“Put your soul on your hand and walk” di Sepideh Farsi e Fatma Hassouna: la recensione
Put your soul on your hand and walk
“Put your soul on your hand and walk” è un documentario necessario, straziante, lirico, brutale. È un’opera che racconta il male della guerra, la sofferenza di chi vive ogni giorno sotto le macerie di un territorio che, pur cercando di resistere, scompare in mano agli oppressori.
In anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma, l’opera della regista iraniana Sepideh Farsi, già nota per il lavoro di denuncia dei conflitti nel suo Paese natale, ci consente di conoscere attraverso gli occhi della fotoreporter palestinese Fatma Hassouna la guerra, la sua brutalità e purtroppo semplicità.

L’opera riporta fedelmente gli scambi avvenuti tra le due donne nel corso di un anno, a partire dall’aprile del 2024 e fino al 15 aprile 2025, l’ultimo giorno di vita di Fatma e di alcuni componenti della sua famiglia, uccisi nel sonno durante un bombardamento.
È una storia crudele quella raccontata, una storia di dolore ma anche di sogni e speranze, perché Fatma è viva, è una ragazza di 24 anni con aspettative, desideri, con la voglia di viaggiare per il mondo per poi tornare a casa, a Gaza.
Fatma è intrepida, convinta che sia necessario documentare quello che avviene e farlo attraverso le foto, la musica, la sua voce.
“Ogni secondo, quando cammini per strada, metti l’anima in mano e cammina” risponde Fatma a Sepideh quando le chiede con quale coraggio riesce ad uscire di casa, a camminare consapevole che un cecchino può nascondersi su un tetto.
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In “Put your soul on your hand and walk” quella guerra che, spesso, appare troppo lontana da chi vive in territori di pace diventa vicina, umana.
Attraverso le videochiamate tra le due donne, le difficoltà di una buona linea internet per Fatma, i suoi messaggi scritti e vocali, il film diventa un archivio di resistenza, una testimonianza del coraggio di una giovane donna uccisa barbaramente, senza alcuna pietà.
“Spero di vivere la vita che voglio. Devo continuare a documentare, così potrò raccontare ai miei figli quello che ho passato e quello a cui sono sopravvissuta”. È con queste parole piene di speranza e resilienza che si conclude Put your soul on your hand and walk. Parole con cui Fatma passa idealmente il testimone a Sepideh, che deve farsene portavoce universale.
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“Quando ho incontrato Fatma Hassona è avvenuto un miracolo. Lei è diventata i miei occhi a Gaza, dove resisteva documentando giorno per giorno la guerra. E io sono diventata un collegamento tra lei e il resto del mondo, dalla sua « prigione di Gaza », come la definiva lei. Abbiamo mantenuto questa linea di comunicazione per quasi un anno. I frammenti di pixel e suoni che ci siamo scambiate sono diventati il film che vedete. L’assassinio di Fatma il 16 aprile 2025, in seguito a un attacco israeliano alla sua casa, ne cambia per sempre il significato” – afferma la regista.
Fatma viene uccisa il giorno dopo che Sepideh le ha comunicato la possibilità di presentare il progetto al Festival di Cannes e di partecipare entrambe all’evento.
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Secondo la regista “L’edificio è stato preso di mira, visto l’alto numero di giornalisti e fotografi uccisi dall’esercito israeliano a Gaza”.
Il caso fa il giro del pianeta e scuote le coscienze. Quelle telefonate “preparatorie” diventano per la regista Farsi l’unico materiale disponibile per un film che viene pervicacemente alla luce.
Fatma lascia a noi spettatori la sua testimonianza in tempo di guerra, il desiderio di vivere la normalità, le sue foto, il volto dei suoi cari, la dolcezza della voce, il bisogno di avere uno spazio personale, il suo dolore.
“Mi sento molto vuota. Mi sento infelice, come se tutto fosse un ciclo.”
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Osserviamo nell’anno documentato il cambiamento fisico di Fatma a causa della fame, i suoi occhi che diventano sempre più vacui, il suo cervello che si indebolisce, la sua speranza che vacilla ma persiste, la sua forza che resiste.
“È l’unica cosa che puoi bere immaginando che la vita abbia ancora un senso” dichiara Fatma con il suo caffè arabo in mano, un minuscolo istante di normalità in un tempo in cui nulla è normale.
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“Mi manca la mia vita” afferma Fatma. Una vita che possiamo osservare anche sul suo profilo Instagram, fatto di amicizie, momenti felici, paesaggi di mare, celebrazioni.
“Put your soul on your hand and walk” rende la guerra vicini a noi, la umanizza perché di esseri umani essa è fatta, la rende banale, come il desiderio di un po’ di pollo e di cioccolata, e ci rammenta quanto siamo, purtroppo, crudeli, brutali eppure semplicemente uomini.
“Sto cercando di trovare un po’ di vita in tutta questa distruzione.”
Regia: Sepideh Farsi
Fotografia: Sepideh Farsi, Fatma Hassouna
Montaggio: Sepideh Farsi, Farahnaz Sharifi
Musica: Cinna Peyghamy
Suono: Pierre Carrasco, Léo Boisson
Produttore: Javad Djavahery
Produzione: Rêves d’Eau Productions, 24Images
Coproduttore: Annie Ohayon-Dekel
Distribuzione italiana: Wanted Cinema
Distribuzione internazionale: Cercamon
Cast: Fatma Hassouna