Approfondimenti sul Medio Oriente: intervista a Laura Silvia Battaglia

Dallo Yemen alla Siria passando per Israele, la giornalista freelance Laura Silvia Battaglia risponde ad alcune domande per inquadrare meglio la situazione politica in Medio Oriente e svelare alcuni segreti del reportage in zone di guerre.

Ospite del Festival Internazionale del Giornalismo che si terrà a breve a Perugia, ha collaborato per le più importanti testate italiane come (La Stampa e Repubblica), internazionali (The New Arab, The Week India, The Fair Observer) e dal 2018 collabora anche con Radio Tre e conduce il programma Radio Tre Mondo. Alla carriera da giornalista affianca l’impegno in ambito accademico all’Università Cattolica di Milano, Nicolò Cusano a Roma, Vesalius College a Bruxelles e Reuters Institute ad Oxford e l’attività di scrittrice con due manuali già pubblicati.

  • Perché ha deciso di coprire il Medio Oriente?

Perché avevo la conoscenza della lingua araba dagli anni universitari e perché, da siciliana, credo di avere una naturale capacità di comprendere questo mondo, con le sue logiche e le sue regole. Il clan, la tribù, è la base sulla quale si sviluppano e articolano queste società. Se un giornalista non è in grado di comprenderlo e di sapersi orientare socialmente e culturalmente secondo questo orizzonte, a mio parere, in Medio Oriente, è destinato al fallimento o quantomeno rischia di comprendere molto poco.

  • Come si realizza un buon servizio giornalistico in una zona di guerra?

Esattamente come in qualsiasi altra situazione: controllo ossessivo e verifica delle fonti, regole di deontologia e etica della professione sempre in primo piano. Con due avvertenze maggiori: una sulla propaganda, perché la difficoltà dei conflitti resta appunto nella verifica delle informazioni, viziate dalle propagande diffuse dalle parti belligeranti; l’altra legata al lavoro in sicurezza, alla logistica e a una serie di competenze di natura geopolitica e militare che non si possono non avere.

  • Qual è il servizio che più le è rimasto impresso e perché?

Ci sono molte storie che, negli anni a seguire, ricordiamo. Onestamente, tutto ciò che ha avuto per protagonisti i bambini, nei miei lavori, è stato difficile e doloroso da portare a termine. Probabilmente il lavoro più difficile che abbia fatto anche per il coinvolgimento emotivo e la necessità di restare costantemente lucida è stato un documentario sui bambini trafficati, divenuti trafficanti di droga, al confine tra Yemen e Arabia Saudita nel 2014. Difficile perché erano adulti-bambini che ormai sceglievano il mestiere dei trafficanti con lucidità e volontà. Difficile perché ti rendi conto che di fronte all’infanzia violata e corrotta fin dall’inizio è molto complesso tornare indietro. Stessa cosa è accaduta sulla copertura della malnutrizione in Yemen: vedersi morire davanti la telecamera, in presa diretta, un bambino e vederlo morire di fame è una delle cose che nella mia vita di reporter e di essere umano non avrei voluto mai vedere e di cui ancora oggi mi vergogno, appartenendo a quella zona del mondo dove si butta il cibo per troppa abbondanza.

  • Il mese prossimo si svolgeranno le elezioni in Israele. Quali sono i potenziali scenari in un Paese diviso tra democrazia e spinte ultraortodosse?

Israele è un Paese che potrebbe avere degli anticorpi utili per continuare ad essere, come era in passato e in parte è ancora adesso, l’unica democrazia del Medio Oriente. Le ultime misure previste e approvate, che escludono la lingua araba come lingua nazionale o vietano agli arabi di candidarsi alle elezioni, non sono buoni segnali. Indicano una virata verso l’estrema destra della società tutta: una situazione che non mi stupisce, considerato il trend internazionale dei paesi cosiddetti democratici.

  • Lei ha lavorato molto in Yemen. Come spiega l’apparente disinteresse internazionale verso la guerra civile ancora in corso?

Smettiamola di definire questa guerra, retoricamente, la guerra dimenticata. E’ una invenzione retorica dei media. La guerra in Yemen non è dimenticata: è inaccessibile, il sistema dei visti è bloccato a intermittenza, i costi per l’ingresso dei giornalisti nel Paese e per la loro permanenza sono insostenibili. Si parla di 600 euro da spendere al giorno, esclusa auto e traduttore, solo per un fixer. E questo spiega perché siamo veramente pochissimi coloro che hanno accesso al Paese e che siamo entrati più volte, in virtù di una lunga esperienza precedente e contatti costruiti in anni e anni di lavoro. Altrimenti, chi ha potuto andare è solo chi investe economicamente ancora negli inviati: BBC, CNN, The New York Times, Washington Post. I giornalisti locali che parlano inglese sono ormai tutti rifugiati altrove. Gli altri rischiano enormemente. Poi, certamente il mercato delle armi verso lo Yemen o verso i Paesi coinvolti nella guerra, è particolarmente redditizio. Quindi meno se ne parla, meglio è.

  • Come pensa che si evolverà il ruolo della Russia in Siria, soprattutto ora che gli Stati Uniti hanno annunciato un ritiro dalla zona?

La Russia ha già vinto la guerra accanto all’alleato Assad e all’Iran. Sarà e già è un ruolo imponente per quanto riguarda la ricostruzione, per l’appoggio ad Assad e per consolidare la sua presenza, sempre più importante e strategica, in Medio Oriente.

  • Secondo lei esiste un legame tra buon giornalismo e conoscenza della lingua del posto?

Si può essere un buon giornalista senza parlare la lingua del posto, a patto di avere un ottimo interprete accanto. Nel mondo globalizzato e nelle zone che frequento, conoscere la lingua del posto equivale a farsi molte più fonti dirette e affidabili, senza passare da alcuna mediazione. Significa essere accolti sempre con molto trasporto. Significa potere aggirare i controlli delle autorità mentre parli con un testimone che, diversamente, se non in confidenza, non ti parlerebbe con un terzo orecchio presente, soprattutto un locale. A me è molto servito soprattutto per controllare se le traduzioni che mi venivano fornite omettevano particolari rilevanti, e per approcciare le donne, in particolare vittime di abusi e di violenze, che non parlano mai davanti a un connazionale uomo. Conoscere la lingua del posto rappresenta certamente una marcia in più.

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