Origi, la finale di Champions e le sliding doors della vita

È l’87’ minuto di gioco della finale di Champions League 2018/2019. Dopo una serie di rimpalli in area di rigore, il pallone giunge a Divock Origi. L’attaccante belga ha tutto il tempo di controllarlo, allagarselo sul sinistro, mirare e calciare verso la rete. Il suo tiro è ad incrociare, diretto verso il secondo palo, proprio lì dove Lloris non può fare davvero nulla. È il 2-0 per il Liverpool di Klopp, che vince la sesta Coppa dei Campioni dei suoi 127 anni di vita, battendo il Tottenham ed entrando ancora una volta nella leggenda del calcio.

Ma questa è solo la fine della nostra storia. Una storia che non riguarda tanto Klopp o il suo Liverpool. Ma un giocatore in particolare. Esattamente quello che ha realizzato il 2-0. E che, quasi un mese prima, aveva segnato una doppietta contro il Barcellona ad Anfield, mettendo la sua firma sull’incredibile rimonta dei Reds, che ha permesso loro di accedere alla finale di Champions.

Sì, perché la storia di Origi è molto più interessante di qualsiasi cosa si possa dire sulla partita a livello tecnico o tattico. In particolare, per la presenza di una serie di assurde e improbabili sliding doors. Che in qualsiasi momento avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi, impedendo al Liverpool di vincere questa Coppa dei Campioni. E che invece sono andate tutte nella direzione giusta. Quella che ha portato alla fine Divock Origi a scrivere una pagina indelebile nella Storia dei Reds e del calcio.

Se non avessi fatto il calciatore, forse sarei diventato uno psicologo” (intervista di Divock Origi al Guardian il 12 maggio 2017)

È il primo giugno del 2019. Un sabato sera qualunque, in teoria. Divock si affaccia alla finestra del suo studio, intento a guardare la pioggia battente che sta inondando le strade di Ostenda. L’acqua scende dal cielo scrosciante, producendo un suono molto simile ad un veloce rullio di tamburi.

Divock ne rimane quasi rapito, mentre aspetta l’ultimo paziente di giornata. Non è stato un sabato semplice per lui. Ha fatto terapia con diverse persone, tra cui un paio di bambini. A volte, pensa davvero di lasciar perdere tutto e scappare via da quel paesino dimenticato dal mondo, dove è nato e cresciuto senza riuscire a capire realmente cosa fare della propria vita.

Ancora oggi, il suo rimpianto più grande è quello di non aver seguito il suo sogno. Quello di diventare un calciatore professionista. Ah, quanto gli sarebbe piaciuto… Tra l’altro, sembrava veramente molto promettente da ragazzino. Tutti i suoi allenatori gli avevano sempre prospettato un futuro roseo davanti.

Poi, però, il senso di responsabilità aveva prevalso in lui. E così aveva preferito continuare gli studi, piuttosto che perdere tempo dietro ad un pallone, senza avere la garanzia di riuscire a sfondare. Eppure, se solo avesse avuto un pizzico in più di coraggio, chissà. Forse ora starebbe giocando in qualche squadra della Premier League, segnando gol a ripetizione…

D’un tratto, si ricorda che quella sera è in programma la finale di Champions League. Barcellona-Tottenham. Che partita emozionante. Se solo arrivasse quest’ultimo cavolo di paziente, forse farebbe in tempo ad arrivare a casa per vedersela. Ma purtroppo il tempo passa ed il tizio tarda a presentarsi nel suo studio. Sicuramente sarà stato bloccato dalla pioggia. E così Divock può solo continuare a guardare fuori dalla finestra l’acqua cadere giù. Mentre immagina cosa stia succedendo nel frattempo a Madrid, tra Barcellona e Tottenham.

Belgio-Russia 1-0 (gol di Origi all’88’ minuto di gioco)

È il 2 giugno del 2019. In Francia, si affrontano Dijone e Lens. Una sfida che vale la stagione. Bisogna vincere per essere promossi in Ligue 1. Il Dijone ci arriva meglio, grazie all’1-1 fuori casa dell’andata. Ma il Lens non ha intenzione di mollare proprio sul più bello.

In panchina, per il Dijone, c’è un giocatore di origini keniote. Ha 24 anni ed un passato da giovane promessa del calcio belga. Il suo nome è Divock Origi.

Il suo sguardo è triste in questo momento. Mentre guarda indifferente la partita svolgersi davanti ai suoi occhi, pensa alla sera prima. Insieme ai suoi compagni, aveva visto la finale di Champions League. Liverpool-Tottenham. Che partita incredibile.

Il Liverpool stava vincendo 1-0 grazie ad un gol di Salah su rigore. Ma non era riuscito a raddoppiare, nonostante avesse avuto qualche buona occasione per farlo. E così, proprio all’ultimo secondo, Fernando Llorente ha staccato più in alto di tutti su un cross dalla destra di Trippier e ha segnato la rete dell’1-1. Permettendo al Tottenham di vincere poi la sfida ai calci di rigore.

Al gol dello spagnolo, tutti i suoi compagni hanno esultato come dei pazzi. Ma lui, invece, è rimasto immobile. Quasi pietrificato dall’amarezza. Non riusciva a togliersi di dosso un pensiero. Un po’ assurdo certo, ma comunque abbastanza realistico da risultare difficile da mandare via. E se ci fosse stato lui, lì a Madrid con la maglia del Liverpool, pronto a buttare dentro una delle tante occasioni avute dai Reds nel secondo tempo?

In fondo, qualche anno prima, era stato davvero vicino a trasferirsi in Inghilterra. Era l’estate del 2014. Origi era reduce da un’ottima stagione al Lille. Tanto da essere stato convocato in Nazionale per giocare i Mondiali in Brasile. Il 22 giugno si giocava Belgio-Russia. L’allenatore lo aveva mandato in campo al 57′ minuto, al posto di uno spento Lukaku.

A soli due minuti dalla fine, Hazard si fece largo sulla sinistra, superando un paio di avversari. Arrivò sul fondo e mise la palla dietro, proprio sui piedi di Origi. Il centravanti belga era solo. Si posizionò velocemente per il tiro e impattò il pallone di prima intenzione, pregustando già il sapore del gol… Ma la sua conclusione, invece di entrare in porta, finì altissima sopra la traversa. Impedendo al Belgio di vincere la partita. E creando i presupposti per la sua eliminazione già nei gironi eliminatori.

In tribuna, quel giorno, c’erano proprio alcuni osservatori del Liverpool. Divock sapeva dal suo procuratore che i Reds avevano mostrato un forte interesse per il suo cartellino. Quella era l’occasione per dimostrare a loro che non si sbagliavano a voler puntare su di lui. E invece aveva sprecato incredibilmente tutto.

In quel Mondiale, Origi non giocò più. E, dopo quella terribile esperienza, fece fatica pure con la maglia del Lille nelle stagioni successive. Non riusciva più a ritrovare la fiducia nelle proprie qualità. Tanto da finire a giocare nel Dijone in Ligue 2. Per questo, non è riuscito proprio ad esultare per il gol di Llorente. Perché in fondo al proprio cuore Divock sa che lì a Madrid, a segnare a pochi minuti dalla fine in quella assurda finale di Champions League, avrebbe dovuto esserci lui.

Origi passa al Wolverhampton” (possibile cessione non concretizzata a gennaio)

È il 12 maggio del 2019. Ultima giornata di Premier League. Liverpool-Wolverhampton. Ad Anfield, i Reds hanno in teoria ancora una piccola possibilità di vincere il campionato. Ma molto dipende dal Manchester City, che deve perdere contemporaneamente sul campo del Brighton. Difficile, se non impossibile.

Durante il riscaldamento, però, Klopp sembra non pensare molto alla partita. Infatti, pare più che altro assorto a guardare un giocatore della squadra avversaria, intento a fare i soliti esercizi pre-gara. Si tratta di Divock Origi, attaccante belga che lui ha ceduto a gennaio proprio ai Wolves per 22 milioni di sterline.

Ad un certo punto, l’allenatore tedesco gli si avvicina e gli sussurra qualcosa all’orecchio, coprendo la bocca alla vista delle telecamere. “Se ti avessi tenuto, sono sicuro che ora saremmo in finale di Champions“.

Sì, perché pochi giorni prima il Liverpool aveva affrontato il Barca ad Anfield, in una semifinale di ritorno da brividi. In cui i Reds erano andati vicinissimi all’impresa di rimontare la sconfitta per 3-0 dell’andata, nonostante le assenze di Salah e Firmino. Vincendo 2-0 e sfiorando più volte il terzo gol, senza però riuscire a farlo.

Origi è incredulo. Quelle parole lo colpiscono profondamente. Eppure, era stato lo stesso Klopp ha mandarlo via a gennaio, dicendogli che non avrebbe avuto alcuna possibilità di giocare nel Liverpool con giocatori così forti come concorrenti nel suo ruolo.

Ma allora perché gli ha detto quelle cose proprio adesso? Era sincero? O stava solo cercando di distrarlo prima della partita? No, Jurgen non lo avrebbe mai fatto. Forse pensa realmente quello che gli ha appena detto. Forse è vero che, se solo avesse insistito per rimanere con la maglia dei Reds a gennaio, si sarebbe qualificato da protagonista per la Finale di Champions League.

E chissà a quel punto cosa sarebbe successo a Madrid contro il Tottenham. Può darsi addirittura che alla fine lui sarebbe entrato in campo e avrebbe segnato ancora una volta il gol della vittoria. Conquistando così il primo trofeo della propria carriera, regalando al Liverpool la sesta Coppa dei Campioni della sua storia ed entrando definitivamente nella leggenda.

Leonardo Gilenardi

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