Sulle ali della psicologia e del giornalismo: Claudio Risè

Oggi mi occupo del terreno di interscambio fra attualità, giornalismo e psicologia per rileggere alla luce della storia dell’uomo e del contesto spazio-temporale le innumerevoli interrelazioni fra il genere umano, la mente ed il concetto imprescindibile di anima. E lo faccio attraverso le lenti e gli occhi di un autore che non soltanto ricerca da sempre il rapporto fra individuo e natura ma va ad approfondire il discorso legato a quei sentieri profondi che si riconnettono al lato selvatico della persona.

Claudio Risè nasce a Milano nel 1939 ed è uno scrittore, giornalista e psicoterapeuta formatosi sui baluardi del pensiero di Jung, un monumento ed un genio proveniente dalla Svizzera capace di coniugare le profondità del pensiero filosofico con la complessità della psichiatria e della psicoanalisi.(  Kesswil, 26 luglio 1875Küsnacht, 6 giugno 1961).

Oltre ad avere una formazione psicologica, l’autore vanta una laurea in Scienze Politiche; collabora con La Verità curando la rubrica ‘Lo sguardo selvatico’ e tiene settimanalmente una rubrica su iO donna, dove risponde alle richieste dei lettori riguardanti la società e la difficoltà degli intendimenti fra uomini e donne nell’era 2.0.

Al centro della sua attenzione vi è la figura trascurata del padre, che deriva dalla cancellazione e dall’annichilimento del Padre maggiore; la visione del professore non vuole incarnare un maschilismo di ritorno ma mira a difendere un ruolo che, oggi come oggi, o viene associato al bancomat, il genitore che tira fuori i contanti senza mostrare il percorso arduo della vita al figlio, o ad un peluche, in una versione patetica del babbo che viene retrocesso ad una posizione di eterno amico, che mette in evidenza la sua condizione di inadeguatezza rispetto alle sfide del mondo ed alla crisi educativa (il papà può in un secondo momento essere amichevole ma in primis rappresenta un maestro buono e saggio). Il padre, invece, contiene in sé l’essenza della ferita, non fisica, ma esistenziale: il pargolo dopo essere stato accolto nel grembo della madre e coperto di mille attenzioni e premure figlie della dolcezza materna e femminile, ha bisogno di individuare una figura che gli indichi la prospettiva facendogli comprendere che la vita è piena di gioia, ma anche di amarezza e di senso del limite.

Riguardo alla donna, Risè chiarisce la sua credenza ed il suo credo nell’uguaglianza fra i due generi, ma sostiene. allo stesso tempo. che ognuno possiede specifiche prerogative, particolari caratteristiche, precise peculiarità che rendono la differenza attraente ed affascinante.

Nel ‘Il padre. L’assente inaccettabile’ (2003 San Paolo Edizioni) lo scienziato dell’anima e della mente si interroga proprio sulla carenza e sul vuoto di una funzione che sembra essere stata messa da parte in molte famiglie.

E non si tratta di un ritorno al patriarcato, ma ad una forma equilibrata di declinazione ed esplicazione della mascolinità che si occupa di formare i figli e di trasmetter loro i valori del coraggio e della fatica. Valori presenti nel DNA da secoli nell’essere umano ma rimossi da una società bulimica ed a tratti anoressica che vuole tutto e subito. Altresì la madre trasferirà ideali importanti di interiorità e morale, ma la bellezza consiste proprio nelle differenti modalità di declinare un futuro esistenziale e nella compenetrazione fra i diversi vissuti del maschile e del femminile.  La vita non si incarna soltanto nella conferma ma fa sperimentare la perdita, il limite e talvolta il fallimento, altro termine bandito dal vocabolario politicamente corretto. Perchè da un fallimento può risorgere un’idea geniale, come da una sconfitta si apprendono le tecniche per pianificare una vittoria, che non sia solo vincita momentanea.

Con la moglie Moiri Paregger, sempre per San Paolo Edizioni, ha scritto nel 2002 ‘Donne Selvatiche. Forza e mistero del femminile’, un manuale incentrato sulla tematica del ricupero della straordinaria femminilità, modello ed immagine di ispirazione per gli uomini, talvolta cornice di riflessione, con un’attenzione tutta particolare a quei due fattori affascinanti che rispondono al nome di tatto e sensibilità e che rendono il concetto di donna – femmina unico. Bisogna ripartire dalla riscoperta dell’energia femminile troppo spesso incastrata fra falsi stereotipi di estremi opposti che viaggiano dalla valletta inespressiva alla femminista estrema anti-maschio. L’universo femminile corrisponde ad un pianeta di bellezza, sono i media che non vogliono accettarlo.

MOIDI PAREGGER, medico a Bolzano, ha ottenuto la laurea in medicina antroposofica e omeopatica, e una in psicologia analitica in Italia, Svizzera e Germania. Inoltre ha coordinato le attività dell’asilo Waldorf (steineriano) di Bolzano.

In Sazi da morire (2016), medesima edizione, la concentrazione mentale critica si sostanzia nello studio dei mali del nostro tempo e nei tempi del male, quelli della velocità, della quantità che trionfa sulla qualità in qualsiasi campo, da quello professionale a quello degli amorosi sensi passando per le relazioni più comuni.

La cultura dell’eccesso e  del consumo indotto non calmano l’uomo e la donna ma li pongono in una situazione di continua ansia da prestazione; il dio denaro attorniato dal luccichio volgare e vuoto della materialità e del materialismo dell’estetica con la e minuscola la fanno sostanzialmente da padroni.

Per Sperling e Kupfler nel 2004 ha scritto ‘Felicità è donarsi’, stigmatizzando con le armi della cultura e della psicologia il narcisismo che isola l’individuo rendendolo sempre più proteso verso sé stesso e lo condanna all’infelicità visto che tale amore smodato per la propria persona lo allontanerà inevitabilmente dalla comunità. Solo donando umanità e bellezza con lo spirito e l’intenzione di spogliarsi di qualcosa per arricchire l’altro, sperimentiamo la ricchezza vera, quella comunitaria, per la quale siamo stati creati, preziosità pregna fondamentalmente di affetti, amore, amicizia e  vicinanza incondizionata.

Tutta la produzione narrativa, saggistica e giornalistica del professore mette in luce un minimo comun denominatore: il senso del limite. Risè ci insegna ad amarlo, come campanello d’allarme contro le nostre presunzioni e come stimolo a migliorare, ovviamente dove possiamo e dove è lecito.

Ho parlato soltanto di alcuni saggi, ma la bibliografia risulta ricca e variegata: consiglio di appassionarvi al suo pensiero per volare sulle ali della Psicologia, umili, ma sempre con lo sguardo alto verso il volo.

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