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“Workaholism” (dipendenza dal lavoro) e la necessità di ripensare il tempo

Chi non lavora non fa l’amore, cantava un bel po’ di anni fa Adriano Celentano, rimbrottato nella canzone dalla moglie per la partecipazione ad uno sciopero ad oltranza. Tu ti metti in sciopero, beh mi ci metto pure io. Oggi, invece, pare che siamo dinnanzi al fenomeno opposto, chi lavora non fa l’amore. O meglio, chi lavora troppo resta a secco.

La boutade è utile per introdurre la misura che il Governo in Corea del Sud, si è visto costretto ad introdurre, al fine di evitare che i dipendenti svolgano eccessive ore di lavoro: il blocco dei computer. Overworking, infatti, è il fenomeno degli impiegati che svolgono turni ben al di sopra di quanto dovrebbero da contratto. In media pare che siano soprattutto i dipendenti statali (gli impiegati del Ministero della Pesca su tutti, sic.) a lavorare 2.739 ore all’anno, 1000 ore in più dei dipendenti di qualsiasi altro Paese considerato avanzato, che lavorano mediamente circa 1.763 ore. Questo eccesso di lavoro ha portato a varare tale misura, calandola dall’alto, per cercare di porre rimedio al crollo delle nascite. Si, perché i coreani in ufficio neppure si trattengono per le amanti o future Continue reading ““Workaholism” (dipendenza dal lavoro) e la necessità di ripensare il tempo”

Haters

Effetto haters. Perché l’Italia sta diventando un Paese di “odiatori” seriali.

L’una di notte, non ho sonno. Mi riprometto ogni volta: mai prendere in mano il cellulare. No, non riesco proprio a chiudere occhio. Cedo. Sapevo che non dovevo farlo, meglio un libro accidenti. Inizio a “scrollare” metodicamente i vari social. Facebook, Instagram, Twitter (questo per la verità un po’ meglio, preda di millantati “radical chic”). Mi si apre dinnanzi uno scenario che definire svilente è eufemistico. Anche Linkedin tra manager con le loro “lauree presso università della vita”, non mi suggerisce buoni segnali su come va l’andazzo. Decisamente, però, i più accaniti sono i commenti sotto gli stati/notizie di Facebook, che mi restituiscono un quadro agghiacciante.

Iniziamo dall’italiano con cui sono scritti la maggior parte di questi commenti. Dalla forma, dunque, poi passiamo al contenuto. La punteggiatura, vabbè, non la considero proprio, perché la gran parte non credo ne conosca l’esistenza. È triste ammetterlo, perché le parole scritte e lette sono quanto di più prezioso personalmente conosco, ma questo è quasi ormai un dato di fatto acquisito, Continue reading “Effetto haters. Perché l’Italia sta diventando un Paese di “odiatori” seriali.”

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L’apertura dei mercati post 4 marzo. E del mercato, perché la grillina Sora Tina ha vinto.

Come da pronostico, i Cinque Stelle hanno vinto. È il partito più votato. La governabilità poi è un’altra cosa, ma di certo il consenso è alle (cinque) stelle. Una vittoria così netta, soprattutto nelle regioni del Sud, non era, probabilmente altrettanto prevedibile.

Sora Tina l’avevamo lasciata al suo storico banco del mercato, fervente sostenitrice grillina e, adesso, dopo l’ebbrezza della vittoria è ancora più salda nel suo convincimento. Al mercato sono tutti entusiasti. “A casa” è il coro unanime verso Renzi, ma ancor di più verso D’Alema, riciclato come una peperonata domenicale mal digerita che fino all’imbrunire torna su.
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Le elezioni del 4 marzo viste dai mercati. E dal mercato, al banco della sora Tina.

Concetta, per tutti solo la “sora Tina”, ha un banco di frutta e verdura al mercato rionale. Il mercato lo conosce bene, ha visto crescere bambini urlanti tra le bancarelle, ora giovani adulti, che continuano a rivolgersi a lei per la migliore produzione delle fertili terre laziali.
Con il marito, elettricista, hanno cresciuto due figli maschi. Entrambi hanno proseguito gli studi fino al conseguimento della laurea, il vero orgoglio della sora Tina che a malapena aveva potuto finire le scuole medie (ma come fa lei i conti sulla busta di carta neppure un matematico del MIT).
Uno, Fabio, ingegnere a Milano, l’altro, Alberto, architetto che, dopo anni di contratti a progetto e contrattini di vario genere, ha tentato la fortuna a Parigi, trovandola come tutti quelli che si sono armati di buona volontà, sacrifici e dolore di abbracciare qualcuno in un aeroporto e salutarlo fino a chissà quando.
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Rileggendo Jane Austen, ritratto di una pre-femminista incompresa.

Il nome di Jane Austen fa riecheggiare immagini di verdeggianti campagne inglesi, tazze fumanti di te, attesa trepidante di sontuosi balli in casa e, naturalmente, matrimoni.

Il matrimonio è un tema caro e centrale nella letteratura “austeniana”. Le donne della sua epoca (siamo nella seconda metà del Settecento, inizi Ottocento) dovevano sposarsi, imperativo d’obbligo, rimanere zitelle era l’anticamera dell’esclusione sociale e, molto spesso, della povertà. Eppure, a dispetto delle sue opere, la Austen scientemente scelse di non sposarsi e di vivere del suo lavoro di scrittrice. Una risoluzione per l’epoca realmente anticonformista; e lo fece non perché non avesse spasimanti o, come spesso una certa critica letteraria maschilista sostiene, fosse brutta, anzi.

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Bitcoin: e se fosse “l’esperanto” della moneta?

Parte da una domanda vagamente irrisoria la mia disamina sul fenomeno bitcoin, di cui sono piene le pagine di giornali, economici e non.

In comune con l’esperanto, lingua artificiale creata dal visionario tentativo di inventare un idioma che potesse accomunare tutti i popoli della terra, il bitcoin potrebbe avere in comune questo scopo di riconduzione ad unità: realizzare una valuta che sia valida per Continue reading “Bitcoin: e se fosse “l’esperanto” della moneta?”