Recensione del film “La Partita” del regista Francesco Carnesecchi.

Un calcio di rigore è in grado nello sport, così come nella vita, di decidere il senso di una partita e di un’esistenza.

Quel calcio di rigore che Antonio sta per calciare sarà fine e rinascita, ma, soprattutto, cambiamento: per chi lo vive e per chi si fa vivere.

 “La Partita”, del regista Francesco Carnesecchi, è un’opera per veri amanti del calcio, di quello “nostrano” in cui la passione si manifesta attraverso un linguaggio vivo e pulsante ma, soprattutto, è un film che tutti possono comprendere per le storie che narra e che si incontrano su un campo di pallone.

Su quel campo si gioca la partita di campionato della società “Sporting Roma”, una squadra della periferia romana, capitanata da Claudio (Francesco Pannofino), che non ha mai vinto nulla.

Claudio si dedica con passione ai suoi ragazzi, crede fermamente in quella partita. Chi, invece, ha smesso di crederci è Italo (Alberto Di Stasio), il presidente dello “Sporting”, pieno di debiti per un figlio che sembra non comprendere la situazione economica della società sportiva. Egli cercherà, inizialmente, di scommettere sulla loro stessa perdita ma per circostanze avverse sarà costretto a puntare tutto su una vittoria, insperata e illusoria.

Italo farà una scommessa con il futuro, in cui il proprietario di un chiosco, interpretato da un sempre magnifico Giorgio Colangeli, diverrà il suo castigatore e destino.

Su tutti, tuttavia, vi è Antonio (Gabriele Fiore), capitano della squadra, con il sogno di diventare un calciatore professionista; sarà lui a dover fare i conti con sé stesso e con la “scelta”: quella tra la famiglia ed i suoi sogni. Antonio, infatti, si ritroverà immischiato in una scommessa in cui le sorti dei suoi affetti saranno determinanti.

“La Partita” è un film in cui la musica è un elemento importante, accompagna ogni momento della vicenda, creando suspence; a volte quest’ultima sembra troppa ma al termine della storia si comprenderà come un’opera apparentemente “leggera” è, in realtà, rappresentazione di un dramma italiano.

Sulla scena, tra gli spalti, osserviamo il variegato universo di genitori, amici, conoscenti che litigano per un nonnulla e con il gusto piacevole di una domenica che deve passare.

Apparentemente solo Claudio sembra rappresentare l’aspetto buono della vicenda: è un uomo che è stato appena licenziato e che tenta, nonostante un figlio in arrivo, di non lasciarsi incapsulare in un lavoro non voluto. Egli imperterrito continua a credere nella squadra, malgrado la realtà circostante appari “marcia”.

Il campo di calcio diviene il palcoscenico di un dramma, manifesto e non, che ognuno degli astanti vive.

Il sudore, le scelte, la fatica sono metafora di esistenza.

Sulle note di “Buona Domenica” di Antonello Venditti, l’Italia, mostra ancora una volta di “essere una repubblica fondata sul pallone” ma incapace di elevarsi dalla fallacia umana.

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