“Il giornalista e l’assassino” di Janet Malcolm: il confine sottile tra verità, fiducia e manipolazione
Il giornalista e l’assassino
“C’è un’infinita varietà di modi in cui i giornalisti lottano contro l’impasse morale che è il tema di questo libro. I più saggi sanno che il meglio che possono fare non è ancora abbastanza – la maggior parte dei professionisti evita facilmente la grossolana, ingiustificata ipocrisia del caso MacDonald-McGinniss. I meno saggi scelgono di credere, come sono abituati a fare, che non c’è problema, e così lo risolvono.”
“Il giornalista e l’assassino” di Janet Malcolm, edito da Adelphi, si può definire un saggio sul “limite”: su ciò che è eticamente possibile fare per scovare una notizia, conoscere la verità o, più semplicemente, scrivere un libro. Un’opera che, partendo da un caso giudiziario particolarmente controverso, finisce per interrogarsi sulla natura stessa del giornalismo e sul rapporto, inevitabilmente ambiguo, tra chi racconta una storia e chi quella storia la vive sulla propria pelle.
Il libro può essere letto come una riflessione sul confine, spesso indefinibile, tra verità e menzogna, tra fiducia e manipolazione, tra il diritto di raccontare e quello di essere raccontati con onestà. Quanto può spingersi un giornalista per ottenere una storia? È legittimo costruire un rapporto di fiducia con il proprio interlocutore sapendo, fin dall’inizio, che quella stessa fiducia potrebbe essere utilizzata contro di lui? E, soprattutto, esiste davvero una forma di giornalismo completamente estranea all’inganno?
Fort Bragg, 1970. Un capitano medico dei Berretti Verdi, Jeffrey MacDonald, viene accusato di aver massacrato la moglie incinta e le due figlie a colpi di bastone e con un punteruolo da ghiaccio, ma viene scagionato da un tribunale militare per mancanza di prove. Anni dopo, il caso viene riaperto e il giornalista Joe McGinniss, in cerca di una storia di sicuro successo, si conquista l’amicizia di MacDonald, diventandone il confidente per tutta la durata del processo che lo condannerà all’ergastolo. Tra i due si instaura una corrispondenza sconcertante per la sua doppiezza psicologica.
Quando, nel 1983, il libro di McGinniss viene pubblicato, MacDonald si scopre tradito dal giornalista, che lo ha dipinto come un assassino narcisista e psicopatico, e decide di citarlo in giudizio per frode.
La vicenda porta in aula il Primo Emendamento e, da allora, in molti continuano a chiedersi fino a dove possa spingersi la libertà di stampa e se sia legittimo ricorrere all’inganno in nome della cosiddetta “informazione”. Ma il caso coinvolge soprattutto Janet Malcolm, una delle firme leggendarie del “New Yorker”, che all’epoca aveva qualche ragione in più per interessarsene: poco tempo prima, infatti, uno psicoanalista americano, scontento del ritratto che la giornalista aveva fatto di lui, l’aveva querelata chiedendo un risarcimento di dieci milioni di dollari.
Malcolm decide così di ripercorrere il processo, non per «sapere se MacDonald sia colpevole o innocente, e nemmeno stabilire se ciò che dice di lui McGinniss sia falso o diffamatorio, ma solo giudicare se McGinniss avesse il diritto di dirlo dopo aver fatto credere a MacDonald di pensare il contrario», come commenta Emmanuel Carrère.
È proprio su questa vertigine morale che Janet Malcolm rivolge il suo sguardo affilato, ripercorrendo l’intera vicenda per interrogarsi sull’etica e sulla pratica del mestiere giornalistico e sul rapporto che intercorre tra il giornalista e il soggetto della sua indagine.
«Il giornalista è una sorta di impostore che sfrutta la vanità, l’ignoranza, la solitudine del prossimo: ne guadagna la fiducia e lo tradisce senza scrupoli.»
Con queste perentorie parole, Malcolm introduce il giornalista e il suo lavoro. Il ritratto che emerge immediatamente non è dei più lusinghieri, ma la domanda che il libro pone è ancora più scomoda: è corretto che il giornalista abbia dei limiti? E, in nome della verità, fino a che punto ci si può spingere?
Quando MacDonald cita in giudizio il giornalista ed ex amico – o almeno così considerato da lui – McGinniss, si apre una nuova questione giuridica e si profila un possibile precedente secondo cui «un giornalista o un autore sarebbe obbligato per legge a rivelare il proprio pensiero o disposizione d’animo nei confronti del soggetto di cui si occupa nel corso del suo lavoro di scrittura o di ricerca». Una prospettiva considerata da molti una «grave minaccia per le libertà giornalistiche in vigore».
Il caso è spigoloso anche per una circostanza particolare: McGinniss aveva accettato di condividere i proventi del libro sul caso MacDonald con il soggetto stesso, una condizione che la maggior parte degli autori avrebbe considerato inaccettabile.
Per la stesura del libro, il giornalista si installò nel collegio difensivo di MacDonald, entrando così in contatto con informazioni coperte dal segreto professionale. Per ovviare al vincolo del segreto professionale tra avvocato e cliente, McGinniss accettò di entrare ufficialmente a far parte del collegio della difesa.
Dopo la condanna di MacDonald, McGinniss instaurò con il condannato un rapporto epistolare nel quale gli esprimeva tutta la propria vicinanza e la propria incomprensione nei confronti del verdetto, lasciando intendere di ritenerlo innocente. Questo è ciò che gli scriveva, ma non corrispondeva al vero sentimento dell’autore, che nel corso del processo si era ormai convinto della sua colpevolezza.
MacDonald era assolutamente convinto che il libro lo avrebbe dipinto come innocente. Accadde invece l’esatto contrario: McGinniss lo descrisse come un killer psicopatico.
«MacDonald immagina di aiutare McGinniss a scrivere un libro che lo assolvesse dal delitto presentandolo come una sorta di eroe piccolo borghese (padre e marito affettuoso, medico coscienzioso, ambizioso). Quando McGinniss scrisse il libro che, al contrario, lo accusava del delitto e lo dipingeva come un cattivo kitsch (in cerca di pubblicità, donnaiolo, omosessuale latente), MacDonald restò di sasso.»
La loro storia, scrive Janet Malcolm, è «la storia di Sherazade, ma senza lieto fine», e il loro rapporto, per poter funzionare, è destinato a concludersi nel più breve tempo possibile. «In nessun caso, o quasi, il soggetto riesce, per così dire, a salvarsi».
McGinniss, fino a ridosso della pubblicazione, continuò a manifestare vicinanza e amicizia a MacDonald, dichiarandosi affranto per la condizione dell’amico e offrendogli persino consulenza per l’appello.
Tra i passaggi più interessanti del libro vi è quello dedicato al concetto di “non verità” elaborato da Wambaugh.
«Una menzogna è qualcosa di non vero che viene detto con dolo o malafede mentre una non-verità è parte di un espediente attraverso cui è possibile giungere alla verità.»
Il processo si concluse con un accordo tra le parti, secondo il quale McGinniss, senza ammettere alcun torto, si impegnava a riconoscere a MacDonald una somma di denaro, pagata da una fonte anonima che si presume fosse la compagnia assicurativa dell’editore.
Ma a quale conclusione giunge Janet Malcolm?
«Diversamente da altre relazioni che possiedono un fine al di là di sé e che sono chiaramente delimitate in quel senso – dentista-paziente, avvocato-cliente, insegnante-studente -, sembra che la relazione scrittore-soggetto dipenda per la propria sopravvivenza da una sorta di oscurità, di irregolarità, se non da un dichiarato occultamento delle intenzioni. Se entrambi giocassero a carte scoperte, il gioco finirebbe.»
È questa, forse, la riflessione più radicale dell’intero libro. Il rapporto tra giornalista e soggetto sembra infatti fondarsi su un equilibrio fragile e paradossale: il soggetto si racconta perché desidera essere ascoltato e rappresentato, mentre il giornalista ascolta e raccoglie quelle parole sapendo che, alla fine, dovrà trasformarle in una storia che potrebbe non coincidere con l’immagine che il soggetto ha di sé.
«Come le giovani e i giovani aztechi scelti per il sacrificio, che vivono negli agi e nel lusso più raffinati fino al giorno stabilito in cui sarebbe stato estirpato loro il cuore dal petto, i soggetti giornalistici sanno benissimo cosa devono aspettarsi quando i giorni del vino e delle rose – i giorni delle interviste – saranno finiti. Eppure continuano a rispondere di sì quando chiama un giornalista, e continuano a sorprendersi quando intravedono il luccichio del coltello.»
“Il giornalista e l’assassino” si conclude con uno scritto di Emmanuel Carrère. L’autore, pur raccomandando la lettura del volume, esprime il proprio disagio nei confronti delle parole che aprono il libro: «Il giornalista è una sorta di impostore che sfrutta la vanità, l’ignoranza, la solitudine del prossimo: ne guadagna la fiducia e lo tradisce senza scrupoli».
Carrère osserva infatti che, sebbene nel caso MacDonald-McGinniss questo sia effettivamente accaduto, non sempre il rapporto tra autore e soggetto della narrazione è necessariamente disonesto. È possibile, al contrario, che la relazione tra l’autore di non fiction e il protagonista della sua storia sia fondata su un rapporto autentico e rispettoso.
La stessa Janet Malcolm, pur sostenendo l’impossibilità di una simile onestà assoluta, sembra dimostrarsi capace di praticarla nel corso del suo stesso libro. Perché, mentre analizza il comportamento degli altri, Malcolm finisce inevitabilmente per mettere in discussione anche sé stessa e il proprio mestiere.
Ed è forse proprio qui che risiede la forza de “Il giornalista e l’assassino”: non nell’offrire una risposta definitiva alla domanda su quanto sia lecito spingersi oltre per raccontare la verità, ma nel costringere il lettore a interrogarsi sul confine, sempre incerto, tra verità e inganno, fiducia e tradimento, giornalismo e manipolazione.
Perché ogni volta che un giornalista entra nella vita di qualcuno per raccontarla, quel confine torna inevitabilmente a esistere. E attraversarlo, o decidere di non farlo, è forse la più difficile delle responsabilità del mestiere.