Lo stallo diplomatico tra Israele e Palestina ha radici profonde.

L’altro giorno mi è capitato di leggere un interessante articolo di Ahmad Al Bazz, giornalista per +972 Magazine che vive e lavora a Nablus in Cisgiordania, pubblicato da L’Internazionale.

Nel suddetto articolo, Al Bazz si meravigliava della risposta internazionale all’annuncio del Presidente americano Donald Trump di lasciare che Israele annetta circa il 30% dei Territori Occupati allo Stato Ebraico. L’articolo, infatti, comincia con una provocazione al modo di pensare occidentale e internazionale con un esempio molto semplice di vita quotidiana in Terra Santa: quando un israeliano vuole recarsi in gita al Mar Rosso passando per i Territori Occupati, ha a sua disposizione strade e accessi sorvegliati e numerosi cartelli in ebraico che mettono in guardia i cittadini d’Israele quando passano vicino ai villaggi palestinesi, perché attraversare queste aree potrebbe essere pericoloso. Dall’altro lato, un cittadino palestinese non ha accesso a queste reti di viabilità agevolate e deve sottoporsi a decine di check point dove vengono loro richiesti permessi, documenti, motivi dell’ingresso in Israele e dove possono correre il rischio di essere mandati a casa se alcune risposte non convincono i soldati israeliani.

Valutando questo scenario e valutando gli accordi di Oslo circa la suddivisione della Palestina in tre aree (A, B e C), di cui una sotto completo controllo israeliano e le altre due sotto controllo militare israeliano, la decisione di Trump formalizza un controllo dello Stato Ebraico che si è rafforzato nel corso dei decenni. Tutto ciò non è molto dissimile dal riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele, quando Israele controlla anche gli ingressi a Gerusalemme Est e il Knesset, massima espressione della politica israeliana, è situato proprio a Gerusalemme.

La reazione da parte dei palestinesi è dunque di rabbia, non di sorpresa, come invece lo è stata quella internazionale. Tuttavia, questo è un lato della medaglia ed è una metà delle ragioni per cui Israele e Palestina hanno raggiunto uno stallo preoccupante nelle trattative diplomatiche per risolvere pacificamente le tensioni in Terra Santa. Quando nel 2005 Israele espulse tutti i coloni da Gaza, si pensava che ciò avrebbe dato un forte segnale alla controparte palestinese di voler costruire le basi per poter costruire due Stati separati per ordine politico, giuridico e legislativo, ma uniti nella pace e stabilità della regione. L’espulsione dei coloni dalla Striscia di Gaza rientrava nel progetto di disimpegno israeliano nella suddetta zona, sperando di poter raggiungere un accordo il più velocemente possibile. Non fu così. Per tutta risposta, il gruppo politico ed estremista di Hamas divenne il simbolo della lotta armata contro Israele, rendendo Gaza un territorio sovrappopolato, con una disoccupazione giovanile superiore al 50% e un fabbisogno costante di razzi da lanciare contro lo Stato Ebraico. I leader di Hamas hanno in più occasioni sottolineato di non riconoscere (e di non voler riconoscere) Israele come stato sovrano e indipendente e sono alla guida di una fitta rete di messaggi di propaganda contro lo Stato Ebraico. Messaggi che passano anche tra i cartoni animati per bambini.

In Palestina, Abu Mazen non è un leader affidabile: nonostante predichi la buona volontà di voler sostenere dialoghi e trattative di pace con la controparte israeliana, si congratula con i palestinesi che compiono attentati in Israele e dona una specie di sussidio statale alle loro famiglie.

La preoccupazione di Israele è che se il suo controllo nei Territori Occupati si allentasse e ai palestinesi venisse dato uno Stato legalmente riconosciuto, si potrebbe creare una seconda Striscia di Gaza, due Stati comandati da regimi terroristici e autoritari con Israele al centro. E per quanto la tecnologia dell’Iron Dome finanziata da Obama aiuti a proteggere Tel Aviv e altre città vicine, il sistema di difesa missilistico non è ancora in grado di proteggere il Paese da attacchi verso il centro-sud del Paese, come a Beersheva.

Alla base dei mancati negoziati vi è una profonda diffidenza nei confronti delle autorità politiche palestinesi da una parte e una linea politica israeliana che sta sempre più virando verso posizioni populiste e di destra. Infatti, l’idea di costruire un Grande Israele proviene dalle élite ortodosse che rivendicano l’intera Terra Santa come terra promessa solo al popolo ebraico.

Questa situazione di stallo potrebbe sbloccarsi verso i primi di luglio, quando Israele potrebbe ufficialmente annettere parte dei Territori Occupati, ma più che l’inizio di negoziati, sarà una manovra unilaterale.

 

Immagine: Foto di DEZALB da Pixabay

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