“Il leopardo è scappato” di Stephen Harrigan – RECENSIONE

Il leopardo è scappato

Il leopardo è scappato

“Il leopardo è scappato” di Stephen Harrigan, edito da Nutrimenti, è un romanzo che traendo la sua ispirazione da un episodio di vita quotidiana pone l’accento sui grandi temi “caldi” dell’America del 1952, combattuta tra i pregiudizi del passato e l’evoluzione del tempo presente.

Il protagonista del romanzo è il piccolo Grady McClarty, di appena cinque anni. Il bambino vive con la madre Bethie e il fratello maggiore Danny in un appartamento accanto alla casa dei nonni materni, a Oklahoma City. La famiglia è completata dagli zii Emmett e Frank, reduci della Seconda guerra mondiale che ancora faticano a rientrare nella vita ordinaria, e dalla zia Vivian. La vita di Grady e Danny è segnata dall’assenza del padre, un pilota morto in un incidente militare poco dopo la guerra.

Un giorno, durante una visita allo zoo con gli zii, Grady e Danny assistono a un evento inquietante: un leopardo tenta di saltare oltre la staccionata del suo recinto, ma viene fermato appena in tempo. E poco dopo, la notizia che un leopardo è davvero fuggito dallo zoo scatena il panico in città. Le mamme rinchiudono in casa i bambini, bande di giovani armati scendono in strada per dare la caccia al felino. La presunta minaccia del leopardo agita l’intera comunità cittadina.

Stephen Harrigan utilizza l’espediente della fuga del leopardo per raccontare ai lettori la tumultuosità di quei tempi, l’oscillazione perpetua tra violenza ed etica. Il razzismo non è ancora realmente vissuto come fenomeno negativo bensì come eticamente non più accettabile dalla società, nonostante i rimasugli di pensieri vecchi e latenti che persistono nell’uomo bianco.

È interessante leggere i pensieri di Grady, comprendere la sua visione dei fatti; in lui cui ancora non vige né moralità, né pregiudizio, ma solamente accettazione di ciò che osserva e malessere per quello che non comprende appieno.

“Ciò che conservo di quegli anni lontani è una collezione piuttosto casuale di consistenze, odori, gesti, toni di voce, l’avvertire sicurezza o paura, e la forte percezione di certi luoghi specifici, il tutto vissuto con la consapevolezza vaga di un bambino riguardo al tempo.”

Anche il dolore non è ancora germoglio di future mancanze o azioni. La morte del padre, ad esempio, viene vissuta con noncuranza perché rappresenta una figura labile, mai conosciuta e vissuta. Siamo noi lettori a comprendere quanto quell’avvenimento è grave e doloroso per la mamma di Grady, per il protagonista e il fratello stesso, nonostante essi (i due fratelli) non lo sappiano ancora. È una visione, quella del narratore, soggettiva e ugualmente oggettiva dei fatti perché narrati da un protagonista che per la sua giovane età è ancora quasi sgombro di influenze esterne che non siano quelli dei suoi familiari.

“Sapevo, credo, che il mondo non era nato con me, che c’era stato altro prima della mia esistenza, e che qualcosa di duraturo e terribile era accaduto. Nella mia mente, il tempo prima della mia nascita appariva come una strana macchia scura sospesa in un’eternità grigia.”

Anche la guerra, in quel 1952, appare per Gordy lontana eppure la racconta attraverso la perdita del padre, la figura della madre Bethie che tenta di rifarsi una vita ma, soprattutto, attraverso la presenza dei due zii Emmett e Frank, che ancora faticano a rientrare nella vita ordinaria. Entrambi sofferenti alla realtà quotidiana, tentano di vivere all’indomani di una guerra che li ha segnati nella psiche e che non riescono a dimenticare. È la ricerca del leopardo scappato dallo zoo a indurre in loro la scintilla per riabbracciare quel fucile e tornare a essere, a divenire nuovamente un’identità nel riconoscersi cacciatori e soldati.

E quando nella vita della famiglia sopraggiunge Hugh, l’uomo che corteggia la madre Bethie, per la prima volta Gordy sperimenta una sensazione nuova: la paura di perdere ciò che ha, l’incognita per il futuro che non è più un rifugio ma una scoperta. Quella paura, inizialmente, lo limita, lo intimorisce, ma poi comprende che è necessario accettarla.

Gordy nei suoi soli cinque anni manifesta al lettore l’evoluzione di un carattere e quanto ogni età della vita abbia una sua maturazione.

“La leggerezza e la naturalezza delle persone raffigurate in quella fotografia, l’atmosfera confortevole in cui si trovavano a proprio agio l’una con l’altra, mi costrinsero a giungere alla spiacevole conclusione che qualcosa fosse andato storto, che avessero vissuto un periodo di felicità che si era volatilizzato prima che io nascessi. Sapevo, forse era l’istinto a dirmelo più che una vera e propria consapevolezza, che quella foto era stata scattata prima che Frank ed Emmett andassero in guerra e tornassero cambiati, prima che nostra madre diventasse un’infermiera e vedesse alcune delle più gravi ferite fisiche di quella guerra, prima che mamma perdesse suo marito, prima che l’intera famiglia si ristabilisse nella casa dove un tempo erano stati giovani e uniti, ma dove ora erano avvolti dal dolore, intrappolati, in un certo senso, incapaci di avanzare completamente verso il futuro, e sempre più in disaccordo tra loro, con tensioni crescenti.”

Stephen Harrigan – Nato a Oklahoma City nel 1948. Texano di adozione, ha raggiunto la fama con The Gates of the Alamo, un bestseller che ha conquistato lettori e critici americani, vincendo prestigiosi riconoscimenti come lo Spur Award e il James Fenimore Cooper Prize. Tra le sue opere principali figurano: A Friend of Mr. Lincoln e Big Wonderful Thing: A History of Texas, che confermano la capacità di fondere la grande storia con la quotidianità dei suoi personaggi. Collaboratore di lungo corso per il Texas Monthly e altre riviste di prestigio, Harrigan è una voce autorevole e inconfondibile della letteratura americana che gli ha tributato diversi altri premi e riconoscimenti fra cui: il Texas Literary Hall of Fame, il Western Heritage Award, il TCU Texas Book Award e il Texas Book Festival Award.

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