Sulle ali dello sport: “Azeglio Vicini”

Azeglio Vicini si è dimostrato sempre un galantuomo  fuori e dentro del campo; forse proprio per questo motivo alcuni giornalisti votati alla polemica sic et sempliciter come Mario Sconcerti non lo hanno mai esaltato, anzi lo hanno definito semplicemente una  brava persona senza altre caratteristiche peculiari.

Basti leggere alcuni editoriali successivi alla sua dipartita evitabili e dimenticabili. Forse alcuni addetti ai lavori considerano lo sport alla stregua di un concetto da associare all’audience e agli ascolti, molto vicini al chiacchiericcio. E ricordiamoci che i media, la televisione ed in genere la pubblicità vivono come parassiti sui bisogni indotti e decidono che il popolo vuole sentire solo pettegolezzi. Ma non funziona in questo modo, basta confrontarsi con i dati di ascolto della televisione di cultura, un esempio Alberto Angela, per capire che le persone sentono la necessità della bellezza, dell’arte e della civiltà e della buona educazione.

E questa parentesi ci serve per spiegare Azeglio che non era solamente un uomo di calcio, ma un cittadino a tutto tondo, che non alzava la voce e non aizzava polemiche. La sua nazionale, quella dei mondiali del ’90, fu davvero una formazione unita, affiatata e compatta: proprio in tal senso non  ci ricordiamo che  un gioco così spettacolare sia mai stato riprodotto, tanto meno dalla compagine vittoriosa del 2006  del tanto lodato Lippi  o da quella dell’osannato successore Sacchi che arrivò in finale grazie al ripescaggio nel girone per il rotto della cuffia e grazie alle giocate singole e soliste di Roberto Baggio.

Un gentiluomo dicevamo, che accompagnava il genio alla regola e insegnava  che il talento non deve essere mai sregolatezza, perché le situazioni migliori si costruiscono nel rispetto delle norme. Vicini è sempre stato sottovalutato, ma attraverso la calma, la paternità e la dolcezza era in grado di trasferire nelle teste dei giocatori fiducia e quella splendida sintesi fra schemi studiati e estro e capacità dei singoli giocatori. Dunque gli schemi e le scorribande solistiche dei calciatori possono andare di pari passo e lui lo ha dimostrato. Con signorilità  ha messo in evidenza la sua riservatezza sia di fronte ai complimenti ampollosi, sia di fronte alle critiche. Kipling il poeta avrebbe gioito di qualcuno che avesse messo in pratica i suoi consigli, ovvero la capacità di trattare allo stesso modo quei nemici che rispondono al nome della vanagloria e della condanna.

Morto a Brescia, sua città di adozione, e nato a Cesena  ha ottenuto il giusto tributo dai suoi ragazzi degli anni ’80 e ’90, che lo hanno sempre visto come un padre e come un punto di riferimento. Giocava all’italiana dicevano, ma riusciva a inserire nelle sue trame difensive, che non sempre erano noiose a vedersi, fasi spregiudicate di attacco e di  calcio attento e dinamico a centrocampo.

Allo stesso tempo metteva in campo rinnovate abilità come quella di innovare tattica e tecnica facendo convivere tenacia, lotta ed effervescenza di gioco. Dal 1976 gli venne affidata l’under 21 fino al post 1986, successivamente a Messico 86, dopo la deludente esibizione della nazionale di Bearzot che non riuscì a ripetere i fasti di Spagna 82 ereditò la nazionale maggiore. Vicini rese il  capitano della Roma , Giuseppe Giannini, principe con le sue trame e la sua classe a centrocampo, e ne valorizzò la tecnica,  lo fece convivere con il geniale Baggio e le sue pennellate, mentre tutti dicevano che erano calcisticamente incompatibili. Si inventò il cannoniere Schillaci con le sue rapine da area di rigore. Donò l’imbattibilità per molte partite all’uomo ragno Zenga,  costruì una difesa impenetrabile  con Maldini, Baresi, Bergomi e Ferri; dette nuova linfa al lottatore De Napoli ed al talentuoso Donadoni.

In generale scattò una fotografia metaforica all’esperienza ed alla gioventù, mettendo in rilievo quanto l’una abbia bisogno dell’altra, l’altra abbia bisogno dell’una.

Roma accompagnò le notti magiche di Vicini e degli undici artefici di un calcio ragionato e spumante: l’avventura fu interrotta a Napoli, da un’Argentina scorretta, da un Maradona meschino e crudele nel convincere i napoletani a tifare per lui, e da un arbitraggio discutibile… fortunatamente i tedeschi ci vendicarono nella finale a Roma, e noi ci prendemmo almeno il terzo posto a Bari,  ma quelle notti romane, quelle cinque notti romane risuonano nelle menti di tutti, tifosi e giocatori con il tappetino musicale  della coppia Bennato e Nannini, e nonostante gli insulti gratuiti e pesanti rivolti dal Maradona infantile alla capitale del mondo ed alla sua popolazione nella finale di Roma contro la Germania. Nel girone grande calcio con Austria, Usa e Cecoslovacchia,  sicurezza e fiducia nei propri mezzi contro l’Uruguay agli ottavi e poi… a Napoli gli argentini ci mandarono ai rigori, con un calcio anche troppo fisico e ai limiti del  gioco pulito, il resto è storia. La squadra collezionò 6 vittorie convincenti ed un pareggio, ma per noi quella fu davvero la Nazionale che meritò la coppa morale del mondo, più di Lippi, più di Bearzot… umilmente la nostra opinione è questa .

Scelte giuste al momento giusto,  la capacità di giostrare e gestire titolari e riserve, la volontà e la voglia di mettersi in discussione partita dopo partita: tutto quello che dovrebbe rappresentare un mister. Gli errori? se ne è scritto tanto ed hanno scritto in troppi, noi vogliamo rammentarci di una squadra che ci ha coinvolto e catturato, e che ci ha consegnato un insegnamento importante: si può uscire da campo anche con una sconfitta dopo aver dato tutto, ma l’onore non ce lo toglierà mai nessuno, nemmeno il burlone con l’orecchino che spesso giocava a pallavolo…

Grazie anche per questo Azeglio.

Grinta, cuore, umiltà, passione, coraggio e tecnica, la nazionale dei sogni, che continueremo a sognare, anche se sarà solo un ritorno al passato.

Immagine: Bob Thomas / Getty Images

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