Bake Off Italia – Nives Bertapelle: “non è mai troppo tardi per mettersi in gioco” – INTERVISTA
Nives Bertapelle
Nives Bertapelle è stata una delle protagoniste della recente edizione di Bake Off Italia, conquistandosi un posto in semifinale. La sua partecipazione è avvenuta casualmente con la complicità della figlia e della nipote e, nonostante fosse la concorrente più grande anagraficamente sotto il tendone, ha dimostrato che non c’è età per mettersi in gioco e raggiungere i propri obiettivi.
La pasticceria e la cucina sono sempre state presenti nella sua vita ma dopo la pensione ha deciso di affinare la tecnica, fino a creare dolci più elaborati. L’esperienza sotto il tendone di Bake Off Italia, oltre ad arricchirla professionalmente, l’ha portata a instaurare legami speciali con i suoi compagni che continuano ancora ora.
- Come nasce la passione per la pasticceria?
La mia passione per la pasticceria nasce, in realtà, piuttosto tardi nella mia vita. Ho sempre amato profondamente la cucina e mi sono sempre considerata una buona cuoca: cucinare è sempre stato per me un modo naturale di esprimermi e di prendermi cura degli altri. Tuttavia, quando avevo i figli piccoli ed ero una donna che lavorava, questa passione si concentrava soprattutto sulla cucina quotidiana, in particolare sulle preparazioni salate e sui piatti di tutti i giorni.
Preparavo anche dolci, certo, ma erano dolci semplici e pratici: quelli pensati per la merenda dei miei figli o per le feste di compleanno, fatti con amore ma senza particolari ambizioni tecniche.
La vera svolta è arrivata più avanti, quando sono andata in pensione. Avendo finalmente più tempo libero a disposizione, ho potuto dedicarmi con maggiore calma e profondità a quello che fino a quel momento era stato solo un interesse secondario. È lì che è nata la mia vera passione per la pasticceria.
Ho iniziato non solo a sperimentare nuovi dolci e nuove torte, ma soprattutto a studiare e ad approfondire le preparazioni base della pasticceria, quelle fondamentali, più tecniche. È stato un percorso di crescita molto stimolante, che mi ha permesso di costruire, passo dopo passo, il mio background e di sentirmi sempre più consapevole e sicura in questo mondo così affascinante.
- C’è un dolce in particolare che ti riporta all’infanzia?
Sì, c’è un dolce che più di ogni altro mi riporta immediatamente all’infanzia, ed è la zuppa inglese. È un dolce profondamente legato ai miei ricordi familiari, perché mia mamma la preparava sempre il 29 giugno, in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo. Era il modo con cui festeggiava mio papà, che si chiamava Pietro.
Naturalmente non era la zuppa inglese “classica” come la conosciamo oggi. Era una versione rivisitata, adattata alle possibilità di casa nostra e agli ingredienti che si avevano a disposizione in quel periodo. L’alchermes, ad esempio, veniva sostituito da una bagna fatta con caffè e Vermouth, mentre al posto del Pan di Spagna si usavano biscotti secchi o savoiardi.
Era un dolce semplice, nato dall’ingegno e dall’amore, ma per me aveva — e ha ancora oggi — un valore enorme. Ogni volta che penso alla zuppa inglese, torno con la memoria a quei momenti, ai profumi della cucina di casa, alla figura di mia mamma e a quelle feste familiari così autentiche. È un dolce che sa di famiglia, di tradizione e di affetto.
- Sei partita dalla pasticceria classica: come sei arrivata ad affinare la tecnica fino a creare dolci più strutturati e moderni?
Sono partita, come tanti, dalla pasticceria classica, dai dolci più semplici: i cosiddetti dolci da credenza. Erano le preparazioni che mi erano state tramandate, quelle che avevo imparato da mia mamma o dalle mamme delle mie amiche. Dolci semplici, genuini, fatti con pochi ingredienti ma con tanto cuore.
Quando però mi sono avvicinata in modo più consapevole alla pasticceria, spinta da una passione sempre più forte, ho iniziato a sentire una grande curiosità verso il mondo della pasticceria moderna. Per me era un universo completamente nuovo, inesplorato, molto lontano da ciò che conoscevo. Proprio per questo mi affascinava tantissimo.
Ho iniziato documentandomi, studiando molto, cercando di capire le basi tecniche, e solo dopo ho cominciato a sperimentare. Ho fatto tantissime prove, e naturalmente non sono mancati i disastri: anzi, ce ne sono stati parecchi! Ma a forza di studiare, provare e riprovare, ho iniziato a vedere i risultati.
È stata soprattutto la curiosità, unita alla determinazione, a spingermi ad andare avanti e a voler riuscire in qualcosa che all’inizio mi sembrava quasi impossibile, molto lontano dalle mie conoscenze e dalle mie capacità. Oggi posso dire di aver raggiunto dei risultati che mi rendono soddisfatta e di sentirmi a mio agio anche con dolci più strutturati e moderni.
- Parliamo di Bake Off Italia: ci racconti come è avvenuta la tua partecipazione?
La mia partecipazione a Bake Off Italia è avvenuta in modo del tutto inaspettato. Era il giorno di Natale del 2024 — quindi esattamente un anno fa — e durante il pranzo di Natale stavo parlando con mia nipote Giada e con sua figlia Camilla. Come avevano già fatto altre volte, anche in quell’occasione mi spronavano a partecipare a Bake Off Italia.
Per me, però, era qualcosa di impensabile: lo vedevo come un sogno troppo grande, quasi impraticabile. A un certo punto, però, loro hanno preso il telefono e, senza dirmi nulla, hanno compilato e inviato autonomamente la mia candidatura inserendo tutti i dati richiesti. L’unica cosa che mancava per completarla era un mio video di presentazione.
A quel punto mi hanno chiesto di aiutarle, con lo spirito del “proviamo a vedere fin dove si arriva”. Così, un po’ per gioco e senza troppe aspettative, ho deciso di registrare questo video. È stato un momento molto divertente: abbiamo fatto tantissime prove perché continuavamo a ridere davanti all’obiettivo del telefono. Proprio di recente, infatti, sui miei profili social ho pubblicato un collage di tutte queste “papere”, che è stato molto apprezzato perché racconta bene quel clima leggero e spontaneo.
Una volta inviata la candidatura, sono stata contattata dalla redazione di Bake Off Italia e da lì è iniziato tutto il percorso che mi ha portato alla partecipazione al programma. Ho affrontato ogni step con grande tranquillità, quasi con distacco, perché l’idea era semplicemente quella di vedere fin dove potessi arrivare. Non mi sarei mai aspettata, nemmeno lontanamente, di essere ammessa al programma e di arrivare così lontano.

- Cosa ti ha lasciato questa esperienza sia a livello professionale che umano?
Dal punto di vista umano devo davvero ringraziare i miei compagni di avventura, ma anche i giudici, Brenda che ci ha accompagnati come conduttrice, e tutta la redazione, che ci è sempre stata molto vicina e presente.
Dal punto di vista professionale, invece, Bake Off mi ha permesso di imparare tantissime cose nuove che prima non conoscevo. Ho acquisito tecniche che non avevo mai sperimentato, come la lavorazione del cioccolato: ho imparato a temperarlo e a padroneggiare meglio questa materia prima così affascinante. Ho scoperto e imparato a usare l’isomalto, fondamentale in pasticceria per creare decorazioni, piccole strutture e sculture — non senza qualche scottatura, ma fa parte del percorso.
Inoltre, durante una prova con il maestro Iginio Massari, ho imparato anche a realizzare fiori fritti come decorazione per le torte, una tecnica che non avevo mai affrontato prima. Sono tutte esperienze e competenze che oggi fanno parte del mio bagaglio e che hanno arricchito enormemente il mio percorso in pasticceria.
- Hai fatto un percorso molto bello che ti ha portato alla semifinale: te lo saresti mai aspettato?
No, non me lo sarei mai aspettato. Il pensiero che mi ha accompagnata per tutta questa esperienza, fin dalla prima candidatura, è sempre stato: “vediamo fin dove riesco ad arrivare”. Non avevo aspettative particolari, volevo solo mettermi alla prova e, alla fine, potermi dare una risposta. E quella risposta è stata la semifinale!!!
Non me lo sarei mai aspettato anche perché ho 70 anni e mi sono trovata a confrontarmi con persone molto più giovani di me, spesso anche più preparate, più allenate alla sperimentazione e forse con un approccio più contemporaneo alla pasticceria. Da questo punto di vista sapevo di partire in svantaggio.
Con il tempo però mi sono resa conto che, se magari mi mancava l’originalità immediata che altri concorrenti avevano, io avevo una grande solidità sulle basi della pasticceria. Preparazioni che sono diventate i miei veri cavalli di battaglia, perché le ho fatte per tantissimi anni e ho avuto modo di affinare la tecnica nel tempo. Penso, ad esempio, al Pan di Spagna o ai lievitati, che sono stati molto apprezzati dai giudici e che, credo, abbiano fatto davvero la differenza nel mio percorso.
Un’altra cosa che non mi sarei mai aspettata è stato l’enorme calore umano ricevuto dal pubblico durante la messa in onda del programma. Fin da subito ho iniziato a ricevere moltissimi messaggi sui social, e ancora oggi mi capita spesso che le persone mi fermino per strada solo per salutarmi. Sono stata letteralmente travolta da un’ondata di affetto e di approvazione che mi ha fatto sentire profondamente amata. È qualcosa che continuo a portare con me e che mi emoziona ogni volta.
- Sotto il tendone hai avuto il privilegio di confrontarti con dei pilastri della pasticceria, ovvero i giudici Ernest Knam, Tommaso Foglia, Damiano Carrara e Iginio Massari: un insegnamento che ti hanno lasciato ognuno di loro?
Tutti e quattro i giudici mi hanno lasciato insegnamenti importanti, diversi tra loro ma complementari.
Da Ernst Knam ho imparato soprattutto l’importanza dell’equilibrio all’interno del dolce. Per lui un cake deve essere ben bagnato e non asciutto, e dava grandissima importanza all’uso della frutta: frutta fresca, frutta candita, confetture o gelée. La frutta, inserita correttamente, serve a creare contrasto con la rotondità delle creme e a dare freschezza al dolce. È un insegnamento che mi porto dietro ogni volta che progetto una torta.
Da Damiano Carrara ho imparato quanto sia fondamentale l’aspetto estetico in pasticceria. Ripeteva spesso che anche l’occhio vuole la sua parte e che un dolce, oltre a essere buono, deve essere anche bello da vedere. Grazie a lui ho imparato a curare maggiormente l’estetica, i dettagli, l’armonia visiva di una preparazione.
Di Tommaso Foglia ho apprezzato e imparato soprattutto dal punto di vista umano. Le sue grandi capacità come pasticcere, in particolare sui lievitati, sono indiscutibili, ma ciò che mi ha colpita di più è stata la sua umiltà. Nonostante il successo e la fama, è una persona estremamente disponibile, sorridente e autentica. Da lui ho imparato che la grandezza professionale può e deve andare di pari passo con la semplicità e l’umanità.
Infine, dal maestro Iginio Massari ho imparato un insegnamento fondamentale: la pasticceria non si improvvisa. Con i suoi modi diretti, a volte bruschi, ci ha trasmesso il valore della consapevolezza. Ogni gesto, ogni scelta in pasticceria deve avere un perché. I suoi richiami servivano proprio a questo: a farci capire che per migliorare davvero bisogna sapere cosa si sta facendo e perché lo si fa, prova dopo prova, con rigore e rispetto per la tecnica.
- Oltre alla pasticceria, si creano dei rapporti umani molto belli con i propri compagni: come ti sei trovata con loro e come prosegue la conoscenza?
Grazie a Bake Off ho conosciuto delle persone straordinarie: tutti gli altri concorrenti, con i quali si è creato fin da subito un legame fortissimo. Siamo diventati immediatamente molto uniti e lo siamo rimasti per tutta la durata del programma. Abbiamo vissuto insieme per settimane, anzi per mesi, condividendo momenti intensi, senza che ci sia mai stato uno screzio. Al contrario, ci siamo sempre aiutati e sostenuti a vicenda.
Anche una volta terminato il programma, questo legame non si è mai spezzato. Continuiamo a sentirci costantemente attraverso i social e soprattutto grazie al nostro gruppo WhatsApp, che si chiama affettuosamente I figli di Brenda. Ancora oggi ci scriviamo quotidianamente e stiamo già organizzando delle reunion per rivederci presto.
- Che consiglio daresti alle persone che hanno qualche anno in più e vogliono cimentarsi in questo percorso ma non hanno il coraggio?
Il primo augurio che faccio a queste persone è di avere accanto qualcuno che le sproni e che creda in loro, proprio come è successo a me. Se non avessi avuto i miei famigliari che mi hanno incoraggiata — e in un certo senso anche “costretta” a iscrivermi — probabilmente non avrei mai fatto questo passo e mi sarei persa un’esperienza davvero unica e irripetibile.
Detto questo, il consiglio che mi sento di dare è di prendere spunto dal mio percorso e di ricordarsi che non è mai troppo tardi per provare a fare qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa che vada oltre quelle che pensiamo siano le nostre capacità. Fino a quando non ci mettiamo davvero in gioco, non possiamo sapere fin dove possiamo arrivare.
Anche a 70 anni, se non si prova, se non si accetta la sfida, non si avrà mai la risposta. Per questo invito tutti a non porsi limiti in partenza e a concedersi la possibilità di tentare. Il motto che mi ha accompagnata per tutta questa avventura è stato proprio questo: “proviamo e vediamo fin dove riusciamo ad arrivare”. È un approccio che libera dalle aspettative e permette di scoprire, passo dopo passo, molto più di quanto immaginiamo.
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