Niccolò Fabi ha spento le voci ed acceso il pensiero: il racconto di una serata a teatro

Voce, chitarra e profondità.
Evocate e cavalcate. Visceralmente.

Niccolò Fabi ed i suoi 20 anni di carriera. Niccolò Fabi e i suoi quasi 50 anni di vita.

Accomodati su soffici e solitarie poltroncine rosse di un’intimistica e confidenziale platea, Fabi ci porta lontano e non poi così tanto.
Ci conduce sui nostri fondali, negli intrinseci cordoni del sé, tra le domande irrisolte ed irrisolvibili, sui sommergibili delle memorie malinconiche, tra i sapori e gli odori delle prime volte, squisitamente perfette ed irrimediabilmente perse, fino ai tramonti e ai sipari aperti e chiudibili.
Ma Fabi altruista musicante di parole ed emozioni ci offre lo spazio necessario ed energico della possibilità, nell’intermezzo della costruzione.

Ed è ancora Fabi dallo sguardo lungimirante, dal profilo affascinante a spezzare le profondità da lui intraprese con il gusto più eccellente dell’ironia, in un gioco di “aggiungi e sottrai”, “conduci e rientri” entusiasmante. Nessuna caduta di stile, neppure in ogni più leggera sottigliezza, perché quando si sprofonda negli abissi della vita, dagli abissi non si risale. Goliardicamente non si risale ma si trasmette. Ed è così che un colloquio con la musica si trasforma in una trasmissione di energie, senza tagli né montaggio, nell’autenticità della costruzione, cui l’Artista ha confidato i fondamenti della sua Arte e della sua vita.

Fabi non è, certo, la colonna sonora delle serate di festa e di falò, ma della vita, quella sì.

Quella della consapevolezza di chi l’attraversa, nella seduzione dei non ritorni e dei ritorni obbligati. Fabi è il non luogo del ricordo e della riflessione in una realtà dai luoghi costruttrici dimenticanze. Auspicabili, venerande dimenticanze.

Ma il sapore della realtà è tutta altra cosa, il suo retrogusto amaro attraversa la gola ed imperversa in un monologo liberatorio in cui ci si parla e ci si ascolta e di cui non si può più fare a meno.

Fabi è il non luogo della pioggia nelle estati soleggiate, è il rito solenne nelle ritualità ricorrenti, è il caffè amaro dopo la cioccolata calda. Può essere disturbante ma diverso. Può essere lacerante ma intenso.

È così che Fabi da un teatro in una città meravigliosamente affollata da voci celanti i pensieri da neutralizzare, ha spento le voci ed acceso il pensiero e poi preso la sua chitarra ed “una somma di piccole cose” e condotto nella sua vita. Anzi no.

Nella nostra vita.
Inesorabilmente.

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