Venezia 83 – “Father Joe” di Barthélémy Grossmann: quando la fede imbraccia le armi

Father Joe

Father Joe

Alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia arriva, fuori concorso nella sezione Venice Open, “Father Joe”, esordio alla regia di Barthélémy Grossmann con Kiefer Sutherland, Ever Anderson e Al Pacino. Scritto da Luc Besson, che figura anche tra i produttori insieme a EuropaCorp e allo stesso Sutherland, il film è un action thriller ambientato nella Little Italy della New York degli anni Novanta. Al centro c’è un sacerdote molto lontano dall’immagine tradizionale dell’uomo di Chiesa: Father Joe non affida la propria missione soltanto alla fede, ma ad armi, combattimenti e a una vera e propria guerra personale contro la malavita.

Fin dalle prime sequenze è evidente che Grossmann non cerca il realismo. Father Joe si muove dentro una dimensione volutamente eccessiva, quasi fumettistica. Qui un prete può affrontare da solo intere bande criminali, distruggere laboratori di droga e trasformare la propria parrocchia in una sorta di quartier generale segreto. È un universo nel quale la sospensione dell’incredulità non è un ostacolo, ma una condizione necessaria per entrare nel gioco proposto dal film. Il regista ha dichiarato di averlo concepito come una moderna fiaba sulla fede, sulla redenzione e sulla complessità della natura umana, unita all’influenza del cinema di genere degli anni Ottanta e Novanta.

Un prete, un arsenale e una guerra alla malavita

Father Joe è un sacerdote, ma prima ancora è un combattente. La sua missione è colpire il traffico di droga e impedire che le sostanze arrivino ai più giovani. Il suo metodo, però, è tutt’altro che convenzionale. Il sacerdote irrompe nei laboratori, affronta gli uomini della malavita e li costringe a interrompere la vendita ai minori di ventuno anni. A questo aggiunge una punizione ancora più singolare: ai criminali che cattura somministra un virus destinato a diventare letale dopo sette giorni, offrendo loro l’antidoto soltanto durante la messa domenicale. È il suo modo paradossale di imporre una conversione: confessarsi, pentirsi, pagare o affrontarne le conseguenze.

Una congregazione fuori dagli schemi

Attorno a lui si raccoglie una congregazione altrettanto fuori dagli schemi. La piccola parrocchia di St. Felicity è popolata da volti che sembrano provenire direttamente dall’universo del cinema d’azione: persone addestrate al combattimento, figure legate alla guerra e alla violenza, uomini che sembrano aver trovato nella comunità religiosa una nuova forma di appartenenza. Tra loro c’è Lao, silenzioso compagno di Father Joe, una presenza quasi ieratica e al tempo stesso letale. La componente asiatica della congregazione introduce nel film anche un immaginario legato alle arti marziali, con combattimenti coreografati secondo una grammatica che richiama la tradizione del cinema d’azione.

La chiesa stessa nasconde un secondo volto. Dietro una statua della Madonna si trova un accesso segreto a un rifugio che custodisce armi, esplosivi e tutto ciò che serve a sostenere la guerra privata del sacerdote. È una delle immagini che meglio riassumono la natura di Father Joe: il sacro e il militare convivono nello stesso spazio, così come fede e violenza convivono nella personalità del protagonista.

Il bene e il male nella stessa persona

La contraddizione di Father Joe è il vero centro del film. Da una parte c’è un uomo che parla dell’innocenza dei bambini, che cerca di proteggerli dalla droga e che utilizza il denaro proveniente dalla criminalità per aiutare i poveri. Dall’altra c’è un giustiziere che non esita a usare la violenza e a uccidere quando ritiene che non esista altra soluzione.

La sua parrocchia diventa così uno spazio nel quale il confine tra bene e male si fa volutamente instabile. Father Joe predica la salvezza, ma la persegue attraverso gli stessi strumenti che appartengono al mondo che combatte. Non è un uomo puro che affronta un universo corrotto: è un personaggio profondamente segnato dalla violenza, che prova a trasformarla in una forma personale di giustizia.

Il passato permette di comprendere questa contraddizione. Prima di diventare sacerdote, Joe è stato un militare e un veterano del Vietnam. La sua vita cambia dopo la morte della figlia Grace, vittima della droga, e successivamente della moglie, distrutta dal dolore. È da questa perdita che nasce la sua vocazione religiosa. La fede non cancella la rabbia: la riorganizza e le dà una direzione.

Il rapporto con il boss Gio Falcone, interpretato da Al Pacino, diventa allora molto più interessante di un semplice scontro tra sacerdote e mafioso. Entrambi sono uomini segnati da una perdita dell’innocenza e da un passato familiare doloroso. Entrambi sembrano avere costruito il proprio presente a partire da una ferita originaria. Se Father Joe cerca una forma di redenzione attraverso la fede, Falcone continua a vivere dentro la logica del potere e della criminalità.

Al Pacino dentro il gioco della citazione

Al Pacino è una presenza inevitabilmente legata alla memoria cinematografica della mafia. Il film lo colloca consapevolmente in questo immaginario, affidandogli il ruolo del boss che governa la rete criminale della città. Il suo Falcone è circondato da tutti gli elementi riconoscibili del gangster movie: abiti eleganti, lusso, gerarchie, uomini di fiducia e una concezione della famiglia che appartiene tanto alla tradizione mafiosa quanto alla storia del cinema americano.

Anche il libro che tiene tra le mani, Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, non è una scelta casuale. Falcone legge la storia di una famiglia condannata a ripetere i propri errori fino alla scomparsa e vi riconosce qualcosa della propria esistenza. È una delle rare occasioni in cui il film lascia emergere con chiarezza l’idea di un destino che si ripete e di una violenza trasmessa da una generazione all’altra.

In questo senso, Father Joe è anche un film costruito attraverso la memoria di altri film. La presenza di Al Pacino rende inevitabile il confronto con la tradizione del gangster movie, mentre l’impianto dell’action richiama una precisa stagione del cinema di genere.

La ferita dei giovani

La figura di Felicity, una ragazza di sedici anni che Father Joe incontra in seguito a un’overdose, introduce nel racconto una dimensione più intima. Il sacerdote la porta nella sua comunità e cerca di capire che cosa si nasconda dietro il suo rapporto con la droga. Quando le chiede perché ne faccia uso e perché i suoi genitori non l’abbiano aiutata, la risposta è semplice e diretta: loro non sanno chi sia e lei stessa non sa davvero chi sia.

È un passaggio volutamente essenziale, coerente con il tono del film. Non c’è la pretesa di costruire un’approfondita analisi del disagio adolescenziale: Felicity serve soprattutto a riportare Father Joe davanti alla ferita che lo ha trasformato, perché nella ragazza riconosce qualcosa della figlia Grace. Il loro incontro aggiunge così un elemento umano alla missione del protagonista senza modificare la natura dichiaratamente action del racconto.

Felicity diventa anche una presenza capace di creare un legame con Lao, il silenzioso compagno di Father Joe. Attraverso di lei emerge un lato più umano di un personaggio che, per gran parte del film, sembra appartenere quasi esclusivamente al mondo dell’azione e del combattimento.

Fede, denaro e una Chiesa tutt’altro che innocente

La religione è anche uno dei terreni sui quali Father Joe costruisce le proprie contraddizioni. Il sacerdote riceve ingenti somme di denaro dalla criminalità e ne destina una parte alla diocesi e ai poveri. La questione non è soltanto economica: è morale. Che cosa accade quando il denaro utilizzato per compiere il bene proviene direttamente dal male che si pretende di combattere?

Il film porta questa domanda fino alle porte della gerarchia ecclesiastica. Father Joe non nasconde la provenienza dei soldi e costringe chi li riceve a confrontarsi con la loro origine. La Chiesa, nel mondo del film, non è dunque un’entità estranea alle ambiguità del potere. Anche l’istituzione religiosa deve scegliere quanto sia disposta a tollerare quando il risultato è aiutare chi ha bisogno.

Questa ambivalenza attraversa tutto il racconto. Father Joe combatte la droga, ma finanzia la propria missione con i soldi della criminalità. Predica la pace, ma porta con sé un arsenale. Difende l’innocenza dei bambini, ma agisce attraverso la violenza. È Dio e il diavolo incarnati nella stessa persona, come suggerisce uno dei personaggi: una definizione che, più che spiegare Father Joe, ne sintetizza la natura contraddittoria.

Un immaginario volutamente sopra le righe

Uno degli aspetti che rendono Father Joe riconoscibile è proprio il suo modo di mettere insieme elementi apparentemente inconciliabili. Il gangster movie convive con il film religioso, il revenge movie con il fumetto, la parabola sulla fede con l’action più spettacolare.

La fotografia di Colin Wandersman, il montaggio di Lucas “Kub” Fabiani, la scenografia di Hugues Tissandier e i costumi di Corinne Bruand costruiscono un mondo che non cerca una ricostruzione filologica della New York degli anni Novanta, quanto piuttosto una sua versione cinematografica. La musica di Matteo Locasciulli e il lavoro sul suono contribuiscono a sostenere il ritmo dell’azione e l’atmosfera urbana.

È un’estetica che guarda al cinema di genere. Le sparatorie, le esplosioni, i combattimenti e le irruzioni nei covi criminali hanno una dimensione quasi coreografica.

Un film da vedere o un film da vivere sul divano?

Father Joe non è un film destinato a rimanere nella storia del cinema. Non ha la complessità necessaria per trasformare le proprie numerose intuizioni in una riflessione davvero profonda sulla fede, sulla violenza o sulla criminalità. Alcuni temi vengono introdotti e poi rapidamente superati. Altri vengono risolti attraverso soluzioni narrative che appartengono più alla fiaba d’azione che al dramma.

Eppure sarebbe altrettanto riduttivo liquidarlo semplicemente come un film sbagliato. Father Joe ha un’identità precisa, non è mai davvero noioso e possiede una certa capacità di intrattenere. Kiefer Sutherland affronta il protagonista con assoluta convinzione, senza cercare di ridimensionarne l’assurdità. Il film gli chiede di essere contemporaneamente sacerdote, soldato, padre, vittima e giustiziere. L’attore accetta fino in fondo le regole del gioco.

La questione è piuttosto un’altra: che cosa ci si aspetta da un film del genere e, soprattutto, da un passaggio in una manifestazione come Venezia. Father Joe sembra appartenere maggiormente alla dimensione del film da vedere sul divano di casa che a quella dell’esperienza per cui vale la pena acquistare un biglietto e andare al cinema. Non perché non sia piacevole da seguire, ma perché la sua forza risiede soprattutto nel meccanismo dell’intrattenimento, più che nella capacità di lasciare una traccia duratura.

Father Joe è un action sopra le righe, una favola nera attraversata da fede, violenza, redenzione e vendetta, nella quale il sacerdote diventa una sorta di giustiziere contemporaneo. Il film vuole, soprattutto, intrattenere, mescolare riferimenti e costruire un universo volutamente improbabile, nel quale una chiesa può nascondere un arsenale e un sacerdote può dichiarare guerra alla mafia.

Anche la chiusura mantiene questa dimensione ironica e citazionista, con una battuta che richiama in modo immediato Il padrino. Un omaggio talmente esplicito da risultare quasi inevitabile, soprattutto considerando la presenza di Al Pacino nei panni del boss mafioso Gio Falcone. Un’ultima strizzata d’occhio al cinema gangster che conferma la natura dichiaratamente ludica di Father Joe e il piacere del film nel muoversi tra riferimenti, generi e immaginari cinematografici.

Iscriviti alla newsletter settimanale per rimanere aggiornato su tutti i nostri articoli!