“Falstaff – L’arte di farla franca”: al Teatro Quirino il ritratto ironico e disincantato di un viveur fuori tempo

Falstaff – L’arte di farla franca

Falstaff – L’arte di farla franca

In scena al Teatro Quirino, fino al 17 maggio, “Falstaff – L’arte di farla franca”, testo e regia di Davide Sacco. Una riscrittura contemporanea, prodotta dalla Compagnia Molière, liberamente ispirata a “Le allegre comari di Windsor” di William Shakespeare e al “Don Giovanni” di Molière. Due archetipi della letteratura teatrale che si fondono sulla scena in un’unica figura: Falstaff, uomo di seduzione, menzogna e torrenziale affabulazione, eternamente persuaso di poterla sempre fare franca. E, per gran parte della vicenda, sembra davvero riuscirci.

Falstaff appare in scena avvolto nel suo smoking scintillante, deciso a conquistare il pubblico con un fascino istrionico che, tuttavia, finisce presto per rivelare crepe, fragilità e profonde mancanze. Sir John Falstaff è un affabulatore instancabile, un seduttore fuori tempo massimo, un debitore cronico che ha trasformato l’inganno in una vera e propria filosofia di vita. Gestore di un locale sull’orlo del fallimento, attraversa il mondo con l’arroganza vitale del Don Giovanni molieriano e la sfrontata energia del personaggio shakespeariano: ride della morale, dell’onore, del destino e perfino della morte, confidando ostinatamente nella propria capacità di “farla franca”.

Al centro della messinscena si impone l’interpretazione di Emilio Solfrizzi, l’attore restituisce un Falstaff carismatico e cangiante, sospeso tra comicità istrionica e improvvise fenditure malinconiche. La sua prova attoriale si muove con disinvoltura tra registri diversi, passando dalla seduzione verbale più brillante a momenti di disarmante vulnerabilità.

Attorno a lui, un cast corale costruisce un mondo teatrale vivo e dinamico, fatto di equilibri instabili, relazioni ambigue e continue oscillazioni tra complicità e tradimento. In questo universo si muove una galleria di personaggi sospesi tra grottesco e realismo: dipendenti complici e traditori (Matteo Mauriello, Ivan Olivieri), un barbone dai toni profetici (Giorgio Borghetti), creditori facilmente manipolabili, mariti ossessionati dal gioco (Ivan Olivieri, Cristiano Dessì) e, soprattutto, due donne, Margaret e Alice (Claudia Ferri, Marika De Chiara), eredi dell’intelligenza lucida delle Comari shakespeariane. Saranno proprio loro, come accade ne Le allegre comari di Windsor, a smascherare Falstaff servendosi dell’arma più crudele per chi vive di vanità: il ridicolo.

Sir John Falstaff è “blues”: così si definisce sulla scena — o meglio, così lo racconta il suo interprete, un intenso Emilio Solfrizzi che entra in rapporto con il pubblico tra musica e champagne. È blues perché vive costantemente sul filo dell’esistenza, scommettendo su sé stesso e sulla vita, incapace di limitarsi alla semplice sopravvivenza e determinato, invece, a consumare fino in fondo tutto ciò che l’esistenza gli offre, pur sapendo che, prima o poi, presenterà il conto. E Falstaff sembra pronto a pagarlo, consapevole che la vita, inevitabilmente, pretende indietro tutto — e spesso anche di più.

Dietro la risata, allora, emergono la paura, la solitudine e, infine, una dolorosa consapevolezza.

“La storia di un uomo che ha vissuto la vita per affrontare la morte o, più semplicemente, per cercare di farla franca”: è forse questa la definizione più autentica del personaggio.

Falstaff rimane una figura profondamente affascinante, un uomo per certi versi persino invidiabile. Gli stessi creditori e dipendenti, pur conoscendo le sue astuzie e i suoi inganni, sembrano irresistibilmente attratti dal suo magnetismo e dalla sua capacità di infischiarsene delle regole e del giudizio altrui.

A ciò cui Falstaff non può sottrarsi è, però, il tempo: una forza che non domanda, non si piega e non concede scampo. Il tempo sfugge dalle mani di un uomo che, forse, potrebbe salvarsi se solo ascoltasse la voce di chi, ai margini, tenta inutilmente di dissuaderlo dal continuare a sfidare Dio. «La parola è l’unica arma che ti consente di farla franca anche davanti a Dio», replica lui.

Eppure, tutti sembrano rivolgergli la stessa domanda inevitabile: “Chi sei tu, Falstaff?”. Chi è davvero quest’uomo che vive costantemente al limite, fuori dalla legge e apparentemente senza paura? È un vincitore o un perdente? Un uomo che ha compreso tutto dell’esistenza o che, al contrario, non ne ha compreso nulla?

“Non tradirlo anche tu: lui si tradisce già ogni giorno rimanendo sé stesso”, afferma uno dei dipendenti del locale rivolgendosi a una delle donne. E allora viene da chiedersi se la verità abbia davvero importanza o se non sia soltanto il debito finale da saldare al termine della giostra. L’ultimo conto da pagare prima che il sipario si chiuda definitivamente sull’esistenza.

scene FABIANA DI MARCO luci LUIGI DELLA MONICA

costumi LUCIANA DONADIO musiche DAVIDE CAVUTI aiuto regia ILARIA CECI

foto RICCARDO BAGNOLI

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