Irish Travellers: i nomadi d’Irlanda

Nel marzo del 2017 il governo della Repubblica d’Irlanda ha riconosciuto a una comunità 100% irlandese, ed esistente sull’isola dalla notte dei tempi, lo status di minoranza etnica. Lo scopo? Quello di dare un contributo alla sua accettazione e integrazione nella società.

Curioso no? Per integrare una comunità che per genetica, religione e lingua di fatto dovrebbe essere considerata proto-irlandese è necessario sancirne ufficialmente la diversità? Ebbene questa è la storia degli Irish Travellers, i nomadi d’Irlanda in via di sedentarizzazione e in lotta per l’integrazione e la conservazione della propria cultura.

CHI SONO I TRAVELLERS?

Ad ottobre di quest’anno l’Irish Times pubblicava un’inchiesta sul razzismo e la discriminazione in Irlanda, un paese che, lo ricordo, non ha partiti xenofobi o razzisti e ha un passato recente di emigrazione che forgia sia la memoria storica, che l’identità nazionale moderna. Dall’articolo del quotidiano emergeva che la comunità più discriminata in assoluto in Irlanda è senza dubbio quella dei Travellers.

I … chi?

I Travellers, anche detti Pavee, sono una comunità tradizionalmente nomade che esiste per lo meno dal secolo XVII e che rappresenta oggi lo 0,7% della popolazione nella Repubblica d’Irlanda. Non avendo una tradizione scritta (ma solo una fertilissima tradizione orale), l’origine del nomadismo non è chiara. Una teoria diffusa ipotizzava fino a poco tempo fa che i Pavee originassero da famiglie rimaste senza terra durante la Great Famine, la carestia delle patate che dimezzò la popolazione irlandese a metà dell’Ottocento, un’altra persino che avessero dei legami con la comunità Rom. Un più recente studio genetico congiunto del Royal College of Surgeons di Dublino e dell’Università di Edimburgo ha però demolito entrambe le versioni più diffuse: il materiale genetico raccolto indicherebbe infatti che il distacco dalla società stanziale irlandese è avvenuto prima della carestia, a metà del 600 circa, e confermerebbe una genetica di origini puramente e primordialmente irlandesi, escludendo la teoria del legame con altri popoli.

L’isolamento e l’abitudine delle famiglie a sposarsi tra di loro ha fatto sì che oggi la comunità non solo abbia un materiale genetico leggermente differente dal resto della popolazione, ma abbia anche nei secoli sviluppato una cultura e uno stile di vita propri e paralleli a quelli della società irlandese. Come spesso succede, la lingua ci dice molto su chi la parla: la lingua dei Pavee, la cui denominazione accademica generica è Shelta, non è una lingua importata, ma creata con materiale linguistico endogeno (principalmente gaelico e inglese modificato), e soprattutto è una lingua segreta, nata con l’unico scopo di essere incomprensibile al di fuori della comunità. Ma non è solo la lingua a caratterizzare la peculiarità dei Travellers: ci sono tradizioni musicali (struggenti voci maschili che cantano senza o con accompagnamento musicale) e artistiche (antichi, coloratissimi carri in legno affrescati), culti e riti, usanze come quella di sposarsi molto giovani, e aspetti più triviali ma molto caratteristici come un controverso gusto in fatto di moda. Anche il cattolicesimo praticato dalla comunità è una forma ibrida di religione che sfugge alle regole confessionali e alla struttura – chiesa e si mischia a credenze, miti e a una lunga tradizione orale di racconti attorno al falò popolati da fantasmi, apparizioni ed esseri sovrannaturali.

IERI E OGGI

I carri a botte trainati dai cavalli ai margini delle strade di campagna erano fino alla metà del secolo scorso parte integrante del paesaggio irlandese e casa su ruote dei Travellers. Al tempo, e in parte ancora oggi, i Travellers si dedicavano spesso a professioni specifiche come l’allevamento di cavalli, la lavorazione dei metalli, e altri lavori manuali a seconda dell’esigenza, oltre che alle elemosine porta a porta. In un’epoca in cui i lavori itineranti (maniscalchi, braccianti, stagnini, spazzacamini) erano comuni e il concetto di proprietà nelle campagne irlandesi più fluido, lo stile di vita dei Travellers era più integrabile, se non nella società, almeno negli spazi e nei mestieri richiesti dell’Irlanda rurale, come raccontano anziani Travellers in molte delle recenti interviste che sono seguite l’altrettanto recente interesse per la comunità.

Ma se si confronta il romanticismo nostalgico dei racconti delle generazioni più vecchie con la realtà dei dati statistici, si scopre che, nonostante godessero ancora negli anni Sessanta di libertà di movimento e accampamento, anche nei censimenti più antichi la mortalità infantile era molto più alta tra la comunità dei Travellers che tra il resto della popolazione, mentre le condizioni di salute e la speranza di vita molto più bassi. Se oggi questi due parametri sono leggermente migliorati (censimento 2016), pur restando differenti da quelli dei così detti settled (gli irlandesi stanziali), ne vengono introdotti altri che descrivono il disagio sociale, come il tasso di disoccupazione all’80% o l’incidenza di suicidi, che sono la causa dell’11% delle morti nella comunità.

UNA CULTURA CHE SCOMPARE, UNA DISCRIMINAZIONE CHE RIMANE

Nonostante i tanti punti di contatto linguistici e culturali tra gli irlandesi e i Travellers quindi, i secondi sembrano vivere da secoli in un mondo parallelo che ha resistito con forza alla fusione con la cultura dominante. Come si spiega? Il nomadismo ha sempre tenuto i Pavee al margine dalla vita dei settled, e anche lontani dall’educazione (le generazioni più vecchie sono ancora oggi per la maggior parte analfabete) e in modo crescente dall’integrazione nel mondo del lavoro, creando a sua volta una spirale di miseria, criminalità, emarginazione e discriminazione. Se uno stagnino analfabeta poteva trovare facilmente la sua dimensione nell’Irlanda degli anni 20, magari anche in quella degli anni 60, un uomo o una donna con un basso livello culturale e nessuna professione veramente utile alle esigenze del mondo moderno (in un paese poi che si è catapultato dal primario direttamente al terziario super avanzato), ha poche opportunità di integrarsi.

Il nomadismo nella moderna società europea, con le sue regole di proprietà, i suoi standard di comfort ed esigenze imprescindibili come l’educazione primaria, è sempre più impraticabile: con 1.355 abitazioni mobili registrate nel 2016, i Travellers che praticano ancora uno stile di vita nomade sono una minoranza. Con il graduale abbandono del nomadismo però si va perdendo l’elemento centrale e primigenio della cultura dei Pavee, e si va intensificando il desiderio e l’esigenza di trovare uno spazio nella società, ma anche la paura di essere assimilati e divorati dalla cultura mainstream e sparire dalla storia.

Ed è così che negli ultimi decenni sono nate diverse associazioni per la difesa della cultura Travellers, che hanno stimolato in generale un ethnicity discourse all’esterno e all’interno della comunità (o forse è il discorso sull’etnicità a stimolare le associazioni? Ma ad ogni modo, entrambi esistono). Questo ha portato a sua volta in Irlanda decine di fotografi (soprattutto stranieri) affascinati da questo mondo libero, ancestrale ed ermetico, ed etnologi e biologi improvvisamente stupiti del fatto che tutti si fossero dimenticati di interessarsi a questo fenomeno sociogenetico-culturale per secoli. Tutti accomunati dalla percepita necessità di documentare un mondo in trasformazione che potrebbe (o no) essere fagocitato dalla società moderna come pegno da pagare per raggiungere l’integrazione.

QUINDI: PERCHÉ È IMPORTANTE RICONOSCERE LA DIVERSITÁ?

È in questo contesto che bisogna quindi leggere il riconoscimento dell’etnicità dei Pavee e l’accoglienza entusiastica da parte della comunità: la diversità dei Travellers significa che l’integrazione deve passare attraverso la valorizzazione e l’accettazione della loro peculiarità e storia e non attraverso l’assimilazione. I Travellers non sono failed settled e casi sociali, ma parte della varietà culturale d’Irlanda.

Sulla carta. Per l’integrazione, che avvenga per assimilazione o valorizzazione, c’è ancora tanta strada da fare.

Sabina Ceffa

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