“Ingrata” di Annalisa De Simone: la recensione

"Ingrata" di Annalisa De Simone

"Ingrata" di Annalisa De Simone

“Tutti siamo destinati a tornare nei luoghi e dalle persone che abbiamo tradito.”

È un romanzo sincero quello di Annalisa De Simone, una storia di vita, una storia di tanti. Durante la lettura è facile cadere nel giudizio affrettato, soprattutto se si evita di domandarsi se la storia raccontata possa essere anche la nostra. Eppure basta soffermarsi sulle scelte di ogni giorno, sui piccoli “favori” che concediamo e che chiediamo, sulle possibilità e le opzioni che la vita può metterci davanti, per chiederci: è così inverosimile che possa capitare anche a me?

“Ingrata” di Annalisa De Simone, edito da Nutrimenti, racconta la storia di Letizia, una ragazza abruzzese che dopo gli studi universitari a Roma deve trovare lavoro. Ha una scelta Letizia: tentare di farcela da sola, lei giovane donna in una città “straniera”, o chiedere un favore al suo compaesano, il sindacalista Tonino Giuliante. Letizia sceglie la strada più breve; non vuole accontentarsi, non vuole rischiare che la vita prenda una direzione inaspettata e imprevedibile.

La relazione tra la donna e Giuliante è complessa: l’uomo, più grande di lei di 25 anni, e Letizia vivono un rapporto non paritario di amicizia, che potrebbe sfociare in un altro ma che non accade mai per “colpa” di Giuliante.

Tra le pagine il legame di Letizia con il padre, quell’uomo rimasto vedovo troppo presto e ora ammalato, che desidera che la figlia abbia successo, che possa “farcela.”

“Ingrata” è una storia di piccoli centri, di possibilità, di quel desiderio di riuscire che travalica il senso di ogni cosa. Letizia, tra le righe, sembra prima una ragazza e poi una donna che rinuncia a qualunque aspetto della sua vita che non sia l’ambizione. Ci si chiede: chi è Letizia? Lei si conosce davvero?

La donna che, inizialmente, appariva certa della strada da intraprendere per il successo e quindi per la felicità, successivamente ci sembra quasi indifesa, debole, in balia del desiderio di diventare “importante”, tanto da non comprendere l’esistenza stessa.

Nel frattempo assistiamo alla parabola discendente di Tonino Giuliante, accusato ingiustamente, e abbandonato da chiunque, anche dalla stessa Letizia.

La protagonista ci racconta l’amore che prova per Giuliante e che dominerà tutta la sua vita ma una domanda sorge: questo sentimento è palpabile, è reale, eppure Letizia è “costretta” a sentirlo per giustificare le scelte fatte, il suo rivolgersi all’uomo per raggiungere la vetta?

Letizia è una protagonista scomoda, frutto dell’Italia dei nostri tempi, in cui se sei donna e provieni da una famiglia semplice, è difficile, a volte impossibile, dimostrare il proprio valore. Ed ecco che bisogna ricorrere a escamotage, a “conoscenze”, per riuscire a far intuire agli altri le proprie capacità, ma tutto ciò si tramuta, poi, nell’unico modo in cui si viene riconosciuti.

“Corro, ma nella meccanicità del correre, mi sembra di restare immobile fra i pensieri. Sono come gli eremiti che vivono nelle spelonche delle mie montagne, un deserto di gelo e il desiderio di fondersi alle forze occulte della natura. Era questo il senso dei  miei fioretti a cui mi sono costretta fin da bambina. L’infanzia, appartata e muta come un’asceta. L’infanzia, più che terminare, si rintana e ogni giorno ronza, soffia, sciama, tracima, poi si rivela come il sole lungo le fessure di una grotta. Sono l’adulta che trascina su di sé l’eco del suo passato. E sono senza fiato, ormai.”

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