Ianez: “ognuno combatte la sua guerra e in questo caso la guerra è persa” – INTERVISTA
Ianez
C’è chi non riesce ad adattarsi, chi non trova spazio in un mondo che misura il valore delle persone solo in base alla loro produttività. Con “Ghiaccio”, il cantautore abruzzese Ianez dà voce a queste esistenze fragili e invisibili, in un brano spietatamente lucido, capace di trasformare il dolore personale in racconto collettivo. Il singolo è una poesia cupa e malinconica, nata dalla perdita di un affetto profondo e complesso. “Ghiaccio” è un tentativo di rendere percepibile uno stato d’animo, una discesa silenziosa nell’incomprensione, nella tristezza e nell’ingiustizia sociale.
Ianez, all’anagrafe Andrea Iannone, è un cantautore e scrittore di Vasto, Abruzzo che dal 2021 vive a Montenero di Bisaccia in Molise. Nel 2012 con i Renè Golconda entra in rotazione radiofonica nazionale il brano “Eri Distratta” . Nel 2018 Ianez esce con il romanzo “Sette foglie di oleandro” edito da Lupieditore. Dopo una breve pausa dalla musica inizia una collaborazione con il bassista Lorenzo D’Annunzio e Fabio Tumini della Satellite Rec. Prende vita Ianez, il primo progetto italiano solista dell’artista. Nel 2021 il batterista Fabio Mosca e il chitarrista Cristian di Foggia accompagnano Ianez nei live e in studio. Dopo i primi due singoli “Siamo stati noi” e “Piscina (anche il mare si scorda di te)” esce “Figli delle sberle”, ma è con “Blu” un brano di denuncia contro la violenza sulle donne che Ianez definisce il suo personale genere musicale.
Dopo “New Black” un brano distopico, che percorre le affollate strade del degrado sociale e politico e “Minerva”, una canzone onirica e romantica, Ianez propone: “Analisti ne abbiamo?” dove affronta con ironia e un pizzico di sarcasmo il tema attualissimo dei tuttologi da social network. Il singolo “L’Addio” descrive in una immagine malinconica i sentimenti scatenati da ciò che resta di una importante storia d’amore finita. Vince le finali di zona di Sanremo rock 2023 aggiudicandosi la partecipazione alle finali nazionali presso il teatro Ariston. A dicembre 2024 pubblica il brano “Vasca Rossa”, un racconto sulla persistenza della guerra attraverso la storia umana. A Maggio 2024 pubblica “Tony Pastello”, una critica alla società moderna, alla televisione e alle abitudini quotidiane che hanno definito un’intera generazione, affrontando il tema dell’idealizzazione del passato. Il 9 maggio 2024 pubblica “Ghiaccio”.
Intervista a Ianez a cura di Miriam Bocchino.
- Buonasera Ianez. “Ghiaccio” è il tuo ultimo singolo, disponibile dall’8 maggio: mi racconti la sua genesi?
“Ghiaccio” nasce in seguito a un brutto evento, nasce dopo la morte di mio padre. È accaduto il 3 ottobre scorso. Mio padre era una persona particolare con trascorsi di tossicodipendenza. Nel momento in cui abbiamo avuto bisogno di aiuto per problematiche di salute, totalmente differenti, ci siamo scontrati contro un sistema che lo valutava per i suoi trascorsi, veniva anche preso poco seriamente: questo l’ha portato ad andarsene.
“Ghiaccio” nasce per dare una voce a chi voce non ha, perché esiste un sottobosco, esiste una realtà sotto il pelo dell’acqua, che noi non siamo abituati a vedere. La società attuale dà valore alle persone in base alla produttività e se non produci non vali.
“Ghiaccio” non racconta la cronaca, racconta un sentimento, un’emozione vissuta di dolore e rabbia. Ho cercato di rappresentare non mio padre in modo specifico, anche se ci sono dei riferimenti diretti, ma una categoria di persone.
- Su “Ghiaccio” dichiari: “Ci sono persone che non riescono da integrarsi in un sistema dove anche la pietà è subordinata all’ego. Quando si ammalano, diventano colpevoli della loro condizione. È a loro che dedico questo pezzo”.
C’è un aggravante in tutto questo: il social. Il social è un mondo piatto dove ognuno può essere chi vuole. Questo ha fatto sì che le persone siano assolutamente egoriferite e che badino esclusivamente alla loro estetica, e non parlo di estetica soltanto fisica ma anche morale. Estetica che poi molte volte non è vera. In più siamo bombardati sui social dalle notizie dei brutti eventi in tempo reale: questo fa sì che perdano di valore e diventino di passaggio. Si passa da uno sterminio a chi vende prodotti cosmetici e dopodiché c’è di nuovo uno sterminio e poi di nuovo chi vende prodotti cosmetici. Tutto ciò ha un po’ raffreddato il mondo.
- Hai comunque fede e speranza nell’umanità? Penso anche alla parte del brano in cui canti “come la speranza sopravvive al ghiaccio”.
Io racconto la parte più brutta perché è quella che mi ha segnato, anche perché l’ho scritto davvero dopo poco tempo la morte di mio padre. In realtà ho incontrato anche belle persone, anche il contrario di tutto, però troppo poco, veramente troppo poco. Mio padre doveva semplicemente trascorrere una convalescenza ma non riuscivo a farlo entrare in nessuna struttura perché avevano paura di questa persona che pesava 42 kg e aveva 70 anni. Non siamo preparati, non siamo strutturati per gestire questi tipi di problemi.
- Il singolo è accompagnato dal videoclip interamente realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale: come nasce?
Le farfalle hanno da sempre significati mistici. Nel video c’è questa farfalla monarca. La monarca è una migratrice, è tenace, e attraversa, ed è l’unica nota di colore, un mondo in decadenza totale, con i grattacieli che si sgretolano. I grattacieli sono un simbolo della grandezza dell’uomo. Ma i simboli, in un uomo che manca di umanità, crollano. Il video dà semplicemente forza al testo, lo rende visibile, tangibile, attraverso metafore. Sembra quasi uno scenario di guerra: ognuno combatte una sua guerra, in grande, in piccolo, e a volte si vince, a volte si perde, e in questo caso la guerra è persa.
- Leggo sulla tua biografia che dal 2021 vivi a Montenero di Bisaccia in Molise, un piccolo comune di circa seimila abitanti: come mai questa scelta?
Io sono di Vasto, quindi abruzzese, e mi sono spostato in realtà di un quarto d’ora. Mi sono spostato perché sono, prima di tutto, il vicino che non vuole nessuno: suono e ho quattro cani, quindi capisci che era complicato vivere in un condominio. Mi sono allontanato appositamente, non vivo neanche dentro il paese ma in campagna, davanti a me c’è un apicoltore; quando rientro a casa, anche alle tre di notte, posso suonare la batteria e non rompo le scatole a nessuno.

- Come ti sei avvicinato alla musica?
Io ho iniziato prima a scrivere. Da piccolo, vivendo situazioni abbastanza borderline, avevo necessità di raccontarmele. Quando ti racconti qualcosa poi la osservi dall’esterno: magari le tue vicende le fai vivere a un personaggio quindi non sei più tu, diventano più piccole, accartocciabili e le butti via. In questo modo esorcizzi, rimpicciolisci situazioni grosse che quando sei piccolo non riesci neanche totalmente a capire e ad affrontare, e non devi.
La passione per la musica è innata, da sempre.
- Nel 2018 hai pubblicato il romanzo “Sette foglie di oleandro”. Intanto ti chiedo se il fatto che l’oleandro sia una pianta tossica per l’uomo ha inciso sul titolo e poi se tornerai a scrivere?
È una delle piante più tossiche al mondo.
In questo periodo mi si sto mettendo un pochino a scrivere: ho qualche idea, vediamo cosa esce.
In realtà è stato un buon esperimento il romanzo. Scrivevo dei racconti che pubblicavo sui social, finché un editore non mi ha visto e mi ha detto ‘fermati a non pubblicare più sui social, partecipa ai concorsi’. I concorsi li ho vinti, e da lì ho pubblicato “Sette foglie di oleandro”: sono storie velenose.
- Progetti futuri?
Stiamo realizzando il brano nuovo che lancerà l’album, finalmente.
- È già prevista una data?
No, non sappiamo se sarà 2025 o 2026.
- Un tuo sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe fare qualche bella collaborazione, però sono un po’ pretenzioso. Mi piacerebbe con Brunori Sas o con gli The Zen Circus.

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