che aveva quello come sistema economico di riferimento, e che poteva funzionare solo con altri membri della stessa comunità. Riassumendo: se vuoi continuare nel business, cerca di trovare moglie o marito italiani, meglio ancora se del tuo paese d’origine. Moglie e buoi…

Il secondo è il rifiuto dell’ultima generazione a continuare la tradizione dei genitori: nati e cresciuti nell’Irlanda rampante di oggi, e normalmente con una scolarizzazione più alta rispetto a quella delle generazioni passate, la maggior parte di loro ha altre ambizioni e aspettative che non portare avanti la tradizione familiare dei chippers. Alcuni antichi fish & chips italiani hanno chiuso i battenti e tanti lo faranno quando i proprietari andranno in pensione. Con la disperata carenza di immobili di Dublino, non è difficile immaginare che gli spazi lasciati vuoti verranno riempiti in men che non si dica, cancellando i vecchi negozi dal paesaggio e dalla memoria.
Ma per il momento sono ancora lì, ad ogni angolo, perfettamente mimetizzati con l’ambiente circostante in tutta la loro italo-irlandesità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *