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Rileggendo Jane Austen, ritratto di una pre-femminista incompresa.

Il nome di Jane Austen fa riecheggiare immagini di verdeggianti campagne inglesi, tazze fumanti di te, attesa trepidante di sontuosi balli in casa e, naturalmente, matrimoni.

Il matrimonio è un tema caro e centrale nella letteratura “austeniana”. Le donne della sua epoca (siamo nella seconda metà del Settecento, inizi Ottocento) dovevano sposarsi, imperativo d’obbligo, rimanere zitelle era l’anticamera dell’esclusione sociale e, molto spesso, della povertà. Eppure, a dispetto delle sue opere, la Austen scientemente scelse di non sposarsi e di vivere del suo lavoro di scrittrice. Una risoluzione per l’epoca realmente anticonformista; e lo fece non perché non avesse spasimanti o, come spesso una certa critica letteraria maschilista sostiene, fosse brutta, anzi.

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Il caso di Charlie. La decisione dei giudici londinesi divide l’opinione pubblica

È naturale chiedersi cosa sia il diritto alla vita di fronte al caso di Charlie, un neonato di appena 10 mesi, affetto da una rarissima malattia genetica, a causa della quale, sin dal giorno del concepimento, è ricoverato nell’ospedale pediatrico di Londra.

Non ci sono dubbi. Secondo i medici, il neonato, mantenuto in vita artificialmente, soffre, mentre la malattia consuma ogni singola cellula del suo corpo. La diagnosi non lascia alcuna speranza per il piccolo Charlie. Non esiste al momento nessuna cura per la rara patologia genetica di cui è affetto, né in Europa né in nessun altro paese. Nel mondo si registrano solo pochi casi come quello di Charlie e la malattia resta ancora inspiegabile per la medicina odierna, anche quella più all’avanguardia.

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