Emigrazione, breve storia di un italiano in Germania.

Il paesaggio corre veloce dai finestrini dell’auto. La campagna conserva ancora i tipici colori spenti della stagione invernale. Alberi, prati, campi arati, vigneti, case. Tutto si mescola come in un grande quadro astratto, in cui non è possibile distinguere né forme né contorni.

Fernando Coletta ha vissuto tutta la sua vita in un piccolo paese della Provincia di Benevento. La sua casa è a pochi passi dai terreni e non distante dall’azienda di lavorazione del marmo, che ha avviato oltre vent’anni fa. Nonostante i suoi 79 anni, Fernando parla ancora in modo spigliato. Non ha problemi nel raccontare la sua esperienza di emigrato in Germania. Anzi, i suoi occhi suggeriscono la voglia di condividerla, «perché – dice – ho solo bellissimi ricordi». E’ grazie a un suo amico, nel frattempo trasferitosi nella cittadina tedesca di Sigmaringendorf, che Fernando viene a sapere di un lavoro da muratore in una piccola impresa edile.

E’ il 1964. Dieci anni prima, l’Italia firma un importante accordo bilaterale con la Repubblica Federale Tedesca per il «reclutamento e il collocamento della manodopera italiana nella Germania Federale». Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al 1955, l’emigrazione operaia è «assistita». Pianificata a livello istituzionale e organizzata attraverso i Centri di Emigrazione. Con il Trattato di Roma, molti italiani – dal Nord al Sud – continuano a emigrare, recandosi però direttamente all’estero, soprattutto, verso Francia, Germania, Inghilterra e Belgio, per lavorare nelle miniere di carbone, nelle imprese siderurgiche o automobilistiche. Una vita non sempre facile, quella degli italiani all’estero, fatta di sacrifici e costellata spesso di episodi di intolleranza. La stessa di cui, agli inizi del Novecento, gli americani non facevano mistero nel descrivere l’emigrato italiano come un ladro, uno stupratore e un rozzo.

Per questo la storia di Fernando rappresenta invece un’eccezione. Mentre ne parla, trapela non solo la nostalgia, ma anche il rimpianto di non essere mai più tornato in Germania. «Per poter emigrare – racconta – è inutile dire che dovevi avere il passaporto, quindi, una fedina penale pulita e un contratto di lavoro». Figlio di contadini, «per ragioni economiche», decide così di accettare l’offerta del suo amico. In Germania stringe una solida amicizia con il figlio del proprietario dell’azienda che lo aveva assunto e incontra altri cinque italiani – tre originari di Salerno e tre della Provincia di Benevento – con i quali condivide le ore di lavoro, i pasti, una piccola baracca «ben fatta e ben tenuta», i giorni di riposo e di svago, giocando a carte o andando a ballare in qualche locale. Alla domanda quali difficoltà hai incontrato come emigrato, risponde sorridente: «con la lingua non è stato facile. Ricordo che per comprare un pollo una volta fui costretto a imitarne il verso».

Fernando si ferma in Germania soltanto sei mesi. «Ma se fosse stato per me sarei rimasto. Mia madre si era gravemente ammalata e né i miei fratelli, né mio padre potevano accudirla». Il ritorno è tutt’altro che facile. Fernando lavora prima per alcuni anni come muratore in un’impresa edile di Benevento, «dove – racconta – ho rischiato di perdere la vita due volte», fino a quando, dopo essersi sposato, decide di tornare a fare il contadino. Oltre ai terreni, ereditati dai genitori, coltiva anche quelli della moglie, dando così il via alla produzione di un ottimo vino locale. «Sai, come contadino ai miei tempi si viveva benino. Così con mia moglie ho pensato di scommettere su un’attività di lavorazione del marmo. Dalla Germania avevo portato un bel bagaglio di conoscenze tecniche e poi volevo lasciare qualcosa di più alla mia famiglia».

«Una scommessa che ha dato i suoi frutti», ammette. Una scelta di coraggio, testimonianza di un riscatto, di una vita vissuta fino in fondo, con forza di volontà e intraprendenza. Nonostante il tempo, infatti, in quel corpo anziano sembra risiedere ancora uno spirito giovane, che oggi può raccontare di avercela fatta.

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