Viaggio nell’India a due velocità tra progressismo e populismo

Nell’India del Premier ultraconservatore Narendra Modi la Corte Suprema ha emesso due storiche sentenze che hanno legalizzato l’omosessualità e depenalizzato il reato d’adulterio. A questi due verdetti, se ne aggiunge un altro, che riconosce anche alle donne il diritto di entrare in uno dei templi induisti più importanti del Paese, il Sabarimala.

In poche settimane, la Corte Suprema indiana ha cancellato tre delle tante leggi arcaiche e oscurantiste sopravvissute all’entrata in vigore della Costituzione nel 1950. L’India conta un miliardo e 300 milioni di abitanti e 16 lingue diverse. È il Paese dove convivono induisti e musulmani, tradizione e progresso, povertà estrema e sviluppo, liberismo e arretratezza sociale. Dove il popolo è suddiviso in caste e chi nasce povero o emarginato ha scarse possibilità di emanciparsi. Dove la donna è considerata di proprietà dell’uomo e l’omosessualità è ritenuta “innaturale”. Dove predominano nazionalismo, populismo e fondamentalismo religioso. In una Nazione dalle infinite contraddizioni, i giudici sembra abbiano intrapreso un cammino riformatore per garantire finalmente la Costituzione e i diritti fondamentali, quasi sempre ignorati, riconoscendo il principio di uguaglianza e la laicità del diritto.

Le abrogate leggi sull’adulterio e sull’omosessualità, in vigore da oltre 150 anni, sono state introdotte in epoca vittoriana, quando l’India era ancora una colonia britannica. Per un uomo accusato di consumare rapporti sessuali fuori dal matrimonio, la pena prevista era cinque anni di carcere più una pena pecuniaria. La legge sull’adulterio si fondava su chiari elementi sessisti e discriminatori. Le donne non avevano il diritto di denunciare i propri mariti sospettati di tradimento, mentre gli uomini potevano accusare le proprie mogli – anche senza prove – per danneggiarne la reputazione e ottenere il divorzio. Il reato si fondava sulla concezione che la donna fosse di proprietà del marito e il tradimento era concepito come un’offesa esclusivamente per l’uomo, perché la donna non poteva avere un’autonoma “volontà sessuale”.

Il reato di omosessualità, previsto dall’articolo 377 del codice penale indiano, era punibile con dieci anni di carcere. Nel 2009 la Corte Suprema indiana aveva deciso per la prima volta di abrogare la norma. La comunità gay aveva festeggiato la decisione dei giudici, ma nel 2013 l’alta Corte aveva valutato di ripristinare l’articolo, sostenendo che spettasse al Parlamento decidere in merito. Oggi i giudici sono ritornati nuovamente sulla legge, ribaltando il verdetto precedente. Nel frattempo la Costituzione non è stata modificata, ma a vincere le elezioni parlamentari è stato il Bharatiya Janata Party (Bjp), partito di stampo nazionalista e tradizionalista, guidato dal suo carismatico leader, Narendra Modi.

Eletto premier nel 2014, Narendra Modi e il suo partito hanno ottenuto un’altra importante vittoria al voto di metà marzo nel 2017. Nello Stato dell’Uttar Pradesh, uno dei più importanti e strategici, il Bjp ha conquistato una maggioranza schiacciante con il 40% dei voti e l’80% dei seggi, confermando il declino del Congresso, de facto il partito della famiglia Ghandi e fagocitando il partito comunista.

In un Paese, dove non esiste più un’opposizione politica, gli unici a controbilanciare il populismo di Modi sono i giovani studenti e gli intellettuali, che prima del benessere economico – cavallo di battaglia del Premier – per il Paese chiedono più diritti, libertà e un cambiamento di mentalità e costumi. E le recenti sentenze della Corte Suprema indiana svelano l’altro volto dell’India, che nel XXI secolo desidera uno Stato di diritto e una Democrazia. Ci sono cambiamenti che hanno bisogno di tempo per essere pienamente assorbiti dalla società. In questo spaccato dell’India, infatti, a chi chiede a gran voce dignità, uguaglianza e diritti, si contrappone la massa della classe media che vede in Narendra Modi un leader capace di rendere l’India una “tigre economica”.

Dalla sua elezione, il Paese – anche a causa della crisi economica globale – ha ridotto la crescita. Le tante promesse di Modi, come la lotta alla corruzione, al lavoro nero, all’evasione fiscale e una più equa redistribuzione delle terre, sono state fino a ora tutte disattese. Ma il Premier rischia di agitare le bandiere dell’odio tra la maggioranza indù e la minoranza musulmana, distraendo le masse e nascondendo il fallimento delle sue politiche. È questo il vero potere del populismo.

Figlio di un umile venditore di tè, Modi ha sbaragliato i suoi avversari politici, nonostante il suo passato tra i ranghi di un’organizzazione di estrema destra ispirata al nazifascismo e il suo fondamentalismo religioso. Come governatore del Gujarat, uno degli Stati più prosperosi dell’India, Modi ha conquistato persino la fiducia e il rispetto degli altri Paesi, come la Cina, grazie alle posizioni a favore del liberismo e della globalizzazione, che proprio nel Gujarat hanno dato i  frutti migliori.

In India il Parlamento continua a rimanere un mero spettatore. Le ultime pronunce della Corte Suprema indiana non sembrano preoccupare il Premier e la sua maggioranza. Perché resta comunque forte il consenso delle masse poco istruite, che affidano paure e speranze nelle mani di un leader, sì forte, ma pur sempre indifferente alle richieste democratiche e progressiste di una parte dell’India che non vuole, “sembra”, restare a guardare.

 

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