Intervista a Saverio Tommasi: “il mio mestiere è vivere le storie”

foto-in-azione-03

“Il mio mestiere è vivere le storie. Raccontarle. Sul campo. Sul palco, attraverso una telecamera o un libro. Mostrare ciò che non si ha interesse a disvelare.
Voglio rompere le uova marce del paniere. Voglio rompere gli schemi, la consuetudine e le palle.
Non mi limito a raccontare le storie, le vivo. Interpreto i personaggi, acquisisco i movimenti, modulo la voce. La libertà è un’esperienza che richiede grande impegno personale, capacità di stare insieme, contaminarsi e con-dividere. Investigare i temi cruciali del nostro tempo, le zone calde, pericolose. Negli acquitrini sociali come nei ghetti borghesi. Storie scomode. Voglio alzare i tappeti e raccogliere la polvere. Con il dubbio di non riuscirci, la paura di dissipare credibilità, il dolore di un parto che è anche la curiosità e l’allegria di una nuova partenza. Per citare un amico mio”. (Saverio Tommasi)

Saverio Tommasi, blogger, collaboratore della testata online Fanpage e scrittore di libri, suscita sul web pareri controversi e opposti: sono tantissime le persone che condividono la sua visione del mondo, ma non mancano gli haters che lo attaccano duramente, non approvando le sue idee.

I suoi reportage vengono visti da migliaia di persone, divenendo ogni volta motivo di confronto e discussione.

Ho avuto il piacere di poterlo intervistare e sono lieta di condividere con voi lettori le sue parole; credo sia un occasione per conoscere maggiormente la  “persona” nella sua interezza.

  • Buongiorno Saverio. La ringrazio per l’intervista. Potesse dare una descrizione della sua persona, quali parole utilizzerebbe?

Ho molta difficoltà a descrivermi. Ho sempre detto che mi piacerebbe alla notizia della mia morte che qualcuno pensasse “peccato avrebbe avuto ancora qualche buona storia da raccontare”. Ecco se dovessi descrivermi perciò da vivo e non da morto direi “ama raccontare i pezzi delle vite degli altri per raccontare anche sé stesso. Ci prova, ci prova sempre”. Mi piacerebbe che questa descrizione corrispondesse più possibile alla realtà ed è per quello che lavoro.

  • Su Fanpage, nella descrizione scrive: “provo a fare qualcosa per cambiare il mondo”. Pensa che la scrittura possa, soprattutto negli ultimi anni, dare un contributo attivo al miglioramento della società?

Ci spero e ci confido ancora prima che crederci. Credo che ogni atto poco praticato se fatto bene e con ferma gentilezza possa cambiare la storia e la società; soprattutto se si tratta di un atto collettivo. La scrittura non lo è ma diventa collettiva nel momento in cui va a formare l’opinione pubblica e in cui si discute di quello che uno ha scritto. In questo caso, sì, penso che la scrittura diventi un atto non più privato ma pubblico e si possa influire provando e riuscendo a cambiare l’esistente.

  • Ha delle persone che considera dei modelli da seguire?

Non ho un modello, una persona di riferimento a 360°. Cerco di rubare pezzettini vari a varie persone, di tutti i tipi: dal cinema, alla storia, alla politica, alla vita sociale. Tanti pezzettini cerco di rubarli, nel senso più alto del termine, cioè di distribuirli, perché non si tratta di oggetti, ma di emozioni, sentimenti e di istruzione, anche dalle persone che intervisto, perché scopro pezzi di umanità nuova, interessante, e per molti versi inaspettata; anche se qualcosa mi aspetto perché infatti decido di intervistarli. Ma tutte le volte scopro qualcosa di più, c’è sempre qualcosa di più inaspettato: ecco io cerco di nutrirmi di ciò che non mi aspetto per crescere.

  • Lei ha svolto molti reportage. Ce n’è uno che maggiormente l’ha colpita?

No, non c’è un reportage che mi ha interessato più di altri, perché davvero tutti hanno una sfaccettatura che mi ha cambiato. È vero che alcuni reportage sono riusciti meglio, altri un po’ meno bene. Da alcuni ho imparato di più e da altri un pochino meno, però stilare una classifica non è che non voglio farlo, ma non riesco a farlo, perché comunque quando da un reportage sono riuscito ad imparare qualcosa è già un’immensità. Uscire accresciuto dopo aver intervistato delle persone è già il risultato massimo. È vero che qualche persona mi ha accresciuto più di altre ma è già un risultato stratosferico essere migliorati, aver imparato un piccolo pezzettino, perché non si è più il se stessi iniziale. Non c’è n’è, quindi, uno in particolare però volentieri ne nomino due.

Il primo è un reportage dal carcere di Empoli dove sono entrato e ho intervistato le donne detenute, ho parlato con loro di tutto fuorché del motivo per cui erano in carcere; a parte una di loro che ha voluto raccontarmelo. Le domande, tuttavia, sono state tutt’altre: i sogni, il lavoro, la famiglia, il gelato al cioccolato o alla crema, la figlia da portare a Gardaland appena uscite dal carcere.

E poi, il secondo, è un viaggio fino all’ospedale dove era ricoverata in coma da 14/15 anni una donna, una moglie. Il viaggio l’ho fatto insieme al marito tutti i giorni avanti e indietro in treno. Questi due racconti di sicuro mi hanno accresciuto, formato e hanno contribuito ad allargare la mia prospettiva, a migliorare la mia visuale sulle persone. Però davvero, lo dico non per tirarmi indietro, ma in tutti i reportage mi sono sentito accresciuto, anche perché, se così non mi fossi sentito, il reportage non l’avrei fatto uscire. Faccio uscire solo cose che immagino possano accrescere anche gli altri e perciò se non accrescono me non li faccio uscire.

  • Lei oltre ad essere un blogger conosciuto, si occupa anche di altre attività. Può brevemente spiegarmi quali sono?

Io sono giornalista e lavoro per Fanpage www.fanpage.it che è uno dei più importanti quotidiani online italiani. Scrivo libri, pochi, ne ho finito uno e uscirà a settembre, ad esempio. Tra l’altro non lo avevo ancora detto, è un’anteprima ma non posso dire di cosa parlerà. Di recitare ho smesso, cioè di fare l’attore pagato, perché lavoro in esclusiva per Fanpage e la parte di attore che non svolgo più sul palco mi diverto, seppure in forma in parte differente, a metterla nei video che realizzo, dove ci metto la faccia, la voce, il cuore, i sentimenti, che era quello che provavo a fare anche prima sul palco.

  • Come fa a conciliare la vita lavorativa con quella familiare?

Non è facile, attraverso un puzzle di orari complicato. Non è semplice perché amo immensamente il mio lavoro, è il mio hobby e la mia passione e lavoro molto più delle 40 ore settimanali, anzi quelle del giornalista sarebbero 36 addirittura. Sto male se non lavoro, però mi piace anche stare in famiglia e quindi cerco di fare un puzzle del tempo, riuscendoci poco.

  • Mi ha colpito che abbia tolto alla SIAE la tutela dei suoi testi e che le foto del suo sito siano libere da copyright. Come mai questa decisione?

Dalla SIAE avevo tolto i testi teatrali, rinunciando a una parte cospicua, perché quando io vivevo d’attore con i testi che portavo in giro, chi mi prendeva per recitare pagava anche la SIAE. Perciò io alla fine dell’anno di SIAE prendevo abbastanza. Però che cosa feci? Tolsi la tutela dei testi della SIAE e aumentai di circa 100 euro il budget degli spettacoli; perciò alla fine pagavano uguale lo spettacolo però almeno non si ingrassava la SIAE e ingrassavo un po’ di più io. Erano prezzi essenzialmente bassi quelli degli spettacoli, perciò pensavo fosse più giusto che andassero a me che alla SIAE, la cui modalità di sopraffazione dell’autore non mi è mai piaciuta. Cercavo in questa maniera quasi simbolica per loro, rispetto a ciò che gli sottraevo, ma importante per me, di fare la mia parte di resistenza. Le foto dal sito libere di copyright è perché tanto non gliene frega niente a nessuno di pubblicarle, anzi se qualcuno le pubblica ben volentieri. Pubblicate tutti le mie foto. Sarebbe stata una pazzia metterle coperte da copyright perché chi mai avrebbe pagato il copyright per pubblicare una mia foto? Ovviamente poi il fatto che non abbiano copyright e che i testi non siano tutelati dalla Siae non significa che non è riconosciuta la proprietà intellettuale dell’autore; quella è indipendente dalla SIAE.

  • Scrive sulla sua biografia: “voglio rompere gli schemi, la consuetudine e le palle”. A tal proposito, sa certamente che molta gente non condivide i suoi reportage e le sue parole. Come affronta ciò? e cosa crede che le persone non abbiano capito rispetto al suo pensiero giornalistico?

La stragrande maggioranza credo che invece abbia capito benissimo il mio pensiero e che semplicemente ne abbia un altro. Quando dico che chi arriva qui scappa dalla guerra, fame, povertà, cambiamenti climatici, vessazioni del dittatore di turno o di gruppi terroristici come l’Isis, e dico che queste persone bisogna accoglierli perché è gente che sta morendo e non c’è un’altra scelta, in quanto prima si accolgono e poi si decide cosa fare, ecco chi pensa che sia giusto lasciarli morire ha capito benissimo qual è il mio pensiero ed è per questo che fortissimamente, anche con violenza, vi si oppone. Io continuo a raccontare. Raccontare le storie per me è una forma di resistenza altissima e questo voglio continuare a fare, per formare mentre mi formo io stesso, perché prima di raccontarle le storie le devo acquisire, recepire, me le devono raccontare. Perciò recepisco, mi formo e poi provo a formare gli altri, attraverso reportage video o articoli, ma soprattutto reportage video. Ma non credo che ci sia qualcosa che non si capisce, anzi dove il messaggio è più diretto spesso gli insulti sono più forti, proprio perché capiscono. Vale questo, come vale per il parcheggio nei posti per i disabili. Quando dico che parcheggiare nel posto per disabili è una roba da teste di c**, le teste di c** si arrabbiano ma loro hanno capito benissimo dove io vado a parare.

  • Se potesse tornare indietro nel tempo, c’è qualcosa che non farebbe?

No, niente, proverei a fare qualcosa di più. In particolare, seppure ho tantissime motivazioni più che valide, proverei ad iniziare prima a intervistare le partigiane e i partigiani italiani. Sono la persona in Italia che con le interviste strutturate e video ha raccolto il maggior numero di testimonianze, anche di sopravvissuti ai campi di sterminio. Perciò ho iniziato presto, ci ho lavorato tanto, ci sto continuando a lavorare però inizierei ancora prima. C’è uno di questi partigiani che è morto dopo che ero già riuscito ad avere il suo numero di telefono e lui non l’ho mai intervistato, non l’ho nemmeno mai conosciuto. Proverei a muovermi prima, seppure non l’ho mai fatto per scarso interesse, intendo non averlo chiamato, ma solo per una vera ed effettiva mancanza di tempo. Proverei, comunque, a trovarlo.

  • Essere una persona, a tratti scomoda, avrà sicuramente molti lati negativi. Tuttavia Oscar Wilde scriveva: “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”. Si trova d’accordo con questa affermazione?

Ora mi dispiace dire che non mi trovo d’accordo con Oscar Wilde, però no, non sono d’accordo, almeno non per il mio lavoro. Non è vero che per il mio lavoro “non importa che se ne parli bene o male l’importante è che se ne parli”. Non corrisponde secondo me alla realtà. Questo può funzionare per alcuni personaggi televisivi e secondo me neanche tanto: intendo personaggi proprio scenografici, non di testa. Secondo me, tuttavia, non funziona neanche per quelli che hanno successo solo perché mostrano i pettorali o le tette, perché comunque si deve parlare bene di quei pettorali e di quelle tette, non funziona se ne parli male. E a maggior ragione se la persona non fa vedere i pettorali o le tette ma prova ad usare il cervello. Non voglio fare una classifica di importanza, ma comunque per quelli che provano ad usare la testa serve ancora meno che se parli male; anzi parlarne male è un problema. Il fatto di avere tanti haters, tante pagine Facebook dedicate a me, in cui però in queste pagine si diffama, si inventano storie e si fanno fotomontaggi cattivi, non aiuta per niente.  Ci sono in giro decina di migliaia di persone che tentano la distruzione nel vero senso della parola: fanno attacchi congiunti, iniziano a postare gli stessi commenti ovunque, miranti alla distruzione mediatica della reputazione del personaggio, in questo caso parlo di me stesso.  Perciò no, parlarne male è un problema. In parte questo può dipendere dalla persona, magari in riferimento a qualche errore commesso, che ho io stesso commesso, pochi, eh per la verità, molto pochi, devo essere sincero, non penso di avere fatto grandi errori. Oppure semplicemente perché ad esempio molti di questi haters sono persone che si autodefiniscono “fasciste”, di estrema destra e allora è chiaro perché tentino di distruggermi, in questo caso non c’è niente da fare, potrei cambiare le mie idee ma come diceva Aristotele “col c** che cambio le mie idee”.

 

Iscriviti alla newsletter settimanale per rimanere aggiornato su tutti i nostri articoli!