Sarajevo: guida alla città tra memoria e multiculturalità
Sarajevo
Raccontare Sarajevo è complesso, perché è una città inaspettata e sorprendente, unica nelle sue sfaccettature e nelle sue contraddizioni. Quando si visita un luogo può capitare di sapere già, almeno in parte, cosa aspettarsi. Si parte preparati a lasciarsi stupire, ma con un’immagine già costruita nella mente. Con Sarajevo non accade. Non sai davvero cosa credere, né cosa aspettarti nei — sempre troppo pochi — giorni che trascorrerai lì.
La Bosnia è un territorio complesso, che porta ancora addosso, a distanza di appena trent’anni, le ferite profonde di una guerra dolorosa. Strascichi ancora visibili nelle persone che incontri: se parli con un ragazzo, quasi certamente avrà un genitore o un parente che ha combattuto; se incontri un uomo più adulto, probabilmente quella guerra l’ha vissuta in prima persona, difendendo la propria terra e la propria città.
Eppure Sarajevo lascia sbalorditi proprio per questo: perché quelle cicatrici, pur restando evidenti, sono riuscite a trasformarsi in evoluzione e bellezza. Sì, Sarajevo è bella. È bella la Bosnia. Ma è una bellezza autentica, priva di artifici: una bellezza che racconta rinascita e dolore, memoria e cambiamento.
Nei giorni trascorsi lì ho incontrato persone straordinarie, con storie fatte insieme di sofferenza e meraviglia, capaci di cogliere la bellezza persino tra le macerie di una guerra ingiusta — come lo sono tutte le guerre. Una guerra terribile, dolorosa. Come non pensare al genocidio di Srebrenica, ai bombardamenti nei territori bosniaci, ai maledetti “cecchini di Sarajevo” e a un assedio che ha trasformato la vita quotidiana in resistenza?
Eppure Sarajevo non ha mai smesso davvero di vivere. Durante l’assedio, mentre la città veniva colpita ogni giorno, c’erano luoghi che continuavano a restare aperti, persone che si ostinavano a uscire, a incontrarsi, perfino a organizzare concerti e spettacoli.
Emblema di questa resistenza silenziosa fu la storica Sarajevska Pivara, il birrificio della città, che durante l’assedio non smise mai di funzionare davvero. Nonostante i danni causati dai bombardamenti, continuò a produrre birra e, soprattutto, a garantire acqua potabile grazie alla sua falda sotterranea, diventando uno dei pochissimi punti di approvvigionamento per la popolazione. In una città devastata dalla guerra, la Sarajevska Pivara divenne così il simbolo di quello che i bosniaci chiamano inat: una forma di ostinazione orgogliosa, quasi una sfida alla distruzione e alla paura.
La cultura, a Sarajevo, è diventata resistenza. Nel 1994 il direttore d’orchestra Zubin Mehta diresse il Requiem di Mozart nell’atrio semidistrutto della Biblioteca Nazionale Vijećnica, in memoria delle vittime della guerra. Nello stesso anno Bruce Dickinson, ex frontman degli Iron Maiden, raggiunse la città sotto assedio scortato dalle Nazioni Unite per tenere un concerto al Bosanski Kulturni Centar. E mentre cadevano le bombe, la Filarmonica di Sarajevo continuava a suonare nei rifugi sotterranei e al buio, sfidando il gelo e la paura pur di dare sollievo alla popolazione.
Poi, nel 1997, arrivò il concerto degli U2 allo stadio Koševo: non solo uno spettacolo musicale, ma il simbolo di una città che cercava finalmente di rialzarsi e tornare al mondo.
Ed è forse proprio questa la forza più grande di Sarajevo: la capacità di continuare a vivere, creare e perfino celebrare la bellezza mentre tutto intorno sembra crollare.
È una città che oggi ha saputo trasformare la memoria in identità e la complessità in ricchezza culturale. La religione principale è l’Islam, seguita dal Cristianesimo ortodosso, dall’Ebraismo e dal Cattolicesimo. Nel giro di poche centinaia di metri convivono moschee ottomane, chiese cattoliche, chiese ortodosse e sinagoghe: religioni differenti che qui condividono lo stesso spazio urbano e umano.
Nessuno è davvero diverso dall’altro. Sono tutti figli della loro città, una città che accoglie anche chi arriva da fuori.
Passeggiando per Baščaršija, il quartiere ottomano della città vecchia, si percepisce immediatamente questa stratificazione. Il richiamo del muezzin si intreccia al suono delle campane, mentre nelle botteghe artigiane il tempo sembra scorrere con una lentezza quasi sospesa.
In questa dimensione quotidiana, Sarajevo si racconta anche attraverso l’incontro. E io mi sono sentita accolta come raramente mi era accaduto altrove. Abbracciata dalla sua gente, sempre pronta a raccontarsi. Così, in un piccolo museo, si finisce per parlare di calcio — e della vittoria della Bosnia contro l’Italia — oppure, passeggiando per le vie di Baščaršija, scopri botteghe di artigiani desiderosi di condividere la storia della propria famiglia e del proprio lavoro.
E poi capita di trovare nuovi amici quasi per caso, semplicemente partecipando a un tour guidato con Bella Bosnia Tours e il suo fondatore, Nermin Kahriman. Attraverso i suoi racconti si comprende davvero cosa significhi vivere in una società multietnica come quella bosniaca. Qui esiste una forma di convivenza quotidiana che altrove sembra quasi impossibile: musulmani, cattolici, ortodossi ed ebrei condividono festività, tradizioni e memoria collettiva.
È forse questa la vera “religione bosniaca”: il riconoscimento reciproco. E Nermin te la racconta proprio così, come una nuova religione. Una di quelle che non si imparano, ma si incontrano. Ascoltandolo, finisci quasi per chiederti se — anche tu, atea — potresti davvero decidere di seguirla, la religione bosniaca.
Ed è proprio da qui che dovrebbe iniziare qualsiasi viaggio a Sarajevo: dall’ascolto delle sue storie. Per questo mi sento di consigliare a chiunque di iniziare la visita partecipando almeno al tour introduttivo organizzato da Bella Bosnia Tours. Dopo il primo giorno noi stessi abbiamo deciso di continuare con il loro “War Tour”, un’esperienza dura ma necessaria che consiglio profondamente.
Per comprendere Sarajevo, bisogna inevitabilmente confrontarsi anche con la guerra. Si attraversano luoghi che ancora oggi raccontano l’assedio: il Tunnel della Speranza costruito per collegare la città isolata al resto del territorio, il cimitero ebraico da cui sparavano i cecchini, le “rose di Sarajevo” — i segni rossi lasciati sull’asfalto dalle esplosioni delle granate. Sono ferite lasciate visibili volutamente. Perché qui la memoria non deve essere nascosta.
Ed è forse questo il paradosso più grande di Sarajevo: una città che ha conosciuto l’orrore e che, proprio per questo, ha imparato il valore profondo della vita, dell’incontro e dell’accoglienza.
Sarajevo non è una città perfetta. È complessa, fragile, contraddittoria. Ma è autentica. E quando la lasci, hai la sensazione che una parte di lei continui a camminarti accanto anche dopo il ritorno.
Itinerario di viaggio
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Tour a piedi gratuito a Sarajevo con Bella Bosnia Tours
Il primo giorno a Sarajevo è fondamentale iniziare il viaggio con chi la città la conosce, la vive e ne fa parte. Per questo il modo migliore per orientarsi è affidarsi a Bella Bosnia Tours, che propone anche un tour a piedi gratuito in lingua italiana.

Il percorso prende avvio dalla fontana Sebilj, in piazza Baščaršija — conosciuta anche come Piazza dei Piccioni. Da qui si entra subito nel cuore storico della città, tra le strade del quartiere ottomano. In via Kujundžiluk, la più antica di Sarajevo, si osserva ancora oggi la tradizionale lavorazione del rame, che restituisce un autentico salto indietro nel tempo, fino al XV secolo. Qui si assiste anche a dimostrazioni pratiche dell’arte dei ramai.

Una delle tappe più significative è il caravanserraglio ottomano, testimonianza dell’influenza turca ancora visibile nell’architettura e nelle tradizioni della città, dove non è raro fermarsi per un tè bosniaco.

La guida conduce poi alla moschea di Gazi Husrev-bey, tra le più importanti e imponenti della città, per poi attraversare lo spazio simbolico del “Sarajevo Meeting of Cultures”, il punto in cui si incontrano idealmente le due anime urbane della capitale.

Da lì si prosegue verso la sinagoga ebraica, una delle più antiche della zona, occasione per approfondire la storia della comunità ebraica di Sarajevo. Il percorso continua nella parte moderna della città, caratterizzata dall’architettura austro-ungarica: qui si incontrano la Cattedrale del Sacro Cuore e la statua di Papa Giovanni Paolo II, che visitò la Bosnia due volte. Poco distante si trovano le “Rose di Sarajevo”, segni ancora visibili della guerra.
Si prosegue poi con la Cattedrale ortodossa della Natività della Theotokos e con il vicino Gazi Husrev-bey Bezistan, storico bazar ottomano ancora attivo.
Non lontano si trova il mercato di Markale, teatro di uno dei più drammatici bombardamenti dell’assedio, oggi luogo della memoria cittadina.

Il tour si conclude nei pressi del Ponte Latino, luogo simbolico legato all’attentato di Sarajevo del 1914, evento che segnò l’inizio della Prima guerra mondiale, per poi tornare al punto di incontro.

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Gallery 11/07/95
La Galerija 11/07/95 è uno dei luoghi museali più intensi e necessari da visitare a Sarajevo. Situata nel cuore della città, è interamente dedicata alla memoria del genocidio di Srebrenica del luglio 1995, uno degli episodi più traumatici delle guerre jugoslave.
Il nome richiama la data d’inizio della caduta di Srebrenica, enclave dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite e poi occupata dalle forze serbo-bosniache. In pochi giorni, più di 8.000 persone furono uccise in quello che oggi è riconosciuto come genocidio.

La galleria non è concepita come un museo tradizionale, ma come uno spazio di testimonianza immersiva: fotografie d’archivio, oggetti personali delle vittime, video-testimonianze dei sopravvissuti e materiali giudiziari dei tribunali internazionali.
Le immagini alternano il racconto personale al contesto storico e giudiziario, creando una stratificazione tra esperienza individuale e memoria collettiva. Accanto a questi materiali, trovano spazio riprese del conflitto nei Balcani che documentano l’assedio e il progressivo collasso della protezione internazionale.
Particolarmente significativo è il lavoro sull’archivio fotografico, che restituisce i volti e le identità delle vittime, opponendosi attivamente all’oblio e all’anonimato.

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Despić House
Il Sarajevo Cable Car verso il monte Trebević è oggi uno degli accessi più emblematici e scenografici alla montagna che domina la città. La funivia collega il quartiere di Bistrik, nel centro storico di Sarajevo, con la stazione panoramica di Vidikovac, a circa 1.160 metri di altitudine, attraversando in pochi minuti un dislivello che racconta già da sé la transizione tra città e natura, tra spazio urbano e paesaggio montano.

Riaperta nel 2018 dopo la distruzione avvenuta durante la guerra degli anni Novanta, la cable car è diventata non solo un’infrastruttura turistica, ma anche un gesto urbano di ricucitura della memoria: il collegamento con Trebević era, infatti, storicamente uno dei più amati dai cittadini di Sarajevo, interrotto brutalmente durante l’assedio.
Una volta arrivati in cima, il paesaggio si apre immediatamente sulla foresta del monte Trebević e sulle tracce ancora visibili della storia recente della città. A pochi minuti a piedi dalla stazione superiore si raggiunge uno dei luoghi più iconici e controversi del paesaggio olimpico bosniaco: la pista di bob e slittino costruita per le Olimpiadi invernali del 1984.

Oggi il Sarajevo Olympic Bobsleigh and Luge Track appare come una struttura sospesa tra rovina e riappropriazione. La sua superficie in cemento, un tempo sede di gare olimpiche, è ora ricoperta di graffiti, segni della vegetazione e tracce del conflitto. Durante l’Assedio di Sarajevo, infatti, la pista e le colline circostanti si trovarono all’interno del perimetro militare che circondava la città, e ancora oggi alcune parti del tracciato portano i segni di quel periodo.

Camminare lungo la pista significa attraversare un paesaggio stratificato: da un lato l’ingegneria sportiva dell’Olimpiade del 1984, simbolo di una Sarajevo internazionale e aperta al mondo; dall’altro la memoria più recente della guerra, che ha trasformato lo stesso spazio in un luogo di abbandono e resistenza. Oggi, il sito è diventato uno spazio ibrido, frequentato da escursionisti, artisti e visitatori che lo attraversano come un vero e proprio museo all’aperto.

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