Giuseppe Tantillo: “la commedia è un genere nobile che permette di attraversare i temi della vita in maniera rivelatoria” – INTERVISTA

Giuseppe Tantillo

Giuseppe Tantillo

Il teatro è da sempre specchio della società, capace di raccontare storie che emozionano e fanno riflettere. Giuseppe Tantillo, attore e regista, porta in scena “Bianco”, una nuova commedia che debutterà a Roma, al Teatro Belli, dal 25 al 30 marzo. L’artista è, inoltre, candidato alla selezione delle cinquine finaliste dei David di Donatello come miglior attore non protagonista per il film “Iddu”.  

Con “Bianco” Giuseppe Tantillo affronta il tema del tempo e di come la malattia ne modifichi la percezione. In scena, accanto a Tantillo, Valentina Carli.  

Ho avuto il piacere di intervistare Giuseppe Tantillo per scoprire il nuovo progetto teatrale, la sua partecipazione in “Iddu”, il rapporto con la sua terra e come nasce l’amore per la recitazione.   

  • Buongiorno Giuseppe. Sarai in scena dal 25 al 30 marzo al Teatro Belli con “Bianco”: come nasce il progetto e a cosa ti sei ispirato?

Per me è sempre difficile raccontare come nasce un progetto, quando scrivo non so mai cosa sto scrivendo. Parto sempre da due persone che parlano, senza sapere  il contesto e  la storia. Per un po’ di tempo mi limito a farli parlare senza giudicarli e immischiarmi. Quando stampo, leggendo su carta, comincio a capire di cosa parla e intervengo come autore. È sempre un qualcosa che nasce dal mio inconscio, lo tiro fuori senza intervenire; prima parto e poi vedo di cosa si tratta. In questo progetto ci sono tre parti di me stesso, perché oltre ad essere il protagonista sono anche regista e scrittore del testo. 

  • Nella commedia si parla di malattia, argomento importante e complesso da trattare.

È un argomento delicato perché ad oggi è un tema che ci tocca a tutti, sia in maniera diretta che indiretta. Credo che non esista una famiglia che non è stata almeno sfiorata dalla malattia, è un qualcosa di cui bisogna parlare per sdoganare le difficoltà dell’argomento. Quando ero piccolo sembrava lontana, invece adesso è talmente diffusa che credo sia necessario inglobarla e imparare a usare delle parole per parlarne. Il mio lavoro è partito, ovviamente, dai miei pensieri e poi è stato arricchito da conversazioni avute con persone che hanno affrontato la malattia e con medici: quando si trattano alcuni temi non ti puoi permettere di dire alcuna sciocchezza.

  • Quanto è stato difficile trattare il tema? 

In realtà, lavorando in questo progetto mi sono reso conto che ho cominciato a fare sogni di un certo tipo, a preoccuparmi, a sentire cose, a leggere sull’argomento e a svegliarmi con un po’ di panico: è come se il tema fosse entrato dentro di me più del dovuto. Credo che quando tratti un argomento del genere, inevitabilmente, il tuo corpo e il tuo cervello lo sentono. È stato anche faticoso e lo è tutt’ora; quando vado in scena sento la fatica. Tuttavia, nonostante la commedia parli di malattia, il tema principale è il tempo. Le persone che escono da teatro, quindi, non hanno una sensazione di angoscia perché lo spettacolo è un inno alla vita e non è una commedia nera sulla malattia. 

  • Perché hai scelto la lente della commedia per questi temi? 

Credo che in Italia, negli ultimi anni, ci sia un grande equivoco sul genere della commedia. Si confonde il genere comico con la commedia, anche nel cinema. La commedia è un genere complicato e sofisticato che permette di attraversare argomenti di ogni tipo rendendo sostenibile la narrazione. È un genere nobile e noi in Italia abbiamo una tradizione letteraria e teatrale molto bella, è un genere che ci permette di attraversare i temi della vita in maniera più rivelatoria. 

  • Tu interpreti uno dei due protagonisti insieme a Valentina Carli: senti di avere delle caratteristiche in comune con il personaggio? 

Quello che ho in comune con il personaggio è la visione politica delle cose. Lucio, il protagonista, tiene molto all’etica e, come me, al concetto di politica e società.  

  • Sei candidato alla selezione delle cinquine finaliste dei David di Donatello come miglior attore non protagonista per “Iddu”. Nel film hai lavorato con Tony Servillo e Elio Germano: com’è stato il tuo rapporto con loro? 

Nel film ho principalmente lavorato con Tony Servillo, Elio Germano non l’ho praticamente incrociato. È stato un incontro molto bello e interessante perché tutte e due proveniamo dal teatro. Anche se con due età e percorsi diversi, abbiamo un linguaggio comune e idee simili, come la scelta di fare le prove prima della scena, cosa che non è comunissima nel cinema. Tony è un collega generosissimo e divertentissimo, un incontro che mi auguro di ripetere. 

  • Hai tratto degli insegnamenti dall’esperienza lavorativa di “Iddu”? 

Da Tony ho imparato che per rimanere a un certo livello non bisogna mai smettere di mettersi in discussione, non si arriva mai a un punto in cui si sta comodi e si pensa di aver imparato tutto, bisogna sempre fare fatica. In generale, durante il mio percorso artistico, ho compreso che gli esseri umani sono fatti di atomi che si muovono e non possiamo permetterci di rimanere fermi.

  • Come nasce in te l’amore per la recitazione e quando hai scelto di fare l’attore e regista? 

Nasce, come per tantissime persone, per caso. Quando ero al liceo feci un laboratorio di recitazione per alzare i crediti, e per me fu un colpo di fulmine. Sono sempre stato appassionato di cinema, prima del teatro, ma non ho mai pensato di fare l’attore. Dal quel momento ho deciso che non volevo fare nient’altro. Dopo il liceo mi sono trasferito a Roma per studiare recitazione e successivamente sono entrato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, da lì è cominciata la mia carriera da attore. Dopo un po’ ho cominciato a scrivere perché è un qualcosa che mi ha sempre accompagnato e ho anche vinto dei premi. Sono due percorsi che si sono uniti. Sono sempre stato un attore però tengo molto al mio percorso da regista perché metto in atto le mie idee; per me il regista è colui che tradisce la scrittura.

  • Che rapporto ha con la tua città natia Palermo? E con Roma? 

Ora sono diviso; negli ultimi anni mi sono reso conto di aver vissuto più della metà della mia vita a Roma. Palermo rimane la mia città, il luogo dove sono nato e cresciuto, quindi la città che più mi rappresenta. Il dialetto siciliano è la lingua a cui mi rivolgo quando devo comprendere delle cose; la lingua del posto in cui siamo nati ci accompagnerà per tutta la vita e questo non si potrà cambiare. Un attore che nasce a Palermo sarà sempre di Palermo, e quindi si comporterà sempre in maniera diversa; la lingua modifica tutto, come il nostro modo di pensare, spesso anche il nostro cervello. Palermo sarà sempre la mia città. Roma è il posto dove vivo, che amo e che mi ha accolto benissimo. Credo che per un siciliano vivere a Roma non sia difficile, la considero un po’ l’ultima città del sud.

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