Venezia 83 – “Naza” di Yuval Abraham e Rachel Szor: la disumanizzazione dietro il racconto di un genocidio

NAZA Yuval Abraham Rachel Szor

NAZA Yuval Abraham Rachel Szor

«Non si dorme. Ci si diverte. È incredibilmente divertente».

È una delle frasi che più colpiscono ascoltando le testimonianze raccolte in “Naza”, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Una frase pronunciata con una normalità quasi disarmante, dentro un racconto nel quale la morte di altre persone viene descritta attraverso termini tecnici, procedure, programmi informatici e valutazioni professionali. È proprio questa normalità a rendere il film così difficile da guardare.

NAZA è un documentario di 80 minuti prodotto da The Guardian e JW Films. I due registi, già autori di No Other Land, hanno scelto una forma estremamente essenziale: intervistano 24 militari e membri dell’intelligence israeliana coinvolti nelle operazioni condotte a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Le interviste vengono realizzate di notte, sui tetti di Tel Aviv. I volti sono oscurati e le voci modificate per proteggere l’identità degli intervistati.

Non ci sono ricostruzioni spettacolari. Non c’è una voce narrante che spiega allo spettatore cosa deve pensare. Ci sono soprattutto domande e risposte. Ed è proprio questa semplicità a rendere NAZA così complesso.

Un documentario semplice nella sua complessità

Il film parte dall’arruolamento di alcuni degli intervistati dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Raccontano di essersi chiesti che cosa potessero fare e di avere scelto di entrare nell’esercito. Quello che emerge dalle loro parole è però anche il modo in cui, progressivamente, un determinato linguaggio e una determinata visione del nemico sono entrati nella loro quotidianità.

Tra le frasi ricordate nel film c’è il mantra secondo cui «non ci sono innocenti a Gaza». Una convinzione che alcuni raccontano di avere progressivamente interiorizzato, fino ad arrivare alla convinzione che gli abitanti della Striscia meritassero ciò che sarebbe stato fatto loro.

È qui che NAZA comincia a mostrare la propria vera natura. Non è soltanto un documentario sulle operazioni militari israeliane a Gaza. È un film sulla distanza che può essere creata tra una decisione e la persona che quella decisione colpirà.

Gli intervistati appartengono all’intelligence. Non sono necessariamente quelli che si trovano fisicamente sul luogo dell’attacco. Sono persone che raccolgono informazioni, individuano obiettivi, elaborano dati, partecipano ai processi decisionali. Alcuni raccontano il proprio lavoro quasi come se stessero descrivendo un normale procedimento professionale.

La parola «professionale» ritorna proprio perché sembra permettere di allontanare la dimensione umana da quella operativa. Non si parla più di persone che moriranno, ma di obiettivi. Non di bambini, ma di possibili vittime collaterali. Non di famiglie, ma di dati.

Lavender: quando un algoritmo individua un obiettivo

Uno degli elementi più inquietanti riguarda Lavender, il sistema di intelligenza artificiale descritto nel documentario e già al centro di precedenti inchieste giornalistiche. Il sistema viene raccontato come uno strumento utilizzato per elaborare enormi quantità di dati e individuare persone considerate appartenenti o collegate a Hamas.

Il punto non è soltanto l’esistenza di un sistema tecnologico. È ciò che accade quando una procedura di questo tipo entra dentro una macchina bellica.

Nel film viene raccontato come Lavender potesse attribuire un punteggio agli individui e contribuire all’individuazione degli obiettivi. E proprio qui arriva una delle domande più inquietanti: si può davvero affidare a un programma la decisione su chi debba vivere e chi debba morire?

Una delle risposte riportate nel documentario sostiene che sia preferibile affidarsi a un sistema del genere piuttosto che lasciare la decisione a una persona i cui amici sono stati uccisi da Hamas. È una risposta che sposta ancora una volta il problema. L’intelligenza artificiale viene presentata come uno strumento capace di rendere più oggettiva una decisione che, in realtà, continua ad avere conseguenze profondamente umane.

Uno degli intervistati racconta anche gli errori del sistema. Ma persino l’errore viene trattato come un dato professionale. La questione non è soltanto quanto possa sbagliare una macchina, ma cosa significhi trasformare l’errore in una percentuale quando dietro quella percentuale ci sono persone.

E, soprattutto, emerge un’altra contraddizione: gli stessi intervistati raccontano di non poter essere certi che tutte le persone individuate come obiettivi appartengano effettivamente ad Hamas. Eppure possono essere colpite.

Il bersaglio diventa una famiglia

La disumanizzazione diventa ancora più concreta quando il film racconta l’utilizzo dei telefoni e delle comunicazioni private.

Gli intervistati spiegano di poter controllare i dispositivi di intere famiglie per comprendere i movimenti delle persone considerate obiettivi. Una delle situazioni raccontate riguarda il momento in cui, attraverso il telefono, si può capire che un padre è tornato a casa. Se quel padre viene considerato un obiettivo, la presenza della famiglia non impedisce che l’abitazione venga colpita.

È una delle parti più difficili da ascoltare perché mostra quanto poco possa bastare per trasformare una casa in un bersaglio.

Un intervistato racconta di avere visto sul telefono la fotografia di alcuni bambini e di avere provato qualcosa davanti a quelle immagini. Ma anche in quel caso la reazione viene ricondotta al linguaggio professionale. È come se la persona comparisse soltanto per un istante, prima di essere nuovamente trasformata in un’informazione.

Il film racconta anche situazioni nelle quali gli operatori sentono attraverso i sistemi di sorveglianza il pianto di un bambino. Alla domanda se questo possa provocare un dubbio, una riflessione, una reazione, la risposta riconduce ancora una volta tutto all’obiettivo: c’è l’odio, l’obiettivo è distruggere.

È forse qui che NAZA diventa più difficile da sopportare. Perché non racconta soltanto la morte. Racconta il modo in cui la morte può diventare una procedura.

Un videogame

A un certo punto il linguaggio utilizzato dagli intervistati arriva a una definizione ancora più inquietante: il lavoro viene paragonato a un videogame.

La distanza fisica cambia il rapporto con ciò che accade. Non c’è necessariamente una persona davanti a chi decide. C’è uno schermo, un’immagine, un punto da individuare. Ci sono coordinate, sistemi, programmi, obiettivi.

E anche il termine NAZA diventa significativo proprio per questo. Nel film indica la categoria delle vittime civili previste nell’ambito di un’operazione, trasformando la possibile morte di persone in un numero che può essere calcolato e inserito all’interno della pianificazione di un attacco.

Uno degli episodi raccontati riguarda un obiettivo di Hamas che non riuscivano a localizzare. La soluzione, secondo la testimonianza, sarebbe stata bombardare più luoghi fino a individuare quello cercato.

In altri casi vengono raccontate autorizzazioni che prevedevano un numero molto elevato di possibili vittime civili per un singolo obiettivo. Una delle testimonianze riportate dalle fonti sul film arriva fino a 500 vittime civili previste per un singolo obiettivo associato a Hamas.

A quel punto la domanda diventa inevitabile: se gli obiettivi sono migliaia e per ciascuno viene accettato un determinato numero di vittime, che cosa rimane di una città? Che cosa rimane di Gaza?

La morte trasformata in un gioco

C’è poi una delle testimonianze più sconvolgenti del documentario.

Durante la distribuzione degli aiuti umanitari, alcuni intervistati raccontano di avere trasformato l’arrivo delle persone affamate in una sorta di gioco. Gli abitanti dovevano correre verso il cibo, mentre i cecchini erano posizionati e potevano sparare a chi oltrepassava la linea stabilita.

Quando il regista domanda se quelle persone affamate fossero considerate nemiche, la risposta è sì.

E quando uno degli intervistati racconta che non si dormiva, che ci si divertiva, che era «incredibilmente divertente», il film raggiunge uno dei suoi momenti più terribili. Non perché la frase venga sottolineata dai registi, ma perché viene lasciata lì, pronunciata con una tranquillità che rende ancora più evidente la distanza tra chi parla e chi viene ucciso.

Anche un bambino può diventare un obiettivo

Un altro episodio riguarda un bambino entrato in una zona considerata non accessibile ai palestinesi. Una zona che, come viene raccontato, non era delimitata.

Il bambino non stava facendo nulla. Eppure viene colpito da un drone.

Il corpo non viene recuperato. L’intervistato racconta che i corpi non vengono recuperati e che possono essere lasciati agli animali.

È difficile non fermarsi davanti alla semplicità con cui una cosa simile viene narrata. Non c’è una costruzione drammatica. Non c’è musica che suggerisca allo spettatore come reagire. C’è soltanto una persona che racconta quello che è accaduto.

Ed è questa, forse, la scelta più forte di Abraham e Szor.

Tel Aviv continua a vivere

Mentre le testimonianze vengono raccolte sui tetti di Tel Aviv, la città continua a vivere.

Si vedono le finestre illuminate degli edifici. Le persone sono dentro le proprie case. Qualcuno guarda la televisione, qualcuno mangia, qualcuno continua la propria quotidianità.

E poi si sentono gli aerei.

È uno degli elementi più potenti del film perché gli aerei non sono soltanto un rumore. Sono la presenza fisica della guerra dentro uno spazio apparentemente normale. Tel Aviv e Gaza sono relativamente vicine, e NAZA costruisce proprio su questa prossimità un contrasto difficilissimo da ignorare: da una parte una città che continua la propria vita quotidiana, dall’altra una popolazione sottoposta alla guerra e alla distruzione.

La vita quotidiana di Tel Aviv entra così continuamente in relazione con le testimonianze raccolte sul tetto. Le immagini degli appartamenti, le finestre illuminate e i frammenti di televisione diventano il contrappunto visivo di ciò che viene raccontato.

Il momento in cui il film smette di parlare

Per quasi tutta la sua durata NAZA ci costringe ad ascoltare.

Poi, verso la fine, arrivano le immagini.

Un edificio viene bombardato. Un padre cerca le proprie figlie tra le macerie e le chiama per nome. La voce cerca qualcuno che non risponde. Poi compaiono i piedi, i corpi sotto ciò che resta del palazzo.

È un passaggio che cambia la percezione di tutto quello che abbiamo ascoltato fino a quel momento.

Perché fino a quel punto la morte è stata raccontata attraverso parole come obiettivo, errore, programma, intelligence, procedura, danno collaterale. Improvvisamente quelle parole hanno un volto, una famiglia, dei nomi.

Non servono immagini spettacolari. Basta un padre che cerca le proprie figlie e una voce che le chiama.

La disumanizzazione raccontata da chi l’ha praticata

È questo il cuore di NAZA: la disumanizzazione.

E forse è proprio questo che rende il documentario così difficile da guardare. Perché gli uomini e le donne che parlano sul tetto non vengono presentati come creature diverse da noi. Sono esseri umani. Parlano, lavorano, ridono, raccontano. Alcuni mostrano persino momenti di esitazione o di disagio. Sono persone.

Ed è proprio questo a rendere la domanda ancora più inquietante: dove finisce l’umanità quando l’altro smette di essere percepito come una persona?

Nel documentario sono pochissimi gli intervistati che sembrano interrogarsi davvero sulle conseguenze di ciò che hanno fatto. Alcuni raccontano episodi nei quali qualcosa li ha colpiti. Un’immagine, una fotografia, un bambino. Ma il linguaggio professionale torna quasi sempre a ricomporre quella frattura.

È una delle cose che più fanno male in NAZA: non soltanto ascoltare ciò che viene fatto, ma ascoltare la tranquillità con cui viene raccontato.

La violenza non viene presentata come un’esplosione di rabbia. Viene raccontata come un lavoro.

Un film che fa male

NAZA è un documentario necessario. È incredibilmente disturbante, ma proprio per questo necessario.

Racconta il genocidio a Gaza attraverso le testimonianze di chi, dall’interno dell’apparato militare e dell’intelligence israeliana, descrive sistemi, procedure e decisioni che riguardano la vita e la morte dei palestinesi.

Ma NAZA non è importante soltanto per ciò che racconta. Lo è per come sceglie di raccontarlo.

È un film incredibilmente semplice nella sua complessità. Due registi, un tetto, la notte, 24 persone nascoste nell’ombra e una serie di domande. Niente sembra costruito per impressionare lo spettatore. Eppure proprio questa semplicità produce un effetto devastante.

È difficile ascoltare queste parole. È difficile accettare che qualcuno possa raccontare l’uccisione di bambini, famiglie e persone affamate con il linguaggio con cui si descrive una procedura di lavoro.

Ed è difficile anche perché, guardando quelle persone, ci si ricorda che sono esseri umani. Come noi.

È forse questa la domanda più dolorosa che NAZA lascia allo spettatore: dove è finita l’umanità? Che fine abbiamo fatto?

Abraham e Szor hanno avuto il coraggio di costruire un film che non cerca risposte facili. Mettono davanti alla macchina da presa persone che raccontano ciò che hanno fatto e lasciano che siano le loro stesse parole a creare la frattura.

Il risultato è un documentario difficile da guardare, doloroso e disturbante. Un film che fa male proprio perché non ha bisogno di alzare la voce.

NAZA ci costringe ad ascoltare.

E, soprattutto, ci costringe a ricordare che dietro ogni numero, ogni obiettivo, ogni percentuale e ogni termine tecnico ci sono persone.

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