Nozze gay per la prima volta nel carcere di Rebibbia. Adriana e Camilla potranno condividere la loro intimità.

Nella società postmoderna non è ancora del tutto chiaro il mistero della sessualità o, per i più romantici, dell’Amore che, senza alcun dubbio, può assumere le vesti dell’eterosessualità, dell’omosessualità o della bisessualità.

Nel caso dell’omosessualità e bisessualità, negare o demonizzare l’una o l’altra forma significa non aver compreso la complessità del genere umano e la sfera delle pulsioni, delle passioni o dei sentimenti.

Sin dall’antichità –in Grecia e a Roma – il sesso o l’Amore non era relegato alla sola eterosessualità. E, nei secoli successivi, la psicoanalisi – da Freud a Jung – si è soffermata sul ruolo della sessualità nella formazione cosciente dell’Io dell’individuo. La storia e determinati eventi, oserei dire vergognosi per l’umanità, raccontano della paura e delle discriminazioni subite da coloro che, più naturalmente, hanno vissuto e vivono la sessualità e l’Amore diversamente dal canonico “uomo più donna”. Dalla Germania di Hitler e in tutti i contesti più o meno dittatoriali, l’omosessualità o la bisessualità erano considerate peculiarità devianti della natura umana e, come tali, era assolutamente necessario relegare ai “margini” chi ne fosse stato colpito.

Non solo, le istituzioni – con strumenti molto spesso aberranti – hanno a lungo demonizzato forme differenti della sessualità e dei sentimenti umani, ma anche la stessa psicoanalisi, in passato, ha formulato teorie che finivano per considerare sia la omosessualità sia la bisessualità delle malattie o, peggio ancora, delle psicosi.

Si è creato così un paradosso che molte società postmoderne non sono ancora riuscite a risolvere. Se nei “primitivi” contesti sociali dell’antichità, soprattutto l’omosessualità non era né demonizzata né considerata una forma deviante dei rapporti interpersonali, ma era vista come un “mezzo” per conoscere meglio sé stessi e vivere il rapporto con l’altro sesso – pensiamo a Lesbo, una delle pagine più belle dell’antichità che (paradosso) le società postmoderne non sono riuscite a far proprie – oggi non esiste ancora una visione univoca di cosa sia l’omosessualità o la bisessualità, né risulta pacifico il dato che vesti diverse della sessualità o dell’Amore sono sempre esistite.

Oserei dire che tanto l’omosessualità che la bisessualità sono lo specchio della complessità, non solo, della natura umana, ma anche, dell’equilibrio naturale per sé. In effetti, omosessualità e bisessualità sono state osservate anche nel mondo animale e sono state considerate meccanismi importantissimi per preservare le specie e delicati equilibri. Sebbene resti difficile – sia nel mondo scientifico che, soprattutto, in quello religioso, nessun escluso – paragonare l’uomo a qualsiasi altro animale, è pur vero che, non negando l’unicità del genere umano, omosessualità e bisessualità sono intimamente legate all’Uomo.

È così che nel Mondo di oggi sia l’omosessualità sia la bisessualità (e forme ancora più complesse della sfera sessuale umana, come la trans-sessualità) sono ancora viste con sospetto. Naturalmente, non si parla più di malattia ma, né la società né le istituzioni – ovvero quell’insieme di sovrastrutture che l’uomo si è dato per convivere in “branco” o gruppi – riescono ancora a progredire.

Risultano allora sbalorditivi e straordinari episodi – non proprio diffusi – in cui si riconosca ad una coppia gay e, per di più in carcere, non solo, di sposarsi, ma anche, di poter vivere la loro intimità, condividendo la stessa cella.

Accade in Italia – dove, né la Chiesa, né le istituzioni sono concordi nell’accettare l’omosessualità – nella casa circondariale di Rebibbia a Roma. Due giovani detenute – Camilla di 25 anni e Adriana poco più grande – si sono sposate. A lungo osteggiate, grazie alle unioni civili, sono state possibili le prime nozze gay. Il caso di Camilla e Adriana è anche il preludio di un dibattito – che ci si auspica non finisca nel silenzio – sulle condizioni di vita nelle carceri italiane.

La decisione del Ministero della Giustizia – che ha permesso alle novelle spose di continuare a condividere la stessa cella – permette di sperare. Si potrebbe azzardare a sostenere che, una parte dell’opinione pubblica italiana, nonostante nel nostro paese continuino violazioni sistematiche dei più elementari diritti – si pensi al problema irrisolto del sovraffollamento delle carceri – sia pronta ad accogliere uno dei cambiamenti culturali e sociali più importanti. Cambiamenti che, a lungo, sono stati osteggiati dall’assenza di politiche egualitarie e di contenuto concretamente progressista.

E già ci si pone il problema delle nozze etero in carcere e della possibilità per gli sposi di condividere, anche se detenuti, spazi di intimità.

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