“L’Urlo”, recensione del cortometraggio di Francesco Barilli con Luca Magri. Remake del corto del 1966

Avila Entertainment srl  

presenta

L’Urlo

di Francesco Barilli

con Luca Magri

prodotto con il contributo di Emilia-Romagna Film Commission e MiBACT 

Tratto dall’omonimo cortometraggio del 1966

diretto da Camillo Bazzoni e prodotto da Vittorio Storaro

 

CAST TECNICO E ARTISTICO

Regia FRANCESCO BARILLI

Produttori LUCA MAGRI, PIETRO CORRADI e ANTONIO AMORETTI

Sceneggiatura FRANCESCO BARILLI

Fotografia PIERPAOLO PESSINI

Montaggio NICOLA TASSO

Costumi FRANCO SETTI

Suono NICOLA TASSO

Scenografia FRANCESCO BARILLI

 

PERSONAGGI E INTERPRETI

Paolo Caren LUCA MAGRI

La ragazza RALUCA DONTU

I poliziotti ADRIANO GUARESCHI e BAIDY KANDE

 

Genere: fantascienza

Durata: 15 minuti

Formato: 1.85 HD/colore

Suono: stereo

 E se si contrapponesse al proverbiale e troppo abusato “andrà tutto bene”, questo cortometraggio, “L’Urlo”, in cui non sempre il bene è l’elemento che emerge?

E se l’umanità non prevalesse nei momenti di crisi ma solo l’annullamento dei sentimenti e delle emozioni venisse considerato come soluzione per la salvaguardia dell’uomo?

Se leggere poesie d’amore, ascoltare musica emozionale e innamorarsi fossero illegali e non consentiti per il vivere comune?

“L’Urlo”, prodotto da Avila Entertainment con il sostegno di MiBACT ed Emilia-Romagna Film Commission, è il remake dell’omonimo e celebre corto di fantascienza del 1966.

L’opera del 1966 era diretta da Camillo Bazzoni, girata e prodotta da Vittorio Storaro e interpretata da Francesco Barilli, in questo remake, al contrario, il regista è lo stesso Barilli e il protagonista Luca Magri.

Francesco Barilli

Il corto è stato girato nuovamente nei territori di Parma e provincia con l’ausilio della tecnologia moderna.

In un futuro distopico, che tuttavia non percepiamo come totalmente estraneo, l’uomo è controllato da un regime dittatoriale che aspira all’annullamento di ogni emozione per il bene comune. La polizia di stato controlla attivamente e assiduamente, attraverso l’uso di telecamere disseminate dappertutto, i comportamenti degli esseri umani, attivandosi immediatamente nei confronti di quelli considerati fuori dalla norma.

Il protagonista del cortometraggio Paolo Caren, tuttavia, si discosta dall’abitudinario suscitando immediato allarme e il conseguente pedinamento da parte delle forze di controllo.

Paolo, infatti, camuffa il suo libro “Poesie d’amore” di Pablo Neruda, ascolta musica emozionale e si innamora: questo non è consentito dallo stato e dalle sue regole.

Nonostante nel suo vivere quotidiano assuma un comportamento freddo, simile a quello degli altri, la sua è solo una facciata, per non essere scoperto e quindi condannato al condizionamento mentale forzato, tramite l’iniettamento del siero A 18.

Il mondo rappresentato nel cortometraggio all’apparenza rimarca il mondo contemporaneo, con edifici, piazze e locali ma nella realtà è un mondo freddo, in cui per vivere nella società è necessario effettuare il controllo settimanale delle emozioni, guardare programmi televisivi e leggere libri che lo stato delibera come necessari per assurgere al conseguimento di una comunità pianificata.

Paolo, al contrario, è l’elemento che crea caos con i suoi comportamenti, correndo il rischio di suscitare nella popolazione uno stato di eccitazione e quindi di fermento.

L’idea su cui si fonda la realtà è che il benessere della comunità dipenda interamente dal compimento delle norme costituite.

Osserviamo, nel cortometraggio, l’annullamento della libertà di azione e di pensiero sotto una parvenza di ordine e salute pubblica, derivanti, tuttavia, dalla propaganda e dalla spersonalizzazione dell’uomo.

La musica di tensione rimarca come quel vivere quotidiano è solo apparenza, frutto di un controllo sull’uomo, il cui urlo rappresenta l’intera umanità, non più tale. Quando si uccide l’individualismo e le caratteristiche che rendono un uomo tale si smette di essere individuo per divenire semplicemente “qualcosa”.

“Il film del ‘66 era prodotto e fotografato da Vittorio Storaro e diretto da Camillo Bazzoni. In tre, dopo avere scritto una breve storia, per realizzarlo abbiamo fatto il lavoro che per un film avrebbero fatto in venti. Io senza essere accreditato ero anche scenografo e aiuto regista ed è stata una palestra fondamentale per potere fare questo mestiere, fondamentale quanto Prima della rivoluzione dove su quel set ho conosciuto Camillo e Vittorio che avevano il ruolo di operatori alla macchina. Le riprese di L’Urlo si sono protratte per diversi mesi tra Parma, Salsomaggiore e Roma e finalmente dopo quasi un anno di lavoro il corto fu presentato al festival di Cannes con grande sorpresa di tutti. Successivamente partecipò a tante altre manifestazioni e rivedendolo nel tempo ho sempre accarezzato l’idea di rifarlo, ma in veste di regista con l’aiuto delle attrezzature che la tecnologia di oggi ci mette a disposizione. Ho affidato il ruolo di Caren a Luca Magri (che ha anche prodotto il film), attore con cui ho fatto un horror nel 2012, e l’ho girato nella mia città cercando di fotografare una Parma futuristica e sconosciuta e sforzandomi di raccontare la stessa storia, con la differenza che nel film degli anni ‘60 si raccontava di quello che sarebbe stato il futuro mentre con il nuovo si racconta più o meno il mondo attuale”.  Francesco Barilli.

https://www.facebook.com/lurlofilm/

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