Odissea di Christopher Nolan: Ulisse oltre il mito, il viaggio dell’uomo verso sé stesso

Odissea Christopher Nolan Credits: Universal Pictures

Odissea Christopher Nolan Credits: Universal Pictures

Ci sono opere che appartengono alla storia della letteratura e altre che, nel corso dei secoli, diventano veri e propri archetipi dell’immaginario collettivo. L’Odissea di Omero appartiene a entrambe le categorie: è un poema nato quasi tremila anni fa, ma anche il racconto universale del viaggio, della perdita, della sopravvivenza e del desiderio umano di tornare a casa. È una storia che ha attraversato epoche, culture e linguaggi diversi, continuando a influenzare scrittori, artisti e cineasti.

Nel 2026 è Christopher Nolan a confrontarsi con questa eredità millenaria, portando sul grande schermo una delle opere più celebri e complesse della tradizione occidentale: “Odissea” (The Odyssey), dal 16 luglio al cinema distribuita da Universal Pictures.

Regista da sempre interessato al rapporto tra tempo, memoria e identità, Nolan trova nell’Odissea un terreno narrativo profondamente coerente con la propria filmografia. Dopo il successo planetario di Oppenheimer, il regista britannico ha scelto di misurarsi con una sfida completamente diversa ma, allo stesso tempo, profondamente radicata al suo percorso artistico. Se il suo precedente lavoro raccontava la responsabilità morale della conoscenza scientifica attraverso la figura di J. Robert Oppenheimer, con Odissea torna alle origini della narrazione per raccontare il viaggio di un uomo costretto ad affrontare il destino, il cambiamento e le conseguenze delle proprie scelte.

Credits: Universal Pictures

L’immagine, il suono e la materia del mito

Per realizzare il viaggio di Ulisse, Christopher Nolan ha riunito alcuni dei suoi più importanti collaboratori, affidando la definizione dell’identità visiva e sonora del film a tre elementi fondamentali: la fotografia di Hoyte van Hoytema, la colonna sonora di Ludwig Göransson e i costumi di Ellen Mirojnick. A questi si aggiungono la cura per la scenografia, il ricorso agli effetti pratici e la volontà di costruire immagini concrete e immersive, elementi che da sempre rappresentano il cuore del cinema di Nolan.

La componente visiva di Odissea è affidata a Hoyte van Hoytema, collaboratore di Christopher Nolan in Interstellar, Dunkirk, Tenet e Oppenheimer. Con il regista condivide una costante ricerca dell’autenticità dell’immagine attraverso l’utilizzo della pellicola, della luce naturale e di ambientazioni reali. La scelta di girare il film interamente con cineprese IMAX a pellicola permette alla fotografia di valorizzare la dimensione fisica del racconto: il mare aperto, le coste, le montagne e i paesaggi attraversati da Ulisse non sono semplici scenari, ma elementi narrativi capaci di restituire la vastità e la forza quasi mitologica del mondo in cui si muove l’eroe.

A costruire la dimensione emotiva del viaggio contribuisce, anche, la colonna sonora di Ludwig Göransson, vincitore del Premio Oscar per Oppenheimer, che per il film ha esplorato sonorità ispirate al mondo antico, studiando strumenti legati alla tradizione greca come la lira e l’aulos. La sua musica non cerca una semplice ricostruzione filologica del passato, ma mira a evocare le emozioni profonde del percorso di Ulisse: la solitudine del mare, la paura dell’ignoto, la meraviglia davanti a territori inesplorati e il desiderio di ritorno verso casa.

La costruzione del mito passa, infine, attraverso i costumi di Ellen Mirojnick, già collaboratrice di Nolan per Oppenheimer. Un lavoro artigianale complesso, fatto di abiti, armature, accessori e dettagli destinati a ricostruire una società ispirata al mondo miceneo, il periodo storico tradizionalmente associato alla guerra di Troia e alla civiltà descritta nei poemi omerici. Ogni elemento visivo contribuisce così a dare forma a un universo antico ma profondamente umano.

Credits: Universal Pictures

Un’epopea mitologica tra mito e dimensione umana

Prodotto dalla società di produzione Syncopy di Christopher Nolan ed Emma Thomas e da Universal Pictures, “Odissea” viene descritto come una mythic action epic, un’epopea mitologica d’azione. Un film capace di unire la dimensione più intima e psicologica del viaggio di Ulisse alla spettacolarità di un grande racconto epico, fatto di battaglie, creature mitologiche e paesaggi immensi, restituendo sul grande schermo la forza ancestrale e avventurosa del poema omerico.

Al centro della storia troviamo Ulisse, il leggendario re di Itaca che, dopo la guerra di Troia, affronta un lungo e tormentato viaggio di ritorno verso la propria patria. Un percorso che nel poema di Omero dura dieci anni e che lo mette di fronte a creature mitologiche, divinità, tempeste e prove capaci di trasformare profondamente la sua identità.

Ma, al di là dell’avventura epica, l’Odissea è soprattutto il racconto di un uomo che cerca di ritrovare ciò che ha perduto: la propria casa, la propria famiglia e una parte di sé stesso.

A interpretare l’eroe greco è Matt Damon, alla terza collaborazione con Nolan dopo Interstellar e Oppenheimer. Accanto a lui un cast internazionale di grande prestigio che comprende Anne Hathaway nel ruolo di Penelope, Tom Holland come Telemaco, Zendaya nei panni della dea Atena, Robert Pattinson come Antinoo e Charlize Theron nel ruolo di Circe, insieme a numerosi altri interpreti tra cui Lupita Nyong’o, Jon Bernthal, Benny Safdie e Mia Goth.

Credits: Universal Pictures

L’uomo dietro il mito: il viaggio interiore di Ulisse

“Odissea” ci racconta il mito, ma ci racconta soprattutto l’uomo. L’uomo dietro il mito.

La prospettiva scelta da Nolan è diversa da quella che solitamente si associa alla figura di Ulisse: non soltanto l’eroe astuto, il condottiero capace di ingannare il nemico e trovare sempre una soluzione, ma un uomo fragile, segnato dalle proprie azioni e dalle conseguenze delle proprie scelte.

Al centro del film c’è il suo fermo e disperato desiderio di tornare a casa, da sua moglie e da suo figlio.

Ulisse, pur facendo di tutto per rientrare a Itaca, non riesce a farlo se non dopo dieci anni. Si può dare la colpa agli dèi, alle battaglie umane e marine, a Calipso che lo trattiene con sé per sette anni, ma progressivamente emerge una verità più profonda: è lo stesso protagonista a non essere ancora pronto a tornare a casa, ad affrontare pienamente ciò che ha compiuto e ciò che è diventato.

Il viaggio non è quindi soltanto una prova fisica, ma un confronto con sé stesso.

Il cavallo di Troia, il suo celebre stratagemma, viene nel film visto non soltanto come un simbolo di intelligenza e astuzia, ma come la causa scatenante di un cambiamento profondo: la nascita di un nuovo mondo segnato dalla violenza, dai soprusi e dalla brutalità.

La vittoria di Troia porta con sé un peso che Ulisse dovrà imparare ad affrontare.

Come si può tornare da chi si ama, se nemmeno noi stessi riusciamo più a riconoscerci nella nostra dimensione umana?

Nolan racconta così il viaggio di un uomo, prima che verso la propria terra, verso sé stesso.

Sono necessari per Ulisse quei dieci anni di “ritorno a casa” per ritrovare il proprio io, per accettare il destino, per comprendere i propri limiti e per imparare ad affidarsi, lasciando andare quella necessità di controllo che lo ha sempre caratterizzato.

Credits: Universal Pictures

Penelope: la forza di chi aspetta

E Penelope?

Penelope tesse la sua tela, ma non è una figura marginale o una donna semplicemente in balia dei suoi pretendenti.

Penelope trascorre vent’anni senza il suo Ulisse e dimostra la propria capacità di governare in un mondo popolato da uomini. La sua attesa non è passività, ma una forma di resistenza: è il tentativo di difendere la propria casa, la propria identità e il proprio ruolo in una società che cerca continuamente di sottrarle potere.

Penelope urla il suo dolore, la sua impossibilità di dimostrare pienamente la propria forza in un mondo che non accetta la sua solitudine.

Non vuole un Re. Lei vuole Ulisse.

È proprio questo uno degli aspetti più profondi dell’adattamento di Nolan: il ritorno a casa non è soltanto il desiderio dell’eroe, ma anche quello di chi è rimasto ad aspettare, di chi ha dovuto vivere l’assenza e trasformare la sofferenza in forza.

Quando, prima di partire, Penelope chiede a Ulisse di prometterle che tornerà, la sua risposta è:

“E se non potessi?”

È una frase che racchiude il cuore del film: l’impossibilità del ritorno non è più soltanto fisica ma, soprattutto, morale, etica e umana.

Ulisse teme non soltanto di non riuscire a raggiungere Itaca, ma di non essere più l’uomo che Penelope ha lasciato partire.

Credits: Universal Pictures

Il ruolo delle donne: Atena ed Elena

Nell’adattamento di Nolan è fondamentale evidenziare il ruolo delle donne.

Da Atena, che accompagna Ulisse nel suo percorso e rappresenta una presenza fondamentale nel suo cammino di ricongiungimento, a Elena, che da sempre è stata ritratta dalla tradizione come la causa della guerra di Troia, ma la cui dimensione umana è stata spesso lasciata in secondo piano.

Nolan guarda anche a queste figure oltre il mito, interrogandosi sulle loro scelte, sui loro desideri e sul loro ruolo all’interno di una storia per secoli raccontata soprattutto attraverso lo sguardo degli uomini.

Credits: Universal Pictures

Telemaco: il figlio alla ricerca del proprio destino

Una grande importanza ricopre la figura di Telemaco, figlio di un padre che non ha mai conosciuto davvero, di cui non conserva un ricordo concreto, ma che continua a inseguire attraverso il racconto degli altri.

È un figlio chiamato a trovare il proprio destino, ma che fatica a esprimere pienamente la propria forza perché vive all’ombra di un padre diventato leggenda prima ancora di poter essere semplicemente un uomo.

Telemaco non deve soltanto attendere il ritorno di Ulisse: deve costruire la propria identità in relazione a un’assenza.

Il peso del nome del padre è contemporaneamente un’eredità e una responsabilità, qualcosa che lo definisce ma che rischia anche di impedirgli di trovare la propria voce.

Accanto a lui c’è Penelope, esempio di intelligenza e sagacia, una madre che attraverso la propria forza dimostra al figlio che il coraggio non appartiene soltanto agli eroi che combattono, ma anche a chi resiste, attende e protegge ciò che ama.

Telemaco rappresenta così l’altra faccia del viaggio: non quello di chi deve tornare, ma quello di chi deve imparare a vivere senza aver mai avuto davvero un punto da cui partire.

Credits: Universal Pictures

Un’Odissea di uomini, promesse e responsabilità

“Odissea” è un’opera per certi versi brutale e sanguinosa – come naturalmente è il poema di Omero – ma è soprattutto la storia di uomini e donne dominati da desideri, paure, ossessioni e turbamenti.

Nolan non elimina la dimensione epica e mitologica del racconto ma la attraversa per arrivare al suo nucleo più umano.

Quando Ulisse si fa legare all’albero della nave per ascoltare il canto delle sirene e gli viene chiesto cosa abbia udito, la sua risposta è lapidaria:

“Era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto.”

In quella frase si concentra tutto il peso del viaggio.

Perché quando le promesse vengono meno, viene meno anche l’onore e la capacità di guardarsi dentro, accettando tutto il dolore e tutto il male che si possono trovare.

Il canto delle sirene non rappresenta soltanto una tentazione esterna, ma il confronto con ciò che Ulisse porta dentro di sé: le scelte compiute, le persone perdute, le responsabilità che non può più evitare.

Solo quando l’uomo rinuncia alla lotta continua, al bisogno di controllo e all’assunzione di responsabilità che non gli appartengono, riesce davvero a vivere e quindi a tornare a casa.

Un insegnamento che attraversa il mito e arriva fino al presente.

Credits: Universal Pictures

Il ritorno a casa come viaggio dell’anima

È fondamentale guardare Odissea di Christopher Nolan cercando di osservare l’aspetto più intrinseco dell’opera.

Un film ovviamente colossale, costruito attraverso una straordinaria ambizione visiva e tecnica, ma soprattutto un’opera capace di apportare al poema di Omero una nuova dimensione: più umana, più fallace, più vera e più vicina all’esperienza contemporanea.

Christopher Nolan non racconta soltanto il viaggio di Ulisse attraverso mari sconosciuti, mostri e divinità. Racconta il viaggio di un uomo che deve imparare a riconoscersi nuovamente, ad accettare il proprio passato e a comprendere che il ritorno più difficile non è quello verso una terra lontana, ma quello verso sé stessi.

Perché, forse, il vero significato dell’Odissea è proprio questo: non sempre è facile far ritorno a casa.

Credits: Universal Pictures

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