Indipendentismo catalano: breve riassunto del passato, riflessioni sul presente.

La diversità culturale della Catalogna è indiscussa: dalla lingua alle tradizioni, dalla storia alla cultura politica, non c’è dubbio sulla peculiare identità di questa regione a nord-est della Spagna. Vero. Ma leggendo dei travolgenti eventi politici catalani che da ottobre 2017 dominano le prime pagine di tutta Europa, viene anche da pensare: a dirla tutta, il fatto che in Europa sopravviva una comunità culturale differente all’interno di uno stato nazionale è proprio una sorpresa? Non esattamente. L’ Europa è per definizione varietà, e le nazioni europee, appena le si passa al microscopio, rivelano spesso un mosaico di comunità linguistiche e culturali più o meno agguerrite contro il potere centrale. La misura della voglia d’indipendenza è normalmente una questione politica, con radici storiche (come tutte le questioni politiche).

LE ORIGINI

Le radici che hanno definitivamente incrinato il difficile rapporto tra Catalogna e Castiglia vengono tradizionalmente individuate in evento del lontano secolo XIII, in un’Europa ancora per lo più estranea all’idea di stato nazionale e culturale. La guerra è la Guerra di Successione Spagnola, e l’anno il 1714. La storia si riassume così: quando nel 1700 l’ultimo, cagionevole Asburgo di Spagna morì senza lasciare eredi, iniziò una guerra per la successione che coinvolse le maggiori potenze europee dell’epoca, e che vide i catalani parteggiare per gli Asburgo, contro i Borboni. Dopo che i Borboni si furono definitivamente aggiudicati il trono di Castiglia, Filippo V invase la Catalogna e punì i nobili catalani e il popolo tutto per essersi schierati con il nemico e per le spinte indipendentiste che avevano caratterizzato la regione nei secoli precedenti. Il nuovo corso politico privilegiò il castigliano sul catalano, abolì le leggi catalane, impose sanzioni e sospese libertà civili sancendo definitivamente una profonda inimicizia tra Catalogna e potere centrale, più o meno conclamata nei secoli a venire a seconda che le ambizioni centraliste di Madrid si attenuassero o intensificassero. Il nazionalismo catalano identifica in questa data l’inizio di un genocidio culturale a cui la Catalogna è stata sottoposta da lì in avanti.
C’è poi ovviamente anche un’altra scuola, ovvero quella che ritiene ridicolo riferirsi a un’epoca in cui i concetti romantici di nazione, cultura e autodeterminazione non avevano ancora fatto irruzione sul panorama ideologico europeo (né tanto meno su quello dei nobili catalani), per costruire il mito della periferia oppressa e discriminata dal potere centrale, e che classifica la narrazione storica catalanista come mero populismo regionalista.
Qualunque sia la vostra opinione sui fatti settecenteschi della Guerra di Successione, e le radici storiche dell’oppressione della cultura e del popolo catalani, c’è forse un altro aspetto pre-novecentesco da tenere ben in considerazione e che va al di là delle relazioni Spagna-Catalogna, ma che ovviamente le influenza. Mi riferisco al ruggente sviluppo industriale catalano a partire dall’inizio dell’Ottocento, con tutto quello che lo sviluppo del secondario porta, oltre al (non ignorabile) benessere economico: l’ascesa della borghesia urbana e industriale, quella della classe operaia, l’urbanizzazione, la politicizzazione. La rivoluzione. Aspetti che cambiano profondamente l’humus sociologico di una società, la sua cultura politica, il suo paesaggio, e creano distacco dalla società rurale. Il romanticismo e la nascita del concetto di autodeterminazione nazionale durante il XIX secolo hanno fatto poi il resto, gettando le basi dell’indipendentismo repubblicano della Catalogna come lo conosciamo oggi.

FRANCO E L’ANTIFRANCHISMO
Guardiamo appena oltre, ed eccoci già nell’avvincente XX secolo: dopo la dittatura oppressiva e nuovamente repressiva nei confronti della comunità catalana di Primo di Rivera (1923-30), le elezioni del 1931 travolgono il panorama politico spagnolo, con una vittoria schiacciante della sinistra socialista e repubblicana in tutto il paese e la dichiarazione della Repubblica. La Catalogna può finalmente rifondare l’organo di governo storico catalano, la Generalitat, e nel 1932 viene sottoscritto lo Statuto di Autonomia catalano che regola le relazioni con Madrid. Ma la guerra civile spagnola è in agguato, e vanifica gli sforzi verso una convivenza pacifica della regione ribelle con il potere centrale. Al sollevamento dell’esercito e delle forze conservatrici, cattoliche e anti-repubblicane di Francisco Franco nel 1936, il paese si spacca. La rivoluzione anarchica del 36-37, in piena Guerra Civile, vede la Catalogna in prima linea nella realizzazione concreta di uno stato collettivista, egualitario e repubblicano, unica regione in Spagna ad aver istituzionalizzato in una legge la gestione collettiva delle attività economiche.
La rivediamo poi alla fine della guerra civile tra il 1938 e l’inizio del 1939 come uno degli ultimi bastioni di resistenza all’avanzata del Caudillo, e più tardi come uno dei primi terreni fertili per la nascita di un’opposizione organizzata a un regime repressivo, conservatore (tutta la gamma, dal fascista al cattolico bigotto), centralista e brutale nei confronti di ogni manifestazione culturale catalana. Alla diversità storica e culturale della regione si aggiunge quindi un altro elemento centrale: l’orgoglio antifranchista, che sia per ragioni politiche o nazionalistico-identitarie.
E non si dimentichino le tempistiche: le tante diverse fasi di una dittatura camaleontica e longeva come quella di Franco hanno visto sì una progressiva diminuzione della pressione sulla Catalogna, ma anche una privazione costante delle libertà civili fino al 1975, quindi in termini storici, fino a 10 minuti fa. Il franchismo è il passato recentissimo della Spagna, che è ovviamente un paese irriconoscibile in confronto ai lontani anni Settanta, ma i traumi storici hanno comunque una vita lunghissima (chiedetelo ai tedeschi).

OGGI: PERCHÉ L’INDIPENDENTISMO È IN AUMENTO, PERCHÉ ADESSO?

Leggendo le notizie che vengono dalla Catalogna in questi giorni e guardando le immagini di folle che sfilano per le strade di Barcellona, o che affrontano il manganello della Guardia Civil per avvicinarsi ai seggi, siamo portati a pensare che l’indipendentismo in Catalogna ci sia da sempre, immutato, all’agguato, in attesa del momento migliore per ribellarsi all’oppressore. Le idee indipendentiste esistono in Catalogna da secoli, come riassunto sopra, ma i numeri del consenso sono un elemento molto rilevante.
Nel 2006 la percentuale di catalani favorevoli all’indipendenza era il 10%, più o meno immutata dall’inizio della democrazia post-franchista. Era l’era Zapatero, l’allora primo ministro aveva accettato un nuovo Estatut di autonomia che garantiva una più ampia indipendenza a Barcellona, la crisi non c’era ancora. Oggi la percentuale d’indipendentisti in catalogna si stima intorno al 40%, mentre cresce anche la percentuale di spagnoli che nelle inchieste ritengono l’autonomia regionale dannosa per il sistema-nazione Spagna. Cos’è successo? Tanto, e velocemente. Prima di tutto la CRISI, e il discorso sulla crisi, che non hanno ovviamente risparmiato la classe media catalana e, come in tanti altri paesi d’Europa, hanno portato a una reazione protezionista e a un discorso politico che auspica un cambiamento forte e rapido. Non sarebbe meglio se invece di far fluire milioni di euro verso Madrid, ce li gestissimo noi, regione più virtuosa di Spagna? E non sarebbe forse possibile/bello/facile scindersi pacificamente da Madrid ed essere accolti a braccia aperte nell’Unione Europea come stato indipendente? Questa la visione e l’argomento degli indipendentisti dell’ultima ora, quelli economici per così dire. Altro ruolo centrale nella questione: la POLITICA. Un mese dopo la ratificazione tramite referendum dello Statut del 2006, l’allora partito d’opposizione e ora di governo, il Partido Popular (PP), fa ricorso al Tribunale Costituzionale Spagnolo dichiarando numerosi punti dell’accordo incostituzionali e perniciosi per l’unità della nazione. Il Tribunale gli darà ragione nel 2010. Il PP, di tradizione anti-catalanista, e in particolare quello di Mariano Rajoy, hanno poi spinto ulteriormente verso il centralismo a partire dal 2011, con nuove leggi e un esemplare rifiuto da parte di Rajoy ad accettare una proposta di patto fiscale per diminuire il flusso di denaro pubblico dalla Catalogna allo stato centrale. Il rifiuto arrogante e senza aperture del PP non ha fatto che fomentare una prevedibile retorica molto simile alla nostra Roma ladrona, colta al volo e con gioia da tutti i populisti catalani, e additata con risentimento dal resto del paese.
Aggiungiamoci poi un appoggio alla causa da parte dei mezzi d’informazione regionali e degli INTELLETTUALI catalani, la generale spinta dell’opinione pubblica europea verso un rinnovo del panorama politico nonché, sostengono alcuni opinionisti, il monopolio dei CONTENUTI ideologici sulla scena politica catalana, da parte degli indipendentisti, contro un’opposizione che dipinge solo un tragico scenario derivante da una possibile secessione, senza proporre niente di nuovo o alternativo: ecco, abbiamo alcuni degli ingredienti che ci fanno capire perché il cocktail è esplosivo, e perché lo è soprattutto adesso.

Sabina Ceffa

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