Intervista all’autrice Maria Vittoria Strappafelci: “Il digiuno dell’anima”, una storia di anoressia.

Quella perfida vipera si era impossessata completamente della mia vita“. La “perfida vipera” è il nome con cui la protagonista di questa storia di vita, Maria Vittoria Strappafelci, raccontata in prima persona, definisce l’anoressia. Una malattia debilitante, apparentemente inesistente, in grado di distruggere gli affetti e di divorare paradossalmente il proprio ego. Il libro di Maria Vittoria Strappafelci, “Il digiuno dell’anima“, è un lungo viaggio attraverso il tunnel del tormentato rapporto tra l’io e il cibo, che diventa il campo di battaglia di una guerra lunga ed estenuante, dove la mente non risparmia colpi bassi, sferrati anche sul piano estetico oltre che psicologico.

Il digiuno dell’anima” di Maria Vittoria Strappafelci è una vera e propria testimonianza del drammatico problema dell’anoressia e nello stesso tempo un esempio di speranza per tutti coloro che ne affrontano il suo terribile iter, a volte arrivando a ben più tragiche conseguenze.

  • Buonasera Maria Vittoria. “Il digiuno dell’anima: Una storia di anoressia” è uno dei tuoi libri ed è la storia della tua malattia, l’anoressia nervosa, e della fatica fatta per riuscire a guarire. Quanto è stato difficile mettere per iscritto tutta la sofferenza provata?

Non è stato facile mettere nero su bianco il mio dolore e la mia sofferenza, come non è stato facile uscire da quel maledetto tunnel e liberarmi dal “mostro” che aveva mangiato prima la mia anima e poi il mio corpo. Però dovevo farlo, dovevo scrivere e far capire cosa significasse soffrire di un disturbo alimentare, perché molto spesso mi sono sentita incompresa e sola nel mio dolore. Tanti hanno pensato che l’anoressia fosse un CAPRICCIO per non mangiare, pensiero molto ricorrente anche oggi dopo 13 anni che ne sono uscita. I DCA sono malattie che appartengono alla sfera psichica con gravi ripercussioni sul corpo, sul cibo e sulla mente e questa è ancora un’altra battaglia dura da vincere sui pregiudizi della gente nei confronti dei disturbi alimentari.
Premetto che la scrittura per me è stata sempre una forma di terapia, oltre al percorso di guarigione che avevo intrapreso e per dare sollievo alla mia anima, mi sono messa a nudo su tutti gli aspetti della malattia che ho vissuto. Ma non è stato affatto facile. Molte volte quando scrivevo mi dovevo fermare per ore, perché descrivere tutti i particolari delle situazioni vissute nel mio disagio, era come fare un tuffo nel passato e stare di nuovo male. Ma ho sempre ritenuto giusto che per liberarsi completamente dal dolore, lo si deve vivere fino in fondo, in tutte le sue sfaccettature e solo così poi si acquista la sicurezza di non avere più paura nel parlarne! La mia storia è stata triste e difficile e proprio per questo ho dato parole al mio dolore!

  • Durante la scrittura del romanzo hai scoperto qualcosa degli anni vissuti di cui ancora non avevi preso consapevolezza?

No quello no, perché la terapia che ho fatto mi ha aiutato tantissimo, grazie soprattutto alla mia dottoressa Maria Grazia Rubeo del Centro AIDAP di Roma che ha fatto emergere e approfondito molti aspetti della mia vita che io avevo completamente rimosso dalla mente. Devo dire invece che scrivendo ho capito quanta importanza e valore ha un abbraccio, una parola o un gesto affettivo nei confronti di una persona che soffre, cosa che io rifiutavo, perché non volevo ancora ammettere a me stessa di vivere un problema ed una grave malattia.

  • Nel libro è fondamentale il ruolo della tua famiglia, che nonostante i tanti problemi, ti è sempre stata accanto. Come è oggi il rapporto con loro? È cambiato il loro modo di rapportarsi a te e tu a loro?

Oggi ho solo mia madre. Mio padre l’ho perso tre anni fa per un male incurabile ed è stata una mancanza che non riuscivo ad accettare proprio per il profondo legame che avevo con lui e per essere stato un punto di riferimento molto importante nella mia vita. Chi ha letto il mio libro ha capito anche il perché mi sono ammalata. Non ho mai accettato la malattia di mio padre sin da quando ero bambina, poi per varie vicissitudini vissute nell’adolescenza c’è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e sono “caduta” in malattia. Ma con loro, una volta che li ho portati a conoscenza del mio problema e di cosa significasse soffrire di ANORESSIA, ho stabilito un rapporto molto solido e molto più amichevole. È cambiato in meglio, ed era quello che desideravo, standomi accanto anche dopo aver fatto il mio percorso di guarigione. Non sono mai stati possessivi e mi hanno sempre lasciata libera in ogni mia scelta ascoltando i loro consigli dati da genitori e da “amici”. Oggi il rapporto con mia madre si è modificato solo perché vive un disagio con sé stessa dovuto alla mancanza di memoria. Lei è vittima di un altro “mostro” per il quale non ci sono cure.

  • Emerge, nelle tue parole, come il problema dell’anoressia sia, soprattutto, un problema “di anima”. Ho ritrovato, nel libro, un desiderio di amore e affetto che appariva insaziabile. Come sei riuscita a trovare, oggi, un equilibrio?

Oggi sono riuscita a trovare un equilibrio solo capendo che dovevo accettare il mio passato e fare pace con me stessa amandomi. La mancanza di autostima è stato sempre un fattore determinante che ha peggiorato il mio stato quando vivevo nell’anoressia e questo lo ho compreso solo durante il percorso di terapia durato cinque anni. Un lavoro che ho fatto dentro di me per ritrovarmi. “Se non amo me stessa non posso amare gli altri”. Questa è stata sempre una regola di vita per me da quando sono uscita da quel terribile tunnel. L’anoressia, come tutti gli altri disturbi del comportamento alimentare, è una malattia che nasce per una carenza di affetto e di amore. Poi ognuna di noi ha la sua storia. Ma il fattore scatenante è questo!

  • Oggi cosa diresti a quella giovane Maria Vittoria che ha tanto sofferto?

Oggi le direi solo di essere più forte nell’accettare i cambiamenti e le situazioni che la vita ci mette davanti. Il non aver riconosciuto questo mi ha portato a farmi sentire in colpa su tante cose, ma di cui colpe non avevo. Con il passare del tempo i sensi di colpa portano ad una sorta di punizione e di autodistruzione di sé stessi e di conseguenza sfociano nel vivere un disagio con una “dipendenza” che può essere droga, alcool etc, etc. Nel caso mio è stato dipendenza dal cibo, sia rifiutandolo che compensando.

  • Sei l’ideatrice insieme a Igor Nogarotto e Alessandro De Gerardis del movimento “NON SIETE SOLI”, nato per sensibilizzare sui Disturbi del Comportamento Alimentare. Cosa consiglieresti di fare a chi ha accanto una persona che soffre di tale disturbo?

Il mio consiglio è quello di non essere mai assillanti nei confronti del disturbo che vive in tutte le sue sfaccettature e mai essere aggressivi perché si ha una reazione contraria. Non si aiuta così una ragazza che soffre. La si porta invece ad una maggiore chiusura con sé stessa ma che lei percepisce come il “non essere capita”. Purtroppo ci vuole tanta delicatezza in questi casi nell’attesa che il soggetto malato acquisti la consapevolezza di vivere in un disagio ed una malattia. La consapevolezza è la molla che scatta per poter intraprendere un percorso di terapia e guarire. Perché dai disturbi del comportamento alimentare si può uscire e si può guarire.

  • La passione per la moda continua ad essere parte di te o è qualcosa che è rimasta indietro nel cammino della vita?

Sono sempre stata una donna creativa, con questa caratteristica ci sono nata. La moda è stata e sempre resterà la mia passione, anche se la vita mi ha portato ad intraprendere percorsi diversi, ma ciò che ho dato, vissuto e creato negli anni migliori in questo settore sono ricordi ed emozioni indelebili che faranno sempre parte di me e che al solo pensiero mi fanno provare tanta commozione, facendomi scendere una lacrima di nostalgia.

  • Oggi sei felice?

Io non conoscevo il significato di questa parola. Oggi sono riuscita a comprenderlo grazie ad una persona speciale che ho incontrato lungo il mio cammino. Un uomo di nome Alessandro che ha colmato tutti i miei vuoti con il suo grande amore! Grazie al nostro sentimento ho dato il nome alla “mia felicità”!

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