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Lacrime: non sono più una questione di genere!

Se si prendono i testi classici come l’“Iliade” e l’“Odissea”, saltano all’occhio le vicende in cui gli uomini piangono, versano lacrime. Gli eroi greci come Ettore, Ulisse, Achille, Patroclo, Priamo e molti altri ancora, non si risparmiarono nel trattenere l’emozione di una guerra vinta o di una battaglia persa, non trattennero la loro disperazione vedendo i loro cari morire.

Ma se gli eroi omerici e virgiliani, studiati da sempre nelle scuole, non si nascondono al pianto liberatorio, perché i genitori hanno insegnato ai figli maschi che piangere non è da uomini? Frasi del tipo “non piangere che sembri una femminuccia” oppure “i maschi non piangono”, sono state per secoli al centro dell’educazione del bambino. Infatti, da sempre “il pianto”, soprattutto in pubblico, è stato stereotipato come una prerogativa esclusiva della donna, in quanto è stato visto come una debolezza momentanea, l’espressione di un sentimento che apparteneva solo al genere femminile. Mentre l’uomo, il genere forte, non doveva lasciar trapelare alcuna emozione.

Ma oggi è ancora così? Il pianto è ancora oggetto di vergogna e pregiudizi?

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Tre cose per vivere, tre cose da cambiare: domande alla Marzullo!

Sarà un post lungo più che un articolo. Mi sono fatta una domanda cui ne è seguita subito un’altra.

Non so quanto originali! Ma…

Mi sono sortite in mente, in questi tempi incerti di precarietà di vite, nel quotidiano arrabattarsi, senza vedere quale e se ci sarà un momento per tirare i remi in barca e riposarsi un attimo, magari a guardarsi intorno questa bella natura, umana e di paesaggi, che ci circonda senza chiederci niente o quasi.

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