Dylan Dog Horror Show, il difficile incontro tra l’immaginario di Sclavi e il linguaggio teatrale

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Dylan Dog Horror Show - Ph: Tommaso Le Pera

Dylan Dog Horror Show - Ph: Tommaso Le Pera

Ci sono figure che, con il trascorrere del tempo, finiscono per emanciparsi dalle pagine che le hanno generate, trasformandosi in presenze familiari, quasi intime, nell’immaginario di intere generazioni. Dylan Dog è una di queste. Creato da Tiziano Sclavi nel 1986, l’Indagatore dell’Incubo ha attraversato quarant’anni di storie senza smarrire la propria identità, custodendo un universo narrativo in cui l’orrore si intreccia alla malinconia, l’ironia al disincanto, il romanticismo a una sottile e irrisolta inquietudine esistenziale. È proprio in questa natura contraddittoria, nella sua umanità imperfetta e profondamente fragile, che risiede il segreto di un fascino capace di resistere al tempo e di rinnovarsi a ogni incontro.

Portare questo immaginario sul palcoscenico significa confrontarsi con un’eredità narrativa e visiva di grande complessità. Significa, soprattutto, trovare una forma espressiva capace di preservarne l’essenza, senza limitarsi a riprodurne le immagini. È questa la sfida di “Dylan Dog Horror Show”, prima produzione teatrale di Sergio Bonelli Editore, con testo di Tiziano Sclavi e Nicola Russoe regia di Valter Malosti, in scena al Teatro Eliseo di Roma. Un progetto ambizioso, nato in occasione del quarantesimo anniversario del personaggio, che intreccia teatro, musica e arti visive.

Le aspettative erano inevitabilmente alte, anche in virtù di un legame personale con un personaggio che mi accompagna fin dall’adolescenza. Per questo, al termine della rappresentazione, la sensazione di incompiutezza si fa ancora più amara. Non si tratta soltanto della delusione per uno spettacolo che non ha pienamente convinto, ma della difficoltà di ritrovare sul palcoscenico un universo narrativo che, nel corso degli anni, ha rappresentato una presenza familiare e significativa.

Durata: 110 minuti

Ph: Tommaso Le Pera
Ph: Tommaso Le Pera

Tra jazz, morte e suggestioni visive: l’ingresso nell’incubo

L’apertura dello spettacolo immerge il pubblico nelle atmosfere di un club dalle suggestioni jazzistiche, con i musicisti disposti su una struttura scenografica sopraelevata: il “Club Inferno”. Le prime immagini richiamano una dimensione da cabaret, dalla quale affiora gradualmente una presenza imprescindibile nell’universo di Sclavi: la morte. Una morte che arriva e porta via, che sottrae e restituisce, che danza, vive e infine muore. Le parole si susseguono con il ritmo di una litania, quasi un’invocazione, mentre una figura avvolta nel nero attraversa la scena cantando. Sul fondale, una proiezione video lascia emergere un volto enigmatico, amplificando il carattere straniante e visionario della sequenza.

A spezzare questa prima suggestione arriva Groucho (Loris Fabiani), l’inseparabile assistente dell’Indagatore dell’Incubo. Ed è proprio lui a conquistare immediatamente la scena. Fabiani restituisce al personaggio la sua inconfondibile irriverenza, padroneggiando con naturalezza tempi comici, giochi di parole e battute surreali. Dal celebre «campanurlo», invenzione linguistica che diventa occasione per una serie di freddure, alle conversazioni condotte apparentemente da solo, l’attore stabilisce una complicità immediata con il pubblico.

La sua interpretazione conserva quella leggerezza dissacrante che appartiene profondamente a Groucho. Fabiani dimostra una notevole padronanza del personaggio e si distingue come uno degli interpreti più convincenti dell’intera rappresentazione.

Ph: Tommaso Le Pera

Le lettere bianche e il ritorno dei fantasmi

La vicenda entra nel vivo con l’arrivo di Veronika (Marit Nissen), una donna avvolta nel mistero che si rivolge a Dylan Dog (Gabriele Graham Gasco) per affidargli un caso inquietante. Due anni prima, sua sorella è morta improvvisamente, stringendo in una mano una lettera completamente bianca. Da allora, nel quartiere si sono verificati undici decessi nell’arco di un solo anno. Un dettaglio accomuna tutte le vittime: prima di morire, avevano ricevuto lo stesso enigmatico messaggio.

Veronika racconta, inoltre, che le anime dei defunti sembrano tornare periodicamente nella sua abitazione, riunendosi come se partecipassero a una festa. «I morti quando tornano si portano dietro tutte le loro parole», afferma, introducendo una suggestione che richiama una delle ossessioni più profonde dell’universo di Sclavi: il confine incerto tra ciò che rimane della vita e ciò che appartiene alla morte.

Convinta di essere la prossima vittima, la donna chiede all’investigatore di indagare. Dylan, inizialmente scettico, non sembra prendere troppo sul serio il racconto. Quando però anche a lui viene recapitata una lettera bianca, il mistero assume una dimensione personale. «Una pagina bianca può essere una promessa di orrore»: un’immagine che racchiude il rapporto tra scrittura, mistero e paura, da sempre centrale nell’universo del fumetto.

Le indagini portano Dylan a confrontarsi con l’ispettore Bloch (Antonino Iuorio) e con alcune figure legate al mondo dell’occulto. Progressivamente, tuttavia, il caso si trasforma in un percorso attraverso la memoria del protagonista, riportando in superficie presenze, legami e ferite mai rimarginate. Tornano le donne che hanno segnato la sua esistenza, gli amori perduti e le figure che ne hanno accompagnato il cammino: da Morgana (Annamaria Troisi) a Lillie Connolly (Beatrice Vecchione), da Anna Never (Sofia Fusciani) a Bree Daniels (Camilla Nigro), fino a Xabaras (Dario Battaglia), presenza ambigua e inquietante, profondamente legata alle origini familiari dell’Indagatore dell’Incubo.

Tra queste interpretazioni si distingue quella di Camilla Nigro, che dà vita a Bree, ex prostituta coinvolta nella vicenda del killer delle prostitute e che, prima di morire, aveva chiesto a Dylan Dog di indagare sugli omicidi. L’attrice offre una prova convincente, sia sul piano attoriale sia su quello vocale, con una particolare efficacia nei momenti musicali.

Il palcoscenico si popola così di ricordi, confessioni e apparizioni. Il passato torna a occupare il presente, mentre il confine tra sogno, incubo e realtà diventa sempre più indistinto. È una materia narrativa profondamente legata all’identità di Dylan Dog, ma che avrebbe richiesto una costruzione drammaturgica capace di tenere insieme le diverse dimensioni del racconto.

Ph: Tommaso Le Pera

Dylan Dog, il difficile passaggio dalla pagina alla scena

Il nodo più problematico riguarda Gabriele Graham Gasco, interprete del protagonista. La somiglianza fisica con il Dylan Dog disegnato da Sclavi è evidente. Ma Dylan Dog non può essere ridotto alla propria immagine iconografica. Il suo fascino risiede in una personalità complessa, in un equilibrio sottile tra ironia e malinconia, romanticismo e disincanto, fragilità e inquietudine.

È un uomo giovane, ma segnato dalle esperienze, dagli amori perduti e dalle contraddizioni che ne hanno attraversato l’esistenza. Il suo volto, nell’immaginario di chi lo ha seguito per anni, porta idealmente i segni di una vita vissuta attraverso paure e disillusioni. Non è soltanto il ragazzo affascinante che si muove tra mostri e demoni, ma un personaggio che esercita un’attrazione proprio attraverso la propria umanità imperfetta.

Nell’interpretazione di Gasco questa complessità non trova spazio. Il suo Dylan Dog appare caratterizzato da una dimensione prevalentemente ingenua e infantile, lontana dalla ruvidezza, dalla profondità emotiva e dal fascino magnetico che appartengono al personaggio di Sclavi. Manca quella particolare combinazione di ironia, malinconia, disincanto e sensualità che ha reso l’Indagatore dell’Incubo una figura capace di conquistare intere generazioni di lettori. Una distanza che non riguarda soltanto la caratterizzazione scenica, ma tocca l’essenza stessa del personaggio. La sensazione è che manchi la capacità di restituire ciò che rende davvero riconoscibile il protagonista, al di là dei suoi tratti somatici. E quando a non convincere è proprio il personaggio attorno al quale ruota l’intero spettacolo, la difficoltà diventa inevitabilmente centrale.

Tra visione scenica e identità musicale

Se sul piano della drammaturgia e della caratterizzazione dei personaggi emergono le maggiori criticità, la dimensione tecnica e visiva merita invece un riconoscimento distinto. Le scene di Claudia Sorace costruiscono uno spazio suggestivo, capace di dialogare con l’immaginario oscuro e visionario del fumetto. La consulenza scenografica di Fabiana Di Marco contribuisce alla definizione dell’impianto visivo, mentre il disegno luci di Giulia Pastore accompagna i diversi passaggi della rappresentazione, creando atmosfere sospese e inquietanti.

Il disegno video di Sergio Metalli arricchisce la composizione scenica con ulteriori suggestioni visive. I costumi di Metella Raboni e le coreografie di Michela Lucenti completano il lavoro di costruzione dell’immagine teatrale, contribuendo al dialogo tra i diversi linguaggi dello spettacolo.

Di grande qualità è soprattutto il lavoro musicale. Il progetto sonoro e la direzione musicale di G.U.P. Alcaro, insieme alle scelte musicali di Valter Malosti, trovano nel power trio composto da Paolo Spaccamonti alla chitarra, Luca Cavina al basso e synth e Jacopo Battaglia alla batteria e synth una presenza di grande intensità.

La musica non è un semplice accompagnamento, ma diventa parte integrante dell’atmosfera. Le sonorità attraversano momenti di tensione e suggestioni psichedeliche, dialogando con le immagini e con i movimenti degli interpreti. È proprio nella relazione tra musica e immagine che il progetto trova alcune delle sue intuizioni più riuscite.

Ph: Tommaso Le Pera

La difficile metamorfosi dal fumetto al teatro

Il nodo centrale di “Dylan Dog Horror Show” risiede, in definitiva, nella difficoltà di tradurre il linguaggio del fumetto in una forma teatrale autonoma. Un passaggio che non può limitarsi alla riproduzione delle immagini, alla successione di quadri o alla comparsa dei personaggi più riconoscibili. Il teatro richiede un’elaborazione ulteriore, capace di preservare l’identità dell’opera originaria e, al tempo stesso, di trovare nella fisicità, nella recitazione e nella relazione tra gli interpreti una propria grammatica espressiva.

Nella rappresentazione di Valter Malosti si avverte, invece, una marcata dipendenza dalle modalità narrative e visive del fumetto. La recitazione conserva spesso un’impostazione illustrativa, come se gli interpreti fossero chiamati a riprodurre le caratteristiche dei personaggi disegnati, senza riuscire sempre a trasformarle in presenze sceniche compiute.

A questa difficoltà si aggiunge una costruzione drammaturgica frammentaria. I diversi quadri si susseguono senza trovare sempre un’effettiva continuità, dando vita a una narrazione nella quale le singole sequenze faticano a comporsi in un disegno unitario. La dimensione onirica, elemento potenzialmente fertile per una trasposizione teatrale, si disperde talvolta in una successione di apparizioni e situazioni che non riescono a consolidare un percorso narrativo riconoscibile. Ne deriva una certa difficoltà nel seguire gli sviluppi della vicenda e nel cogliere il legame tra i diversi momenti della rappresentazione.

Trasporre un’opera non significa semplicemente trasferirne i contenuti da un linguaggio a un altro. Significa comprenderne la natura più profonda e individuare gli strumenti necessari per restituirla attraverso una forma nuova. In “Dylan Dog Horror Show” questa trasformazione rimane incompiuta: il fumetto continua a essere il modello da riprodurre, anziché diventare il punto di partenza per una creazione teatrale capace di acquisire una propria autonomia.

Il fascino perduto dell’Indagatore dell’Incubo

Uscire dal Teatro Eliseo con una sensazione di delusione, soprattutto dopo aver amato per anni le avventure dell’Indagatore dell’Incubo, non era ciò che mi aspettavo. Il quarantesimo anniversario di Dylan Dog rappresentava un’occasione importante per confrontarsi con un personaggio che ha attraversato generazioni senza perdere la propria identità.

Il suo universo non è fatto soltanto di mostri, demoni e apparizioni. È abitato da una malinconia profonda, da un’ironia imprevedibile e da una particolare sensibilità nei confronti delle fragilità umane. È questo intreccio ad aver reso Dylan Dog molto più di un protagonista horror e ad averne alimentato, nel tempo, il fascino.

La scenografia, la musica e alcune interpretazioni riescono a restituire frammenti di quell’immaginario. Ma non bastano a colmare la distanza tra il personaggio che ho imparato ad amare e quello che prende vita sul palcoscenico. Resta la sensazione di un progetto che ha saputo ricreare parte della sua dimensione estetica, senza riuscire a restituirne altrettanto efficacemente la sostanza.

Dylan Dog non ha bisogno soltanto di essere riconosciuto: ha bisogno di essere compreso, attraversato e restituito nella sua complessità. Ed è proprio in questo passaggio, fondamentale per trasformare un fumetto in teatro, che “Dylan Dog Horror Show” finisce per non trovare la propria strada.

Crediti artistici e tecnici

Regia: Valter Malosti

Testo: Tiziano Sclavi e Nicola Russo

Scene: Claudia Sorace

Consulenza scenografica: Fabiana Di Marco

Disegno luci: Giulia Pastore

Costumi: Metella Raboni

Coreografie: Michela Lucenti

Disegno video: Sergio Metalli

Progetto sonoro e direzione musicale: G.U.P. Alcaro

Scelte musicali: Valter Malosti

Collaborazione al progetto sonoro: Andrea Cauduro

Cast

Gabriele Graham Gasco, Loris Fabiani, Marit Nissen, Ida Marinelli, Danilo Nigrelli, Antonino Iuorio, Dario Battaglia, Camilla Nigro, Beatrice Vecchione, Annamaria Troisi, Sofia Fusciani.

Performer

Fabio Bergaglio, Antonio Carta, Alessandro Pallecchi, Sofia Celentani Ungaro, Cecilia Francesca Croce, Michele Calcari, Giovanni Fasser.

Power trio

Paolo Spaccamonti, Luca Cavina, Jacopo Battaglia.

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