Abitare le emozioni, accogliere il passato: l’universo di Lobina in “Accanto” – L’intervista
Lobina - PH. Alma Vassallo
Ci sono legami che sembrano appartenere al passato e che invece continuano a vivere sotto traccia, riaffiorando nei momenti più inattesi. Ritornano nei sogni, nei ricordi, nei silenzi che pensavamo di aver superato. Non sempre come ferite aperte, ma come tracce che il tempo non cancella del tutto e che, anzi, ci invitano a guardare più a fondo dentro noi stessi. È proprio da questa dimensione sospesa che nasce “Accanto”, il nuovo singolo di Lobina, un brano che affronta con delicatezza e autenticità il tema dei legami che continuano a esistere anche quando la vita ci porta altrove.
“Accanto” è una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla capacità di abitare le proprie emozioni. Attraverso una scrittura intima e sincera, Lobina si interroga su ciò che resta delle persone che hanno attraversato la nostra vita e su quanto siamo davvero in grado di lasciare andare ciò che abbiamo vissuto.
Cantautrice genovese classe 1991, Lobina ha costruito negli anni un percorso coerente e personale all’interno del panorama della nuova canzone d’autore italiana. Dall’esordio con Aliante fino ai più recenti lavori Salici e Abitarsi, la sua musica ha sempre raccontato il mondo interiore con sensibilità e profondità, intrecciando esperienze personali, ricerca identitaria e una costante attenzione alle relazioni umane. Un percorso che oggi prosegue con una nuova maturità artistica e sonora, accompagnata dalla collaborazione con il produttore Zibba.
In questa intervista Lobina ci accompagna dentro l’universo emotivo di “Accanto”, raccontandoci come è nata la canzone e quali riflessioni l’hanno ispirata. Si parla di sogni, ciclicità, crescita personale e della difficoltà di restare davvero in contatto con ciò che sentiamo. Ma anche del ruolo che la musica continua ad avere nella sua vita, della natura come spazio di ascolto e consapevolezza e del suo modo di vivere la scrittura come strumento di conoscenza di sé.
Ne emerge il ritratto di un’artista che non cerca risposte definitive, ma che continua a esplorare le proprie fragilità trasformandole in canzoni capaci di parlare a chiunque abbia sperimentato il peso di un ricordo, la forza di un legame o la necessità di fare pace con il proprio passato.
- “Accanto” è il tuo nuovo singolo e racconta quei legami che, anche quando sembrano conclusi, continuano a riaffiorare nei ricordi e nei sogni. Come nasce questa canzone e qual è stata l’esigenza emotiva che ti ha portata a scriverla?
Questa canzone prende ispirazione da una storia che mi è stata raccontata, di due persone che hanno avuto un legame fortissimo per molti anni, che a un certo punto si è apparentemente spezzato, ma in realtà è rimasto forte perchè entrambe, pur non sentendosi e vedendosi, si sognavano a vicenda ed erano nei rispettivi pensieri.
Mi ha fatto riflettere su quante volte legami che abbiamo lasciato andare, in qualche modo ritornano, forse perché ci hanno insegnato comunque qualcosa, molte delle esperienze che viviamo, credo, accadono per farci conoscere più cose su noi stessi.
- In “Accanto” il passato non è soltanto nostalgia, ma qualcosa che torna a chiedere attenzione. Credi che, prima o poi, siamo chiamati a fare i conti con tutto ciò che abbiamo lasciato in sospeso?
Sì, io credo proprio un po’ in questo, credo nella ciclicità delle cose e quindi nel fatto che in qualche modo quello che non chiudi davvero, torna a bussare alla porta, magari semplicemente perché a quel punto si è più pronti per farlo, per lasciare andare.
- Nel ritornello canti: “Chissà se abbiamo imparato a stare in quello che sentiamo”. È una domanda che sembra rivolta prima di tutto a te stessa. Oggi senti di aver trovato una risposta oppure è ancora una ricerca aperta?
Ho fatto molto lavoro su di me per poter imparare a stare in ciò che sento, diciamo che ci riesco un po’ di più rispetto a prima.
- In un post su Instagram hai scritto: “Quando ero bambina, per smettere di pensare cantavo… le canzoni sono il mio posto sicuro”. È cambiato il modo in cui la musica ti protegge oppure continua ad avere la stessa funzione che aveva da bambina?
No non è cambiato, sicuramente si è evoluto, ma come dico spesso anche durante i live, io quell’urgenza che avevo da bambina la sento ancora, è una miccia che mi fa sentire la necessità di scrivere.
- Scrivere canzoni serve a chiudere i conti con il passato o ad imparare a conviverci?
Forse più ad imparare a conviverci. Il passato fa comunque parte di noi, le canzoni mi aiutano a camminarci a fianco con un pizzico di malinconia, ma meglio provare ad accoglierlo che respingerlo.
- Sui social racconti spesso il rapporto con la natura, hai scritto “la musica e la natura si prendono cura di me” e che grazie a entrambe hai imparato “a stare in quello che sento”. Quanto questo legame influenza il tuo modo di scrivere e di guardare il mondo?
Vivere nella natura ti mostra senza filtri l’essenza della vita in ogni sua forma, ti mostra una bellezza incredibile e sa essere anche cruda facendoti capire che ne siamo tutti parte, la natura non è qualcosa di esterno a noi, ci siamo proprio dentro. Quindi mi influenza molto perché l’approccio che ho è sempre più vero, più essenziale.
- Nel cantautorato femminile italiano di oggi c’è molta attenzione alla scrittura intima e personale. Ti riconosci in questo scenario o senti di muoverti su una traiettoria più autonoma?
Mi ci riconosco molto si, ho sempre avuto questo modo di scrivere intimo e personale, sicuramente anche grazie alle influenze musicali che ho avuto.
- Se chi ascolterà “Accanto” dovesse uscire dall’ascolto con una sola domanda, più che con una risposta, quale speri che sia?
“Quanto riesco a stare nelle mie emozioni?”
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