Sulle Ali del Giornalismo: Oliviero Beha

Pochi anni fa il giornalismo ha perso una figura molto importante nella ricerca della verità e nell’approfondimento della realtà: Oliviero Beha, classe 1949 e prematuramente scomparso nel 2017, riusciva con la sua penna ad essere tagliente in maniera garbata, senza mai farsi sopraffare dal risentimento e dal livore che caratterizza molta parte della stampa italiana. Non nascondeva mai le sue idee ma si mostrava abile e capace nel mettersi in discussione e nel giungere ad una tesi finale suffragata e giustificata da un ragionamento composto di argomentazioni complesse, trasposte in un linguaggio ed in una scrittura semplici, contraddistinti dalla contestualizzazione in un territorio linguistico a metà strada fra l’essenzialità e la sperimentazione viva. Fiorentino doc e tifoso viola amava la sua famiglia ed il senso della verità anche se era ben consapevole di non possederla al contrario di altri comunicatori che credono di averla sempre a disposizione nel taschino.

Il suo carattere toscano, allegro e solare ma al contempo schietto ed ironico gli consentiva di svolgere e sviluppare delle analisi permeate da una particolare sensibilità dove l’inchiesta netta e pulita e lo studio delle storie della Storia consegnavano al lettore dei pezzi giornalistici vergati con il cuore ed il cervello.

La sua poliedricità non lo definiva in un mestiere preciso o in un ruolo predefinito ma diveniva un colpo d’ala per volare fra il mare della scrittura e le montagne della mente sulle vette della saggistica, del giornalismo puro e della pianificazione radiofonica e televisiva di programmi nei quali coincidevano le funzioni del conduttore e dell’autore. Laureato in Lettere ed in Filosofia nei suoi documentari e documenti trasposti su carta e sull’audiovisivo sapeva manovrare bene la teoria dei libri e dei manuali oggetto dei suoi studi per contestualizzarli nella realtà di tutti i giorni, dimostrando in questa maniera quanto il vissuto di ogni persona coniugato con la cultura acquisita e con il bagaglio esperienziale sia in grado di dare all’essere umano le lenti per guardare, osservare e nutrire sane curiosità per la vita e per gli accadimenti del mondo. Beha ci ha insegnato a non essere dei meri ascoltatori passivi della rincorsa fra le notizie ed ha svolto al meglio il ruolo di pungolatore nell’intrapresa del cammino che conduce alla strada della conoscenza delle fonti. Parlava spesso alle persone in via diretta all’interno di dibattiti o nei pezzi firmati sui giornali, stimolandole a non farsi ingannare dalla società della comunicazione a tratti autoreferenziale, a tratti piegata agli ordini del partito o del governo di turno. I cittadini secondo lui avevano il sacrosanto diritto e dovere di leggere, studiare, incrementare la sete di conoscenza per non farsi ingannare dal connubio fra informazione e potere.

Ha incominciato  a percorrere il sentiero della scrittura con Tuttosport e Paese Sera e qui  ha mosso i primi passi come inviato da Milano; dal 1976 al 1985 a Repubblica si è occupato di sport e società seguendo da vicino iniziative epocali quali le Olimpiadi.

L’esordio in televisione ha coinciso nel 1987 con l’incontro di Andrea Barbato e la firma a quattro mani del programma Va pensiero, su Rai 3: qui si comprende bene la cifra stilistica e sostanziale delle sue modalità di pensare ed elaborare la scrittura per formati televisivi: cultura ed attualità devono prendersi per mano e viaggiare su binari paralleli fino a ritrovarsi e ad individuare un compromesso per la conoscenza che divenga sinonimo di ricerca della verità.

L’intenzione di Beha nell’oceanico panorama della carta stampata e della produzione radiotelevisiva è sempre stata anche quello di declinare la professione su dinamiche politico sociali: ed infatti in un Terno al lotto del 1993 domanda ed offerta di lavoro potevano incontrarsi. Sta di fatto che tante persone trovarono lavoro e quello fu uno dei pochi casi nei quali la tv pubblica si trasformò in spazio di servizio.

Il 1992 ha sancito il suo successo nell’etere con Radio Zorro, con la possibilità di fondere ed integrare l’inchiesta, lo sguardo sociale e la volontà di aiutare fattivamente e concretamente le persone.

Amante della lingua, dei suoi colori e delle mille tonalità, ha sempre difeso la correttezza e l’etica della lingua italiana con il retaggio affascinante e grandioso della sua storia e del patrimonio culturale della penisola: ha adorato talmente tanto questo idioma da trasporlo con la sua penna in variegate modalità. Ha deciso di celebrarla con la poesia, di denunciarne vizi e vezzi, mai celandone però gli aspetti positivi con la saggistica e di sintetizzarla ed analizzarla con il linguaggio che racchiude vari generi letterari, come il teatro.

Giornalisticamente ha conciliato la passione per il vero e talvolta anche per il bello con una scrittura puntuale e chiara: le analisi sono sempre partite dall’anima per giungere al cuore del problema. Valutava i fatti  e li relazionava alle lezioni del passato proiettandoli nel futuro. Moltiplicava i pensieri, senza mai disperderli, ma riunendoli nel puzzle della esplorazione di un senso e forse anche della felicità.

Il piglio di scrittore viaggiatore gli ha dato l’opportunità di vergare articoli illuminanti sui cambiamenti della società, quelli in essere e quelli belli e consolidati da farne un intellettuale scomodo, ma, nel vero senso della parola, dato che oggi di questa terminologia se ne fa uso ed abuso.

Nella sua poliedricità, nella capacità di adattamento figlia di una giusta duttilità inglobava però un procedere con le gambe e le idee ispirato a della giusta umiltà, per non sprecarla in maniera plateale.

Alcuni ingenerosamente lo rammentano come un polemista, noi lo ricordiamo come ironico suggeritore di riflessioni: fiorentino doc non poteva non avere sempre fisso nella mente il canone del Rinascimento interiore ed esteriore dell’uomo nella società e della società a misura d’uomo.

Riusciva a mantenere riflessi svegli nella battuta, con una propensione alla risposta pronta tramite  un eleganza razionale nella schematizzazione dei racconti e delle narrazioni provenienti dall’Italia e dal mondo; le sue sintesi sensate e ficcanti mandavano a nozze la profondità culturale con un sarcasmo garbato.

E fondendo tutte queste caratteristiche sentiva l’urgenza di farne rappresentazione: per questo scrisse pure per il teatro e per quel palcoscenico dove gli individui ed il pubblico pagante si trovano di fronte ad un gioco di specchi.

I comportamenti e le parole dovevano compenetrarsi e dare vita ad un moto prima antropologico  e poi esterno di cambiamento: perché le azioni prima vanno pensate e poi messe in atto. Beha è stato parte integrante del Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio negli ultimi anni della sua vita.

A livello editoriale ha pubblicato molti libri che planano su svariati argomenti, dalla denuncia alla saggistica, fino alle tematiche sociali ed interiori, sempre dal deltaplano privilegiato di chi non dimentica l’umanità e la sensibilità anche davanti al successo, talvolta vero nemico dell’uomo.

Uno dei ricordi più vibranti per lui lo ha avuto la figlia: negli ultimi giorni sulla terra è stata la penna del padre, pronta a farsi dettare idee che scorrevano in maniera armonica come fiumi, prive di ripensamenti e correzioni, forse quasi nella previsione che il suo intuito e la sua emotività in quel momento non andavano controllati, ma dovevano lasciarsi guidare dalle logiche provenienti da altri mondi.

Diceva – la libertà è un lusso di pochi, ed Oliviero se la poteva permettere volando sulle Ali del Giornalismo.

Immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Oliviero_beha.JPG

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