Il giornalismo cinese si dà un altro tono: Sixth Tone.

Nel mondo d’oggi dove purtroppo e per fortuna grazie ai social network ognuno può dire la sua, sembra paradossale celebrare la nascita di un giornale online. Ma se quel giornale viene fondato in Cina allora qualche motivo per parlarne ce n’è.

È il caso di Sixth Tone, sito di notizie creato nel 2016 da Wei Xing. Il nome fa riferimento ai toni esistenti nel cinese mandarino, ovvero cinque, e già da questo Sixth Tone (sesto tono) esprime la voglia di andare oltre quelli che fino ad ora sono stati i limiti (imposti) del giornalismo cinese al fine di dare un’immagine più fresca della Cina all’estero.

In effetti leggendo i titoli degli articoli che parlano di abusi sui minori, di mancanze di medicinali per bambini malati di leucemia, e ancora delle difficoltà burocratiche che incontrano le coppie gay per poter adottare un bambino, si potrebbe constatare quella che sembrerebbe un’apertura del regime cinese a lasciar parlare di temi che fino a quel momento erano soggetti a censura. Così però non è, o almeno fino in fondo; perché nonostante vengano pubblicate queste notizie, gli articoli come dichiarato dallo stesso Xing vengono “umanizzati”, così finiscono per essere spogliati del loro contesto politico. Ora nonostante Xing sia uscito di scena da Sixth Tone per fondare la sua start – up personale, il suo successore Zhang Jun ha mantenuto la sua stessa “linea editoriale”.
A chi li accusa di essere uno dei tanti strumenti della propaganda di regime, anche per il fatto che 6thT è sorella di The Paper, sito web supervisionato dal Partito Comunista cinese; Zhang replica con un secco: «Non siamo parte di nessuna strategia di governo». Muyi Xiao, fotoreporter, riassume così lo scopo di questa nuova testata: «Sixth Tone si concentra non solo su argomenti riguardanti la Cina a cui il mondo è interessato ma anche sugli argomenti che il mondo non necessariamente conosce della Cina». E ancora: «Abbiamo bisogno di più punti di vista degli addetti ai lavori sulle storie della Cina per i lavoratori stranieri».

Non bisogna dunque pensare che ST sia propaganda, ma al tempo stesso non bisogna nemmeno dimenticare il contesto in cui si muove: una Cina nella quale il presidente Xi Jinping, da quando è stato eletto, mentre lavorava per trasmettere all’estero l’immagine di una nazione forte, al tempo stesso stringeva il controllo del partito sui media e su internet. È quindi un dato degno di nota la presenza di Sixth Tone su Twitter e Facebook, entrambi proibiti in Cina, dove tra l’altro gode anche di un discreto seguito. 67.800 followers sul primo e 335.247 like sul secondo, numeri che si aggiungono ai 200.000 lettori mensili, il 30% solo negli USA.
Tutto questo è possibile perché se da una parte il governo di Pechino ha intensificato il controllo sui media dall’altra lasciava strada libera ai finanziatori privati. Ciò ha dato modo ai giornalisti cinesi di sentirsi più liberi, Zhang ha dichiarato che Sixth Tone vuole diventare ancora più commerciale, introducendo più pubblicità. Questo per aumentare gli introiti che di conseguenza assicurano più libertà e risorse.

Se quindi non bisogna guardare alla nascita di ST come alla nascita dell’opinione pubblica in un Paese dove di fatto esiste un solo partito politico, tuttavia non si deve nemmeno guardare con scetticismo e pregiudizio a questa nuova realtà e a quello che è in grado di offrirci. Perché se il Sesto Tono non ha quella dimensione critica necessaria per essere preso a modello di informazione libera in uno Stato socialista, può in ogni caso fornirci una faccia diversa ma al tempo stesso vera della Cina che poca attenzione ha ricevuto finora.

Francesco Castracane

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