“La sorellina” di Raymond Chandler: la recensione
La sorellina
“La sorellina” (The Little Sister, 1949) di Raymond Chandler, edito in Italia da Adelphi, è uno dei romanzi più celebri del ciclo dedicato al detective privato Philip Marlowe.
È una ragazza «minuta, ordinata, dall’aria perbene, con capelli castani pudicamente lisci e occhiali dalla montatura a giorno» quella che si presenta nell’ufficio di Philip Marlowe in una calda mattina di primavera. E se lui accetta di aiutare la giovane, giunta dal Kansas in cerca del fratello scomparso, non è certo per i miseri venti dollari che si vede allungare sulla scrivania, ma per noia, o forse per curiosità – perché è chiaro, almeno per un investigatore privato scaltro come lui, che dietro «il classico aspetto da bibliotecaria» si nasconde in realtà «un’affascinante, piccola bugiarda». Nel mondo freddo e fosco di Marlowe, d’altronde, di rado le cose sono come appaiono, e meno che mai sotto le sfolgoranti luci di Hollywood, dove lo condurrà questa indagine, fra maliose starlet, imperturbabili agenti di spettacolo, gangster costretti a occultare la loro identità e cadaveri con punteruoli da ghiaccio conficcati nella nuca. La patina di glamour che avvolge la città, infatti, maschera ricatti, menzogne, vacuità morale e corruzione – quel torbido paesaggio umano che Marlowe è solito fronteggiare con le sue armi predilette: una caustica ironia e un cinico disincanto.
Il romanzo non è un semplice giallo bensì i temi narrati sono molteplici: ci racconta un Hollywood apparentemente glamour e leggera ma dominata da corruzione e violenza, la decadenza morale di alcuni personaggi, anche i più inaspettati, la solitudine e il disincanto del protagonista Marlowe ed è presente una poca velata critica all’industria cinematografica, influenzata dall’esperienza personale di Chandler come sceneggiatore.
Quando Orfamay Quest entra nello studio di Marlowe con il suo aspetto dimesso, l’aria perbene e puerile, nulla fa presagire gli avvenimenti successivi che condurranno il detective privato sempre a un passo dal pericolo letale. Orfamay vuole trovare il fratello Orrin che, dopo essersi trasferito in città, è scomparso da alcuni mesi. Ha con sé pochissimo denaro e non vuole dire al detective dove alloggia: sarà, infatti, sempre lei a chiamare o a recarsi nel suo studio per conoscere gli sviluppi del caso.
Marlowe accetta un po’ per noia e un po’ per curiosità. Da subito è chiaro che dietro la scomparsa del ragazzo si cela qualcosa di pericoloso, qualcosa che ha a che fare con una fotografia scattata, probabilmente da Orrin, con protagonisti una diva del cinema e un ex presunto gangster. Ed è evidente anche che Orfamay non è ciò che appare e che molto non gli è stato detto.
Bugie, omissioni, inganni e manipolazioni. Lo stesso lettore, che cerca di trovare un senso lineare alla storia, è da subito consapevole della sua complessità.
Lo stile di Chandler è immediatamente riconoscibile: scrive in prima persona con un linguaggio ironico e tagliente e con dialoghi realistici e brillanti. La città che ci viene raccontata, pur essendo quella sfolgorante del mondo cinema e di Los Angeles, ci immerge in atmosfere solitarie, buie, languide ma oscure. È un ambiente che riflette l’esistenza dello stesso Marlowe, una vita solitaria, a tratti annoiata e poco predisposta all’avventura ma ugualmente poca avvezza all’inerzia.
Marlowe, con il suo codice etico imperfetto ma tenace, si muove in questo universo con un disincanto che non sfocia mai nel cinismo totale: è proprio questa resistenza morale a renderlo ancora oggi una figura memorabile. A distanza di decenni, il libro conserva intatta la sua forza. Sotto la superficie del noir racconta qualcosa di universale: la fragilità dei sogni e il prezzo, spesso altissimo, che si paga per inseguirli.