Recensione di “Sherlock Holmes e i delitti di Jack lo squartatore” in scena al Sala Umberto fino all’8 marzo

Lo spettacolo “Sherlock Holmes e i delitti di Jack lo squartatore”, in scena al Sala Umberto fino all’8 marzo, accoglie lo spettatore con la consueta sigla del più famoso investigatore, proiettata come fosse quella di un film e con l’entrata sul palcoscenico del famigerato Sherlock Holmes, uomo dotato di acume ed intelligenza fuori dall’ordinario e da una buona dose di allucinazioni a causa della droga ingerita quotidianamente.

ph Luigi Cerati

L’anno in cui ci troviamo è il 1888 e la città è Londra. Tutto procede in casa secondo lo “straordinario” ritmo di Holmes e del suo aiutante Watson.

Sherlock indossa il suo consueto cappotto mentre Watson il suo inseparabile bastone.

Sopraggiunge a Baker Street 221b l’ispettore Lestrade, uomo dedito ai piaceri del corpo (frequenta una prostituta nonostante il matrimonio) e della carne (il suo fisico ne è evidenza).

L’omicidio di quattro prostitute nel quartiere di Whitechappel sta scuotendo la città da mesi ed una quinta vittima richiede l’intervento di Sherlock e di Watson. Una vittima che si differenzia per le modalità con cui è stata uccisa e che insospettisce Lestrade.

ph Luigi Cerati

La risoluzione degli omicidi sarà ricca di sospetti, indagini e interrogatori. Sulla scena molti personaggi faranno il loro ingresso, trascinando con sé il sospetto: Herman, disegnatore alcolizzato, Irene Andler, cantante da poco rimasta vedova di un uomo ricco ed antica “conoscenza” di Sherlock, una prostituta amica dell’ispettore Lestrade, una donna che pulisce la taverna nella strada dove avvengono gli omicidi, il medico legale che tranquillamente riesce a cibarsi davanti al cadavere di una giovane donna sfigurata, il ministro che non si svela mai del tutto, la signora Hudson costretta a “subire ma non troppo” le estrosità del suo inquilino.

ph Luigi Cerati

La pièce, del regista Ricard Reguant, ha un ritmo troppo lento e poco adatto ad un teatro. L’impressione è che l’opera sia stata pensata come fosse un film o un episodio di una serie televisiva su Sherlock Holmes, causando l’impossibilità di sostenere i ritmi teatrali, completamente diversi da quelli cinematografici o televisivi. L’uso delle tante musiche in sottofondo (Pep Sala) o delle scene di combattimento, simulate non perfettamente, rende lo spettacolo ancor più estraniante, non consentendo di godere appieno dello svolgimento della vicenda.

ph Luigi Cerati

L’interpretazione meglio riuscita è sicuramente quella di Francesco Bonomo, interpretante John Watson mentre Giorgio Lupano non convince molto nel ruolo di Sherlock, troppo poco sostenuta la sua recitazione e si evince la quasi totale estraneità al mondo teatrale di Rocio Munoz Morales.

Un plauso va alle luci, in grado di restituirci l’eleganza, il mistero e la “fumosità” di una Londra dell’800, in balia dei suoi abitanti e delle sue perversioni.

ph Luigi Cerati

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