Il silenzio è complice: l’incessante ipocrisia del mondo di Hollywood

A parte l’otto marzo, mai come in questi giorni sono stati fatti così tanti appelli alla solidarietà e all’unione femminile.

Infatti, dall’esplosione del caso Weinstein, l’intero ambiente cinematografico e politico si è mobilitato per condannare le azioni dell’ormai ex re Mida di Hollywood e supportare tutte le donne che si sono fatte avanti per denunciarlo. Tra queste personalità due sono ben note al pubblico internazionale e sono da tempo considerate icone del femminismo moderno: Meryl Streep e Hillary Clinton. Entrambe sono state in qualche modo legate al produttore cinematografico americano (la prima, sua grande amica, ha partecipato a numerosi film prodotti dalla sua casa di produzione mentre la seconda, insieme al partito democratico, ha potuto contare sulle sue generose donazioni durante la campagna elettorale dello scorso anno) e hanno condannato fermamente il suo comportamento. “Non sapevo che avesse avuto incontri nella sua camera d’albergo, nel suo bagno, o compiuto azioni inappropriate o violenze. Il suo comportamento è inescusabile” ha dichiarato la Streep, dicendosi sconvolta e disgustata dall’accaduto. Affermazioni simili anche da parte dell’ex candidata democratica: “Il comportamento descritto da queste donne non può essere tollerato. Il loro coraggio e il loro sostegno degli altri è fondamentale nell’aiutare a fermare questo genere di comportamento”. Entrambe, infine, lodano le donne che hanno avuto il coraggio di denunciare Weinstein e invitano ad un’azione coesa contro il sessismo e il misoginismo imperante nella società odierna.

Parole condivisibili, peccato che probabilmente resteranno solo retorica fatta nell’indignazione del momento, da riutilizzare quando in futuro compariranno sulla scena altri uomini come Harvey Weinstein. Il motivo è semplice: entrambe, come l’intero star system hollywoodiano, peccano di ipocrisia; la prima (insieme ad Asia Argento) ha firmato la petizione del 2009 che chiedeva la scarcerazione del regista Roman Polanski, arrestato quello stesso anno a Zurigo per aver drogato e violentato una minorenne negli Stati Uniti quarant’anni fa (ma altre donne recentemente lo hanno accusato di stupro). “Posso solo dire che mi dispiace sia ancora in carcere” dirà l’attrice sempre nel 2009 al Festival del Cinema di Roma per presentare “Julie & Julia”. La seconda, nonostante si presenti come la paladina dei diritti delle donne, si è dimostrata ancora peggio: la politica infatti ha cercato di coprire altri abusi ben più gravi commessi dal marito Bill nei confronti di tre donne avvenuti prima dello scandalo Lewinsky: le vicende sono state tirate in ballo da Donald Trump durante la campagna elettorale del 2016 ma sono diversi anni che Juanita Broaddrick, Paula Jones e Kathleen Willey lottano per avere giustizia nonostante le aggressioni e le intimidazioni dell’ex candidata alla Casa Bianca. Broaddrick fu la prima delle vittime dell’ex presidente: venne infatti violentata nel 1978 quando l’uomo era procuratore generale dell’Arkansas e da allora ha rilasciato numerose interviste in cui racconta la sua esperienza. Tali accuse, tuttavia, non hanno avuto conseguenze rilevanti: nello stesso anno Clinton diventerà governatore dell’Arkansas e successivamente presidente degli Stati Uniti nel 1993. Insomma, Meryl Streep e Hillary Clinton rappresentano l’incoerenza che da sempre caratterizza coloro che appartengono all’ambiente politico e cinematografico. Tuttavia, non sono le sole.

Infatti, come potrete immaginare, non è certo la prima volta che un produttore o un regista americano approfitti della sua posizione per chiedere favori sessuali ma è sicuramente una delle poche occasioni in cui l’individuo coinvolto è finito sulla gogna pubblica proprio per la sua insana ed evidente “fame” carnale. È questione, in altre parole, di cifre e interessi: se tra le vittime di Weinstein non ci fossero state anche attrici famose e, soprattutto, se il numero di donne assalite non fosse stato così elevato probabilmente questo scandalo sarebbe passato inosservato. Oltre al caso Polanski, si possono citare altri esempi recenti come Bill Cosby e Casey Affleck. Il primo, conosciuto in tutto il mondo grazie alla serie televisiva “I Robinson”, è accusato da più di 50 donne (tra cui la l’ex modella Janice Dickinson) di violenza sessuale. L’attore ha sempre negato le accuse ma le sue stesse dichiarazioni, contenute negli atti processuali di una causa civile del 2005 intentata da una delle vittime, la cestista Andrea Constand, lo smentiscono: similmente al modus operandi di Roman Polanski, Cosby ammetteva di aver utilizzato il Quaalude, un farmaco dalla potente azione sedativa, per avere rapporti sessuali con la Constand e altre donne. La causa si chiuse con un accordo extragiudiziale tra le due parti ma solo nel 2015 venne resa pubblica la deposizione dell’attore. Tuttavia, nonostante le numerose accuse, molti abusi commessi da Cosby sono caduti in prescrizione e il processo penale avviato a giugno 2017 (poi annullato per il mancato raggiungimento di un verdetto) riguardava solo il caso di Andrea Constand. Inoltre, è importante sottolineare che l’attore è tuttora un membro dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che ha cacciato Weinstein poche settimane fa. Per quanto riguarda Casey Affleck, la produttrice Amanda White e la fotografa Magdalena Gorka, che hanno lavorato con lui sul set del film “I’m still here”(2010), lo hanno accusato di molestie sessuali quello stesso anno. Eppure, nonostante tali accuse non siano cessate, l’attore ha vinto nel 2017 il Golden Globe e l’Oscar come miglior attore protagonista per “Manchester by the sea”. Affleck si è sempre difeso ma ci sono ancora molti punti oscuri su questa vicenda, magicamente sparita da tutti i giornali subito dopo la sua premiazione.

Questi sono solo alcuni dei casi in cui l’ambiente hollywoodiano non sembra molto interessato alla difesa e alla tutela delle donne, come sembra stia facendo in questi giorni. Un esempio che invece richiama il caso Weinstein è quello di Jimmy Savile, disc jockey e conduttore dell’edizione britannica “Top of the pops”: intorno agli anni 2000 ci furono le prime accuse di pedofilia a suo carico ma la Bbc, l’emittente presso cui lavorava Savile, decise di ignorare le denunce e di proteggere la reputazione di quello che riteneva il suo “gioiello nazionale”, così famoso e dedito alla beneficenza e al sostegno dei più deboli. Solo nel 2011, con la morte del disc jockey e la comparsa di centinaia di vittime, si decise di aprire un’inchiesta tuttora in corso che ha portato a risultati sconcertanti: quarant’anni di abusi e atti deplorevoli resi possibili dai vertici della Bbc ma anche dal silenzio di chi sapeva ma non ha parlato. La stessa dinamica si è presentata allo scoppiare del caso Weinstein e in tutti gli scandali che hanno caratterizzato il cinema americano: l’uomo, da trent’anni nell’industria cinematografica, ha prodotto numerosi film di successo, premiati da pubblico e critica (tra questi Will Hunting, The Artist, Django Unchained e Shakespeare in Love) oltre ad aver sostenuto insieme al fratello Bob molte cause promulgate dai democratici, di conseguenza gli interessi e i vantaggi che si potevano ricavare da un uomo simile erano sicuramente tanti: perché denunciare un uomo così influente se si può ricavarne qualche beneficio? Meglio chiudere un occhio e fingere di non vedere, finché è possibile. Al massimo, se le cose dovessero peggiorare, ci si potrà indignare. Acquistano perciò un senso le dichiarazioni fatte da alcuni membri dell’ambiente sul conto di Weinstein negli anni precedenti che confermano la tolleranza di un simile comportamento da parte dell’industria cinematografica: Courtney Love, in un’intervista del 2005, aveva consigliato alle giovani donne di non andare alle feste private del produttore. In seguito, come ha scritto lei stessa su Twitter, è stata bannata dall’agenzia creativa Creative Artists Agency (CAA) per aver espresso questo parere. Successivamente, durante la serata degli Oscar del 2013, il conduttore e attore Seth MacFarlane fa la seguente battuta durante la presentazione delle candidate come miglior attrice non protagonista: “Congratulazioni, voi cinque non dovete più fingere di essere attratte da Harvey Weinstein”. Si scoprirà poi che il significato di questa frase non era poi così innocente: infatti MacFarlane, in un’intervista recente, ha dichiarato che la sua battuta era dettata dal disprezzo per le molestie che una sua amica aveva subito dal produttore. Insomma, la fama di Harvey Weinstein era implicitamente chiara e proprio il silenzio di tale ambiente gli ha permesso di continuare indisturbato per anni e anni. È vero, è necessario che le donne denuncino gli abusi sessuali subiti ma è anche vero che dovrebbero essere tutelate e protette dai loro aguzzini, cosa che non viene fatta in nessun ambiente, tantomeno in quello cinematografico. Una volta passato il clamore si tornerà alle consuete abitudini, facendo finta di niente e restando in silenzio per non rimetterci la faccia. E magari chissà, forse in futuro Weinstein potrebbe venire riaccolto a braccia aperte da quella stessa industria che ora lo ha cacciato. In fondo Hollywood, come la nostra società moderna, è sempre piena di sorprese.

“Io c’ero. C’ero dal 1994 agli anni 2000. L’età dell’oro. Ognuno di noi sapeva. Non che violentasse, sia chiaro. Ma eravamo tutti consapevoli che il suo comportamento aggressivo fosse terribile. Sapevamo della fame di quell’uomo, del suo fervore, del suo appetito. Come un orco insaziabile uscito dalle favole dei fratelli Grimm. Abbiamo taciuto perché era la nostra gallina dalle uova d’oro. Chiedo scusa alle donne che hanno dovuto subire. Mi scuso, e mi vergogno. Perché, alla fine, sono stato complice. Harvey con me è stato solo una cosa: meraviglioso. Quindi ho incassato i benefici e ho tenuto la mia bocca chiusa. Ma anche voi dovreste scusarvi.”
(Lo sceneggiatore Scott Rosenberg, a lungo collaboratore di Weinstein, su Facebook)

Elisa Ceccon

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