“To a Land Unknown” di Mahdi Fleifel, dal 13 novembre al cinema – la recensione
To a Land Unknown
“Per i palestinesi l’unica patria è la memoria”- Edward Said
“To a Land Unknown” è un film di Mahdi Fleifel con Aram Sabbah e Mahmood Bakri, presentato alla Quinzaine des Cinèastes a Cannes 2024. Arriverà nelle sale italiane il 13 novembre distribuito da Trent Film.
Racconta, non solo la storia di due uomini, ma il senso più profondo della perdita di identità. Non è un film che vuole spiegare tutto il conflitto palestinese, ma che lo fa percepire attraverso la sofferenza dei protagonisti. La vera sofferenza di questo film è essere vivi senza avere un posto nel mondo.
Trama
Chatila e Reda sono due cugini palestinesi bloccati ad Atene senza documenti. Non possono andare in Palestina e neanche andare verso il Nord Europa. Il loro sogno è quello di vivere una vita normale. Ogni giorno cercano opportunità, soldi e contatti per potere scappare verso Paesi che gli garantiscano diritti, ma ogni tentativo fallisce. Ogni porta si chiude. Ogni speranza si frantuma contro muri invisibili: confini, indifferenza delle persone e della polizia, Europa distante. Il film mostra come la clandestinità non sia una scelta ma una condanna.

Un’Europa assente
L’Europa che vediamo in questo film non è quella delle opportunità, dei musei, della libertà e delle ricchezze, ma è una parte di essa fatta di cantine, magazzini, notti per la strada. È una faccia che non appare mai in televisione o nelle fotografie. L’Europa esiste, ma non appartiene a chi è clandestino. È come una promessa che non si avvera mai. La loro vita è fatta di furti, disagi, povertà e indifferenza. Flieifel ci mostra un’Europa che non è il paradiso, ma un sistema che seleziona chi ha diritto ad essere umano e chi no.

Il conflitto in Palestina
Il conflitto in Palestina, nel film, non è mostrato direttamente, ma è la radice invisibile di tutto. È la causa dell’esilio e della clandestinità, la ragione per cui i protagonisti non hanno più una patria. La guerra in Palestina esiste da generazioni: oggi nel 2025, lo vediamo ogni giorno soprattutto nelle immagini di Gaza, nelle macerie, nei bombardamenti, nelle madri che piangono i figli, nelle città distrutte. “To a Land Unknown” non è un film sulla guerra ma sulle conseguenze della guerra, su come il conflitto continui a generare vite sospese. Chatila e Reda sono il risultato vivo di una storia che il mondo non ha mai voluto risolvere.

La regia
La regia è essenziale, quasi documentaria. Fleifel non abbellisce e non crea dramma artificiale o finto, ma lascia che la realtà si racconti da sola mostrando vari aspetti della sofferenza dei protagonisti. La macchina da presa osserva, non commenta. L’estetica è cruda perché il mondo che mostra lo è. È un cinema che non usa effetti ma spazio e tempo, e non lancia nessuno slogan o protesta, ma mostra le cicatrici.

Personaggi come metafora
Chatila e Reda rappresentano le condizioni dell’identità sospesa. Sono simboli di vite escluse dal mondo. La loro apatia a volte non è scelta ma conseguenza: quando non ti è permesso vivere non puoi neanche progettare.
Un film che parla al presente
Questo film parla di oggi perché non è memoria, ma presente. Rappresenta le migliaia di persone invisibili che vive con noi nelle nostre città. Ci mette davanti al fatto che la guerra non rimane nel luogo in cui avviene, ma riguarda tutto il mondo.
“To a Land Unknown” non è film che si guarda e si dimentica. Ti lascia un nodo in gola perché ti costringe a capire che nessuno è clandestino per scelta ma, a volte, la vita lo porta a diventarlo. Fleifel non chiude il film con una soluzione ma una domanda: quanto siamo complici di questa invisibilità? Ed è per questo che il film è necessario più che mai.
