Rico Mendossa, la rinascita di un artista tra musica e consapevolezza – L’intervista

Rico Mendossa

Rico Mendossa

«Non ho avuto paura di sparire». È da questa affermazione che prende forma il nuovo capitolo artistico di Rico Mendossa, inaugurato il 15 maggio con “R.I.C.O.” e proseguito il 5 giugno con “Trovati un lavoro”, realizzato insieme a Guè, fino ad arrivare a “4 Luglio”, il nuovo singolo in uscita il 3 luglio. Tre brani diversi, ma uniti da un unico filo conduttore: il racconto di un artista che ha scelto di rallentare, allontanarsi dal rumore e rimettere al centro la propria crescita umana prima ancora di quella musicale.

Se R.I.C.O. ha segnato il punto di ripartenza, raccontando il coraggio di fermarsi per ritrovare sé stessi, Trovati un lavoro ne amplia la riflessione. Nel brano, realizzato insieme a Guè, Rico Mendossa guarda alla società contemporanea e alla ricerca del successo a ogni costo, contrapponendo alla cultura dei facili guadagni il valore della passione, dell’impegno e della costruzione di un percorso autentico. Una traccia conscious dal forte impatto, scelta anche come sigla del podcast Street Mindset, che conferma la volontà dell’artista di mettere al centro contenuti e consapevolezza senza rinunciare all’energia del rap.

È proprio questa evoluzione il cuore della nostra intervista. Rico Mendossa racconta il lavoro compiuto su sé stesso, il rapporto con l’ego, la scelta di lasciare Torino e trasferirsi a Ibiza, il valore dell’indipendenza artistica e il legame con Guè, figura che considera fondamentale nel proprio percorso umano e professionale. Al centro del dialogo c’è anche la sua idea di musica come strumento di espressione autentica, capace di raccontare ciò che si vive prima ancora di ciò che si possiede, e la volontà di affiancare all’attività discografica progetti come Street Mindset, il mental coaching e la De Rua Academy, con l’obiettivo di trasformare la propria esperienza in un’occasione di confronto e crescita per gli altri.

A chiudere questo primo capitolo sarà 4 Luglio, il nuovo singolo in uscita il 3 luglio e probabilmente il brano più intimo della sua carriera. Dedicato alla figlia nata il 4 luglio 2025, il pezzo si presenta come una lettera aperta che attraversa il passato, le fragilità e la scoperta della paternità, trasformando il dolore in una nuova possibilità di rinascita. Un tassello che completa idealmente il cammino iniziato con R.I.C.O. e proseguito con Trovati un lavoro, confermando la volontà di Rico Mendossa di raccontarsi senza filtri e di mettere al centro, prima ancora dell’artista, la persona.

In questa intervista ci ha parlato della sua evoluzione personale e artistica, della collaborazione con Guè, del lavoro sull’ego, dell’importanza dell’indipendenza, del suo processo creativo e di ciò che oggi significa, per lui, avere davvero successo. Un confronto sincero che restituisce il ritratto di un artista profondamente cambiato, capace di trasformare la propria esperienza in una riflessione che va ben oltre la musica.

  • “Trovati un lavoro” è il nuovo singolo, che ti vede nuovamente al fianco di Guè. Da quale esigenza nasce il brano?

In realtà la traccia con Guè non nasce da un’esigenza specifica, ma più semplicemente da un rapporto di stima che negli anni si è consolidato anche al di fuori della musica. Ci siamo ritrovati a collaborare in diverse occasioni: dal podcast Street Mindset a eventi legati al freestyle, fino ad attività parallele dove, pur non essendo coinvolta direttamente la discografia, abbiamo avuto modo di confrontarci e lavorare insieme. Ci siamo incontrati più volte anche a Ibiza e proprio durante uno di questi momenti, prima di un suo live, ci siamo fermati a mangiare insieme. Da quella chiacchierata è nata spontaneamente la voglia di fare un’altra traccia. Non c’era una strategia particolare dietro, né la necessità di costruire qualcosa a tavolino. È stato un processo molto naturale, figlio di una stima reciproca che si è costruita nel tempo. Per me, chiaramente, è sempre un onore averlo all’interno dei miei progetti. Parliamo di un artista che ha segnato la storia del rap italiano e che, negli anni, mi ha sempre dimostrato rispetto, supporto e grande disponibilità. Di questo gli sarò sempre grato.

  • Il brano sembra andare in una direzione opposta rispetto a molta parte del rap contemporaneo. È una scelta voluta?

In realtà è qualcosa che mi porto dentro da sempre. Probabilmente perché sono figlio di un’altra epoca del rap, un periodo in cui l’obiettivo principale non era mostrare ciò che avevi, ma raccontare ciò che vivevi. C’era il bisogno di dire qualcosa, di sfogarsi, di riscattarsi, di lasciare un messaggio. Per questo motivo non ho mai sentito davvero mia la cultura dell’ostentazione. Non la giudico, perché ognuno è libero di esprimersi come preferisce, ma semplicemente non mi appartiene. Anzi, a volte l’ho vista quasi come un limite più che come un valore, soprattutto quando finisce per sostituire il contenuto. La mia visione della musica è sempre stata diversa. Sono consapevole che fare determinate scelte abbia un peso anche all’interno dell’industria e possa influenzare il percorso di un artista, ma allo stesso tempo mi sento totalmente in pace con me stesso. Non saprei fare musica in un altro modo. Per me una canzone nasce quando hai davvero qualcosa da dire, qualcosa da condividere o da elaborare. La musica è sempre stata uno strumento di espressione prima ancora che di esposizione. Tutto il resto, per quanto mi riguarda, viene dopo. Se hai qualcosa di materiale da mostrare, va benissimo, ma non credo che quello da solo possa sostenere una carriera o lasciare qualcosa alle persone. Quello che resta, alla fine, è sempre ciò che sei riuscito a trasmettere.

  • Il brano è anche la sigla del tuo podcast “Street Mindset”. Si influenzano tra loro le tue attività?

Sì, assolutamente. La sigla di Street Mindset nasce inizialmente proprio come sigla del podcast. Doveva essere una traccia provocatoria, capace di rappresentare il tono e l’identità del progetto. Poi, ascoltandola e lavorandoci insieme a Cosimo, ci siamo resi conto che aveva le caratteristiche per diventare qualcosa di più. Da una parte per la componente satirica e il messaggio contenuto nel brano, dall’altra per la produzione dei Wairaki, che secondo me vestiva perfettamente quel tipo di racconto. Le mie diverse attività si influenzano inevitabilmente tra loro, ma in maniera molto naturale. Alla fine fanno tutte parte dello stesso percorso evolutivo e hanno un ruolo ben preciso nella mia vita. L’artista, il podcaster e il mental coach non sono tre identità separate che competono tra loro. Sono semplicemente
tre strumenti diversi attraverso cui esprimo la stessa visione. Nessuna di queste attività ostacola l’altra. Anzi, si completano. Sia il podcast che il percorso che sto sviluppando nel coaching continuano a operare all’interno del mondo della musica, quindi esiste una forte coerenza tra tutto quello che faccio. Ci sono aspetti della carriera artistica che inevitabilmente ruotano attorno ai dischi, alle uscite e alle dinamiche dell’industria musicale. A volte però questi spazi non permettono di esprimere completamente tutto ciò che penso o che vorrei trasmettere. Ed è proprio lì che il podcast e il coaching assumono un ruolo fondamentale. Mi permettono di dare valore all’esperienza accumulata negli anni, di condividere strumenti, errori, competenze e soprattutto di aiutare altre persone a trovare una direzione. Oggi sento che il mio percorso non riguarda più soltanto la musica che faccio, ma anche il contributo che posso lasciare attraverso la musica.

  • A un certo punto del tuo percorso hai scelto di allontanarti da tutto, anche da ciò che ti definiva agli occhi degli altri. Se dovessi dirlo oggi senza filtri: cosa perdi quando sparisci da un sistema, e cosa invece non saresti mai riuscito a trovare restando dentro?

Questa è probabilmente una delle domande più importanti, perché riguarda qualcosa che ancora oggi continuo a ricercare. Negli ultimi anni ho capito che una delle sfide più grandi della vita è riuscire a non identificarsi completamente in ciò che si fa, nei risultati che si ottengono o nei ruoli che si ricoprono. Per molto tempo anch’io mi sono identificato nell’artista, nei numeri, nel riconoscimento delle persone, nelle conferme esterne. Oggi invece sto cercando qualcosa di diverso. Sto cercando di non identificarmi più in nulla di tutto questo e di avvicinarmi il più possibile a quello che considero il mio vero sé. Al mio essere. Quando decidi di allontanarti da un sistema, da un ambiente o da una routine che ti ha definito per anni, attraversi inevitabilmente un periodo complesso. Perdi riferimenti, abitudini e sicurezze. Ma col tempo ti accorgi che gran parte di ciò che perdi non era davvero essenziale. Era semplicemente molto visibile. Molto appariscente. Quello che invece trovi è qualcosa di molto più prezioso. Trovi spazio mentale. Trovi tempo. Trovi silenzio. E soprattutto trovi le condizioni necessarie per capire chi sei davvero. Quando corri continuamente, quando sei sempre immerso negli impegni, nelle aspettative degli altri e nella ricerca di approvazione, finisci spesso per vivere una vita che risponde più ai bisogni esterni che ai tuoi. Ti ritrovi a inseguire consenso, accettazione e conferme dimenticandoti di ascoltare te stesso. Allontanarsi, per me, ha significato proprio questo: ritrovare il tempo da dedicare a me stesso. Ritrovare spazio per la creatività, per la riflessione e per tutto ciò che nella frenesia quotidiana viene soffocato. C’è una frase che mi ha fatto riflettere molto in questianni: “Non puoi dipingere una tela che è già completamente scarabocchiata.” Hai bisogno di una tela pulita. E credo che il distacco serva esattamente a questo. A ripulire quella tela. A togliere il rumore, le aspettative e le sovrastrutture. Per poi ricominciare a dipingere qualcosa che assomigli davvero a ciò che sei.

  • Con Guè è la tua terza collaborazione. Che cosa rappresenta per te, oggi, una figura che ha attraversato più di vent’anni di storia del rap italiano?

Per me Cosimo rappresenta una figura importante, prima di tutto perché sono cresciuto ascoltando la sua musica. Quando sei ragazzo immagini certi artisti in un modo e poi, col tempo, hai la possibilità di conoscerli davvero. Il fatto che una persona si riveli esattamente per quella che immaginavi, se non addirittura migliore, ha un valore enorme. Non parlo a livello di numeri o di carriera. Parlo a livello umano. Di esperienza. Di esempio. Credo che molti artisti più giovani dovrebbero osservare di più questo aspetto. Non tutti, chiaramente, ma spesso vedo mancare quell’umiltà che invece accomuna tanti artisti che hanno davvero costruito qualcosa di importante. Per questo Cosimo è stato una figura significativa nel mio percorso, così come lo sono stati altri artisti della sua generazione che nel tempo sono diventati anche amici. È stato importante soprattutto in alcuni momenti particolari, quelli fatti di dubbi, incertezze e scelte difficili. Quando costruisci qualcosa da indipendente e senza particolari supporti esterni, capita di chiederti se stai andando nella direzione giusta. In quei momenti ricevere un attestato di stima, un complimento o semplicemente una parola di incoraggiamento da una persona che rispetti può avere un peso importante. Ti ricorda che stai facendo bene. Ti ricorda di continuare. Poi io non sono una persona che vive di complimenti. Anzi, spesso preferisco chi è in grado di farmi una critica costruttiva, perché è lì che si cresce davvero. Però quando un riconoscimento arriva da un artista come Guè, che ha attraversato e influenzato diverse generazioni del rap italiano, fa inevitabilmente piacere. E in alcuni momenti può darti quella forza in più per continuare il percorso.

  • Quanto ha inciso il percorso indipendente nella tua evoluzione artistica?

Assolutamente sì. Credo che questa evoluzione sia stata fortemente influenzata dal mio percorso indipendente. Tolti i due anni trascorsi con Thaurus, che considero comunque una scelta giusta e necessaria dopo tanti anni di lavoro, il resto della mia carriera si è sviluppato completamente da indipendente. Quando ho firmato sapevo già abbastanza bene come funzionava il settore e sentivo che fosse un passaggio da fare. Non tanto per una necessità artistica, quanto per comprendere meglio alcune dinamiche dell’industria e crescere anche sotto il profilo professionale. Paradossalmente, quell’esperienza mi ha lasciato più insegnamenti sul music business che sulla musica stessa. Mi ha permesso di capire cosa succede dietro le quinte, come vengono prese determinate decisioni, quali sono gli equilibri che regolano il settore e quanto sia importante conoscere il lato imprenditoriale di questo lavoro. Come dico anche in una traccia di Self Made, ho avuto la possibilità di comprendere davvero le dinamiche del gioco. E per me era fondamentale. Detto questo, il filo conduttore del mio percorso rimane l’indipendenza. Se guardo agli altri tredici anni della mia carriera, vedo una direzione molto coerente. I TDS sono stati il mio primo gruppo e una delle persone con cui l’ho fondato, Poli, è ancora oggi al mio fianco, anche se in una veste diversa. Continuiamo a collaborare e condividiamo ancora progetti professionali insieme. Questo dimostra quanto, al di là delle evoluzioni personali, ci sia sempre stata una continuità nel mio percorso. Ho fatto cose giuste e ho commesso errori. Ho vissuto momenti molto positivi e altri più complicati. Ma tutto questo mi ha permesso di rimanere autentico. E credo di esserlo stato anche durante il periodo in etichetta. Non sono mai stato l’artista prioritario all’interno della struttura, ma ho sempre trovato persone che mi hanno lasciato esprimere la mia visione e portare avanti le mie idee. Per questo, guardando indietro, non vedo versioni diverse di Rico. Vedo semplicemente delle evoluzioni. La direzione è sempre stata la stessa. Sono cambiati gli strumenti, le consapevolezze e le competenze, ma il nucleo di ciò che sono è rimasto coerente lungo tutto il percorso.

  • Nel 2023, con “SELF MADE”, scrivevi: “Per sentirmi nuovamente libero ho deciso di scrivere questo disco lontano da nomi, numeri e classifiche”. Oggi senti ancora possibile fare musica senza essere condizionati da metriche, algoritmi e aspettative esterne?

Sì, quando in Self Made parlo di libertà lo faccio perché in quel momento della mia vita era un concetto estremamente concreto. Arrivavo da tre anni di affidamenti e arresti domiciliari, quindi il desiderio di sentirmi nuovamente libero non era soltanto artistico, era umano. Avevo bisogno di tornare a scegliere, a muovermi, a respirare senza avere continuamente dei limiti imposti. E infatti la prima cosa che ho fatto è stata lasciare la mia città e trasferirmi altrove. Quella libertà che cercavo nella musica era la stessa che stavo cercando nella vita.
Per quanto riguarda la possibilità di fare musica senza essere condizionati, la risposta è sì, è assolutamente possibile. Bisogna però essere molto onesti con se stessi. In Italia è più difficile di quanto possa sembrare, soprattutto se paragoniamo il nostro mercato a quello di altri Paesi. Serve una grande visione e soprattutto bisogna accettare profondamente il percorso che si è scelto. Perché se non lo accetti, finirai per vivere ogni risultato con rammarico. Esistono dinamiche dell’industria che conosciamo tutti e che fanno parte del gioco. Esistono strutture, investimenti, relazioni e meccanismi che un artista indipendente, per definizione, non può controllare e spesso nemmeno raggiungere. È importante esserne consapevoli. Ma questo non significa che non si possano costruire cose importanti. Significa semplicemente che bisogna capire davvero cosa si vuole dalla musica. Se il tuo obiettivo è costruire un percorso autentico, sostenibile e coerente con la tua identità, allora l’indipendenza può essere una strada straordinaria. Se invece il tuo obiettivo è diventare un artista dell’industria senza che l’industria ti abbia mai realmente scelto o supportato, rischi di vivere costantemente frustrato. Perché continuerai a misurarti con un modello che non dipende da te. Io credo che la vera libertà stia proprio qui: capire qual è il proprio percorso e avere il coraggio di percorrerlo fino in fondo, senza rincorrere continuamente quello degli altri.ù

  • Hai raccontato di aver imparato a mettere il tuo ego al servizio di qualcosa di più grande. Quanto ha inciso il lavoro sull’ego nel tuo percorso di crescita?

Sì, effettivamente questa è stata una delle prime grandi evoluzioni del mio percorso. A un certo punto ho capito che il mio ego mi stava giocando contro. Non tanto perché mi impedisse di fare le scelte giuste — nella mia vita ne ho fatte molte e alcune anche molto importanti — ma perché mi impediva di vivere nel modo giusto ciò che stavo costruendo. Vivevo male anche i traguardi. Quando raggiungevo un obiettivo ero già proiettato verso quello successivo. Quando ero in attesa di qualcosa non riuscivo a vedere tutte le cose positive che stavano accadendo nel frattempo. Mi sono autosabotato più di una volta. Nonostante questo sono sempre andato avanti, ma per molti anni la percezione che avevo della realtà è stata fortemente condizionata. Per questo ho deciso di iniziare un lavoro profondo su me stesso. Prima ancora di costruire qualcosa di nuovo, avevo bisogno di imparare a gestire quella voce. E una volta compreso quanto l’ego mi avesse limitato, ho scelto di trasformare quella esperienza in qualcosa di utile per gli altri. Attraverso il coaching, il podcast e i progetti che sto sviluppando oggi, cerco di mettere a disposizione ciò che ho imparato: strumenti, errori, esperienze e consapevolezze. Se devo essere sincero, però, oggi il mio obiettivo non è più gestire l’ego. È riuscire a farlo parlare il meno possibile. Molte persone sostengono che l’ego sia fondamentale. Io penso che, quando prende troppo spazio, diventi estremamente limitante.
Per questo credo sia importante imparare a riconoscerlo e ad osservarlo. L’ego vive quasi sempre in due luoghi: nel passato o nel futuro. Nei rimpianti, nei confronti, nelle aspettative,nelle paure, nelle fantasie. Per questo una delle cose più importanti che sto imparando è restare il più possibile nel presente. Usare il passato solo per trarne esperienza. Usare il futuro solo per pianificare ciò che serve. E poi tornare qui. Adesso. Perché più riesci a stare nel presente, meno spazio lasci a quelle voci che cercano continuamente di dirti chi dovresti essere. Credo che il vero lavoro interiore sia proprio questo. Avvicinarsi sempre di più alla propria essenza. Perché quando sei realmente connesso con te stesso, il rumore diminuisce. Le voci si abbassano. E rimane soltanto una direzione chiara da seguire.

  • Come nasce il tuo processo creativo quando lavori a un disco?

Devo essere sincero: nel processo creativo sono molto più strategico di quanto si possa immaginare. Spesso si pensa che scrivere musica sia qualcosa di completamente istintivo, mentre nel mio caso convivono entrambe le cose. Di solito parto da flussi di coscienza scritti a mano, senza preoccuparmi delle rime o della struttura. In quella fase utilizzo la scrittura quasi come uno strumento di autoconsapevolezza. Mi serve per fare chiarezza. Per capire cosa sto vivendo, cosa sto pensando e soprattutto cosa voglio realmente comunicare. Solo dopo arriva il lavoro più tecnico di scrittura. Poi chiaramente dipende dal progetto. Se sto scrivendo una traccia singola, magari il processo è più libero. Quando invece lavoro a un disco, cambia completamente tutto. Io sono un artista molto legato al concept. Per me un album deve raccontare qualcosa. Deve avere una direzione precisa e sviluppare un significato attraverso più sfaccettature, senza perdere il filo conduttore di ciò che vuole trasmettere. Anche in passato ho scritto progetti molto diversi tra loro. Ne avevo sviluppato uno con un immaginario molto più distopico, ma anche in quel caso esisteva un concept preciso che teneva insieme tutto il racconto. Poi ho scelto un’altra direzione, ma quella fase di ricerca è stata fondamentale. Per questo mi considero un artista molto strategico nella costruzione dei dischi. La parte emotiva è il punto di partenza.
La strategia, invece, è ciò che mi permette di trasformare quell’emozione in un progetto coerente.

  • Dopo tutto questo percorso, tra distacco, ritorno e costruzione, ti fa più paura scomparire dalle classifiche o smettere di riconoscerti nella musica che fai?

Sicuramente la mia paura più grande non sarebbe smettere di riconoscermi nella mia musica. Sarebbe smettere di riconoscere me stesso. È una differenza enorme. Oggi mi preoccuperebbe molto di più perdere il contatto con ciò che sono realmente come persona che non vedere un disco o una canzone raggiungere determinati risultati. La paura di scomparire dalle classifiche, sinceramente, non ce l’ho. E non perché non mi faccia piacere ottenere risultati. Anzi. Faccio musica in maniera estremamente professionale, ci metto il cuore, il tempo e le energie. Mi fa piacere quando una canzone viene ascoltata, cresce o raggiunge obiettivi importanti. Ma non vivo più con quell’ossessione. Non è più la priorità della mia vita. Oggi faccio musica per motivazioni molto diverse rispetto a quelle che avevo anni fa. E forse proprio questo mi permette di viverla in maniera più sana. Se arriva il risultato lo accolgo con gratitudine, ma non è più ciò che definisce il mio valore o il mio stato d’animo. Anzi, se devo essere sincero, in questa fase della mia vita mi affascina molto anche il lavoro dietro le quinte. La costruzione dei progetti. Lo sviluppo delle persone. La direzione artistica. L’accompagnamento di altri percorsi. Chi lo sa, magari dopo questo ultimo progetto discografico quella sarà davvero una parte importante del mio futuro. Ma qualunque forma prenderà il mio percorso, l’obiettivo rimarrà lo stesso: continuare a essere coerente con ciò che sono.

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