Rileggendo Jane Austen, ritratto di una pre-femminista incompresa.

Il nome di Jane Austen fa riecheggiare immagini di verdeggianti campagne inglesi, tazze fumanti di te, attesa trepidante di sontuosi balli in casa e, naturalmente, matrimoni.

Il matrimonio è un tema caro e centrale nella letteratura “austeniana”. Le donne della sua epoca (siamo nella seconda metà del Settecento, inizi Ottocento) dovevano sposarsi, imperativo d’obbligo, rimanere zitelle era l’anticamera dell’esclusione sociale e, molto spesso, della povertà. Eppure, a dispetto delle sue opere, la Austen scientemente scelse di non sposarsi e di vivere del suo lavoro di scrittrice. Una risoluzione per l’epoca realmente anticonformista; e lo fece non perché non avesse spasimanti o, come spesso una certa critica letteraria maschilista sostiene, fosse brutta, anzi.

La giovane Jane era figlia di un pastore anglicano, di famiglia piuttosto agiata e decisamente colta. Il padre, grande appassionato di letteratura, fu il primo ad avvicinare Jane alla lettura dei classici, passatempo che la occuperà per tutta la vita. Jane parlava fluentemente francese, dipingeva e a neppure vent’anni scrisse la sua prima opera; era dotata di un bel profilo (non di Facebook, of course) ed era stata educata alle buone maniere e alla conversazione pronta. Si comprende, dunque, la rivoluzione insita nella sua scelta, considerando le difficoltà incontrate, si pensi ad esempio che doveva essere il fratello a trattare i compensi per le sue opere, mai una donna avrebbe potuto. Quando sento parlare di questa sottospecie di neo-femminismo che nasce da accuse più o meno fondate (molte fondate per carità), ripenso a Jane che rifiutò le protezioni che un matrimonio agiato avrebbe portato con sé per ribadire la sua indipendenza da un uomo, la sua volontà di vivere per ciò che realmente la rendeva felice, ovvero l’universo delle sue storie e dei suoi personaggi.

Guardo, invece, a queste attricette (alcune, non tutte) che dopo anni muovono delle accuse a presunti molestatori, molte che non hanno denunciato subito per la paura (fondata e legittima talune volte, non tutte) di non lavorare più, di essere emarginate. Per carità, non si travisi il mio pensiero, io ritengo che la molestia di qualsiasi forma e specie sia un atto aberrante, frutto della travalicazione, della presunzione di credere di invadere la sfera personale altrui rimanendo impuniti. Però, mi chiedo, quanto hanno di sano attualmente i rapporti uomo-donna, erano più sani all’epoca di Jane, quando un uomo doveva chiedere la mano della donna che desiderava prendere in sposa al di lei padre? Probabilmente la risposta è no, ma di certo vi erano dei ruoli, dei limiti da ambo le parti. Ma soprattutto, Jane insegna che in qualsiasi epoca, più o meno difficile che sia, una scelta, con caparbietà e intelligenza c’è sempre. O meglio quasi sempre, anche qui la generalizzazione non è possibile, esistono situazioni di disagio oggettive, di prevaricazione, di violenza talvolta che non è possibile risolvere su due piedi. Ma tante volte esiste la propria dignità, l’autoaffermazione, la coerenza con sé stessi con chi si è, non scendere purtroppo al minimo compromesso accettandone, purtroppo, anche la faccia della medaglia di non ottenere quello che si vuole, ahimè. Il processo verso la parità è ancora molto lungo e tortuoso e la credibilità per una donna è forse essenziale ancora più che per gli uomini.

Dai tempi di Jane, molte cose sono cambiate anche in meglio. Non siamo più semplici oggetti nati per contrarre matrimonio, fare figli, cucire e tenere acceso il focolare domestico. Tante cose sono state fatte, tante devono farsi e tante non devono perdersi. Mi spiace dirlo ma spesso sono le donne stesse a cedere a taluni facili tranelli pur di compiacere l’esemplare di sesso maschile di turno. Per motivi che possono essere i più disparati. Certo, questo può essere un atteggiamento censurabile, ma non di certo condannabile. Tutti ricerchiamo accettazione, vogliamo sentirci belli, amati, desiderati, ma il costo non può mai essere quello della perdita di sé. Andrebbero più che ristabiliti ruoli, più che risanati gli equilibri tra le parti semplicemente risanati gli equilibri mentali, quelli dell’intera umanità, che mi sembra cadere sempre di più nel vortice della barbarie, dell’assenza di attenzione verso il prossimo e soprattutto della carenza di autodisciplina e di autocontrollo dei propri istinti. Ciò che ci allontana dal mondo animale e ci avvicina agli dei è il pensiero, la cultura, l’educazione.

Il mondo raccontato da Jane aveva di certo tanti aspetti discutibili alla luce della civiltà “moderna”, ma era una società in cui le persone tenevano al decoro, alle buone maniere, al non trascendere nei modi e nelle parole, figuriamoci nei gesti! Ecco, ritrovare un po’ di antica moderazione nel modo di approcciarsi agli altri, al mondo e all’altro sesso non sarebbe forse un’idea così “barbina”. Non dico agli uomini di tornare a fare il baciamano o alle donne un accenno di inchino, ma un uomo che apre una porta o una donna con modi posati e dal linguaggio non sguaiato, così indietro ci farebbero tornare?

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