Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia (*). Seconda parte

Scopriamo dunque la taglia dell’essere borghese laico. Chi è? Una sorta di figurante in via di estinzione se non nei fatti senza peso? E c’è l’ha ancora un peso la cultura intellettuale in questa nostra società postborghese, questo peso che sembra senza spessore?

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Chi ha ucciso la borghesia?

Borghesia. Nella prima parte (mediocrazia-dai-borghesi-illuminati-ai-nuovi-rentiers-prima-parte) abbiamo dato luce alla sfaccettatura del capitalismo assoluto incarnata dalla mediocrazia borghese. Prendendo in considerazione le accezioni negative dell’essere borghese.

In questa stesura racconteremo del borghese illuminato, l’intellettuale che forse non è ancora perduto…

Scopriamo dunque la taglia dell’essere borghese laico.

Chi è? Una sorta di figurante in via di estinzione se non nei fatti senza peso?

E c’è l’ha ancora un peso la cultura intellettuale in questa nostra società postborghese, questo peso che sembra senza spessore?

Esiste ancora una cultura laica e cos’ha da spartire con la società globalizzata?

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Se nei tempi più bui della nostra occidentalità moderna si sono prodotti i migliori lavori letterari, quelli che il pensiero critico ha avuto modo di mettere in arte letteraria, oggi, in cui chiarori non se ne vedono tanti, la cultura laica rimane vigile ma è inascoltata.

Ieri come oggi una dittatura ideologica?

Abbiamo avuto modo, chi l’ha vissuto sulla propria pelle e noi, epigoni di quel tempo che sembra risorgere in modo acritico, di vivere un regime dittatoriale fascista.

Per parlarne ricorrerò ad una esemplificazione filmica, in quella commistione di generi geertziana che mi è propria,

Una giornata particolare” di Ettore Scola.

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Il film racconta di una giornata pubblica assai segnata storicamente, la visita di Hitler in Italia, il 6 maggio del 1938, attraverso la lente di una “storia privata”, quella di due protagonisti “banditi” dalla società fascista del tempo, Antonietta e Gabriele, in una onnipresente radiocronaca dell’avvenimento.

Antonietta e Gabriele appartengono alla piccola borghesia in un tempo in cui la borghesia di destra ha provocato un corto circuito a cui la borghesia di sinistra non è riuscita a porre argine.

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Quella di Ettore Scola è il racconto di un borghese laico sulla borghesia di destra che portò l’Italia allo sfascio totale. Quando la parte più retriva della borghesia assunse con violenza il potere per contrastare e annientare con ogni mezzo i progressi politici e i fermenti innovativi della controparte, e lo fece in nome di ideali patriottici che portarono all’annientamento delle diversità, fossero anche soltanto diversità di pensiero su un progetto di sviluppo nazionale.

La borghesia liberista, quella mercatoria, parlava una lingua che fu quella della razzia, dell’annientamento, del dominio e del potere assoluto.

Ricorse alla violenza di una guerra e a ogni misura coercitiva per ottenere la distruzione dello spirito critico.

Bene, oggi, le modalità della cultura borghese liberista continuano a perseguire gli stessi principi, attraverso la “standardizzazione della cultura, la massificazione e la banalizzazione del sapere, la spettacolarizzazione della stessa presunta vita intellettuale che in tal modoed oggi come non maiviene sradicata dal necessario silenzio della coscienza individuale per essere gettata come un qualsiasi prodotto commerciale, nell’agone della concorrenza e del cosiddetto successo”.

Sembra non ci sia espiazione possibile né catarsi dello spirito per la borghesia retriva.

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Borghesia a più facce.

Qui si ribadisce la disamina per cui la borghesia capitalista è una delle facce del ceto borghese, nell’accezione marxiana e del lessico della sinistra europea e del movimento operaio.

La borghesia non è dunque riducibile soltanto a uno status economico. Come figura ambivalente ne viene fuori una creatura policefala, a più teste.

Per quanto già richiamato il concetto di borghese come moderato e misurato e capace di esercitare il dubbio, ebbene esso è stato surclassato dall’altra testa, quella di colui che guarda alle leggi economiche come fossero leggi naturali, e alla globalizzazione come a un movimento di potenza economico-finanziaria infinita.

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Così l’uomo borghese senza fede, laico si trasforma nell’uomo di fede di una religione infondata, basata sull’idea di poter andare avanti all’infinito.

E qui il borghese che sposa questa forma di capitalismo sfrenato, senza etica, privato di ogni educazione umanistica, fa fuori per prima cosa se stesso.

La borghesia è morta, siamo nel postborghese.

Per Massimo Cacciari siamo dunque, con il tutti imprenditori, in una dimensione totalmente postborghese, in un capitalismo puramente mercatorio.

Se Marx ha delineato la massa dei lavoratori come una classe, la borghesia non è mai stata una classe. Il borghese non ha mai dato vita a corporazioni, almeno ai suoi albori, anzi si è affermato proprio dissolvendole.

L’errore fatto da Marx, secondo l’analisi di Cacciari, è proprio nell’avere riconosciuto la borghesia solo e soltanto nella classe capitalistica. Come a esorcizzarla, cristallizzandola in una categoria precisa, sì da poterla combattere.

Di fatto è mancato l’incontro tra il marxismo e una borghesia liberale, e non liberista.

Marx aveva individuato la contraddizione tra il meccanismo economico e la creatività individuale all’interno della borghesia.

Pari contraddizione era insita nella classe operaia, però essa non venne riconosciuta.

Fu come dire che la tensione creatasi per effetto di tal contraddizione interna, dentro la borghesia, implodendo avrebbe “prodotto un esito rivoluzionario a caduta sulle dimensioni culturali ed etiche delle relazioni umane”.

E sarebbe stato tale l’effetto di pesca a strascico da trascinare in questa catarsi anche la classe operaia.

Essere soltanto delle variabili dipendenti dal meccanismo economico fu il limite dell’economicismo marxiano.

Ciò significò interpretare che una trasformazione economica potesse diventare per ciò stesso una trasformazione etica.

borghesiaLa correzione di tiro, apportata dal movimento operaista, fu tardiva e non ha posto riparo ai danni del capitalismo.

Il concetto operaista secondo cui il soggetto etico rivoluzionario (ma anche quello borghese!) ha una sua idea o una sua utopia di società che trascende la dimensione economica è un concetto ancora valido per quanto bistrattato dalle decisioni dei tecnocrati di sempre.

Siamo immersi in una morta gora?

Oggi siamo passati da un pensiero laico, borghese con una educazione umanistica, che vedeva l’essere umano come un essere sociale, all’ individuo, alla massa di individui, liquidi, senza più nessuna forma di aggregazione sociale, sindacale, corporativa, politica, con nessuna etica, in solitudine: l’individualizzazione di massa.

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Il sociologo Bauman in Modernità liquida scrive di un mondo divenuto ormai irrimediabilmente “liquido “, e questo sta ad indicare come, mentre nell’età moderna tutto era dato come una solida costruzione, ai nostri giorni, nella società postmoderna, ogni aspetto della nostra vita può venire rimodellato artificialmente.

L’anomia è la peggiore sorte in cui incorre un essere umano impegnato nei compiti che la vita gli riserva.

Siamo “soggetti individuali” posti tra insicurezza e illimitatezza. Sembrano contrapposizioni, se uno è insicuro non può essere illimitato.

Ebbene si tratta di due realtà speculari; sono le “patologie” dell’individuo che si dimena tra l’autoconservazione e una “sconfinata” autorealizzazione nella dimenticanza della vita e del bene comune.

Società solida e società liquida.

Nella società solida della modernità, il limite opposto al cittadino era la legge, che costituiva la ratio umana nel corpo dello Stato.

Nella società liquida di oggi è come se l’identità umana si fosse trasformata da causa data in un mero compito.

Il compito del piccolo-medio borghese non sarà più quello della realizzazione di sé come processo di crescita individuale di donna – uomo- cittadina-cittadino, ma quello di mantenere e far crescere la produzione di beni.

Una grande rete di oggetti da consumare, il compito; grandi porcilaie per maiali che grufolano nel truogolo riempito di prodotti luccicanti, noi, gli individui consumatori di beni, qualunque tipo di bene.

Un “mondo pieno di possibilità”…

come un buffet ricolmo di prelibatezze che fanno venire l’acquolina in bocca è la metafora di Bauman, per la società liquida. A patto che le possibilità rimangano infinite.

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L’acquolina in bocca è il desiderio che diventa un obiettivo fine a se stesso, che è non è contestabile ed è incontenibile.

E se l’attività attraverso la quale questo desiderio si esplica è lo shopping, la modalità dello shopping pervade non solo l’atto dell’acquisto di un bene, ma qualsiasi momento inerente la vita quotidiana e la vita di relazione.

Il ritorno della comunità identitaria.

In un mondo di individui volti al fai da te, scissi dalla socialità e portati all’isolamento.

In un mondo senza legami e senza confini, che spinge a staccarsi dalle radici e volto a cancellare le differenze.

In un mondo siffatto, il soggetto reagisce cercando la propria identità negli immediati dintorni di appartenenze tradizionali e familiari: nel tessuto circoscritto di quella che potrebbe essere definita una comunità di affini, una Gemeinschaft (comunità) rassicurante.

Il bisogno identitario che preme in ognuno di noi conia il “ritorno della comunità” (Z. Bauman).

 Anche questo è un concetto e una prassi bicefala.

Se ci si para davanti una Geselschaft (società) globale, livellante e superficialmente unificante, si sente il bisogno (e affrontiamo il rischio!) di una affermazione perentoria di identità forti e compatte, chiuse nel circuito di una Gemeinschaft esclusiva, garante di un reciproco e quasi ideologico riconoscimento.

C’è il rischio che si formino delle “lealtà primordiali” che diventano veicolo di pulsioni arcaiche, che si condensano nella difesa delle apparenze etniche e nazionali.

Il ritorno della comunità così fatto spiega i fenomeni di comunitarismo tribale che si producono fuori e dentro l’occidente.

Ci sono i fondamentalismi nati in luoghi del mondo in cui diritto e dignità umana sono ancora alienati e ci sono le forme autodifensive e protezionistiche di aggregazione, rafforzate dall’esclusione dell’altro (lo straniero, l’estraneo, le donne, i bambini) nella nostra Europa.

Il noi tende a configurarsi come un “pronome pericoloso”. Si formano le comunità della paura, di cui parla Bauman.

Il ritorno identitario purtroppo si gioca tra la paura della perdita di identità e la regressione assai pericolosa verso un “noi” violento e distruttivo.

Come se la globalizzazione annettesse più successo e vigore all’inimicizia e alla conflittualità intercomunitaria che a una coesistenza pacifica delle diverse comunità.

Questa “cosa” sta sfaldando la democrazia.

Il ritorno possibile all’etica della responsabilità.

Bisogna richiamarsi all’etica della responsabilità che, ahimè, non è contemperata all’interno della individualizzazione di tipo mercatorio.

Bisognerebbe riavvicinare a sé la cultura intellettuale borghese in cui l’etica della responsabilità non è stata mai minoritaria, anzi ha avuto un’enorme influenza.

L’etica della responsabilità (Weber, Jonas, Lévinas, Bauman) tira dietro di sé il pensiero critico che, per quante voci abbia, comunque sembra meno incisivo che in altri tempi, incapace com’è di agire sulle nostre scelte inerenti la politica della vita.

In  Emmanuel Lévinas “Etica è dunque primariamente una relazione, in cui avvertiamo la «prossimità» dell’Altro, il quale, per il semplice fatto di essere tale, ci chiama alla responsabilità”. “Per il fatto semplice del nostro essere-nel-mondo”.

 

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Accettare di sentirci in debito nei confronti dell’Altro (dinanzi alla sua connaturata fragilità), significa accettare di accogliere su di sé la responsabilità della stessa condizione umana, oltre che delle proprie azioni.

E a cascata sulle relazioni sociali. Bauman sostiene che è dalla pura assunzione di responsabilità per l’Altro, senza alcun interesse «funzionale», che un’etica del lavoro sociale deve muovere.

Il futuro degli esclusi dalla società del benessere dipenderà soprattutto dagli standard etici che uno Stato, in mezzo a mille difficoltà, riuscirà a introdurre nel tessuto sociale.

La società liquida non sopporta il pensiero critico e non supporta l’etica della responsabilità. Ma è l’unica via da riprendere se vorremo considerarci ancora degli esseri morali.

Modello camping e società liquida.

C’è una pregnante metafora usata da Bauman per comprendere cosa sia la società contemporanea e come essa recepisca il senso critico.

La società come il modello dei camping per roulotte, in cui gli ospiti vanno e vengono.

Nessuna attenzione da parte degli ospiti della gestione, a patto sia garantito il necessario.

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Brevi soggiorni in cambio dell’essere lasciati in santa pace e non essere disturbati.

Nessuna contestazione dell’autorità dei responsabili e sul prezzo. Tranne qualche richiesta di rimborso.

Il camping, in ogni caso, dopo la loro partenza rimarrà esattamente come era prima del loro arrivo.

Nonostante la società sia ricettiva alla critica, così come lo sono i responsabili del camping, essa si dimostra essere assolutamente impermeabile alla critica.

Borghesia attraverso la lente della letteratura.

Quanto dell’etica della responsabilità è trasudato dalla letteratura, dalla narrativa borghese? Il peso del dramma dell’individuo nel confronto con la sua coscienza.

Quando pensiamo al romanzo borghese, a me viene in mente Italo Svevo e la “psicopatologia della vita quotidiana” del protagonista, Zeno (La coscienza di Zeno).

E Goffredo Parise con L’Odore del Sangue.

E Alberto Moravia e i suoi Indifferenti. Per fermarmi alla narrativa italiana.

Alberto Moravia, romano, era un autodidatta. Si era fatto una cultura propria leggendo Dostoevskij e Proust, Rimbaud e Shakespeare; era intellettualmente un laico e un razionalista; inclinava verso l’illuminismo; avrebbe poi avuto simpatie per Freud e per Marx. Era al contempo un forte temperamento di moralista, tipico di quel moralismo che, pur senza mostrarlo direttamente, appunta il proprio sguardo scettico e disincantato sulla società e sull’uomo”.

Gli Indifferenti sono dei borghesi staccati dal sentimento della socialità, staccati in fondo dall’anima, vuoti simulacri che inseguono denaro e sesso.

Nessun intento moralistico nell’autore, ma “solo la rappresentazione della sudiceria borghese come riflesso di una sua interiorità morale che era poi, ancor più che assenza dei valori morali tradizionali, indifferenza per i medesimi”.

E qui si riprendono le parole di Alberto Moravia stesso, in Opere. 1927-47, a cura di Geno Pampaloni, ad asserire con maggior completezza e precisione l’assunto:

“L’arte è interiorità non esteriorità. Ho scritto Gli indifferenti perché stavo dentro la borghesia e non fuori. Se ne fossi stato fuori, come alcuni sembrano pensare attribuendomi intenti di critica sociale, avrei scritto un altro libro dal di dentro di quella qualsiasi altra società o classe a cui avessi appartenuto. Che poi Gli indifferenti sia risultato un libro antiborghese questa è tutta un’altra faccenda”.

La Borghesia si intreccia alla letteratura.

La borghesia si ritrova in un rapporto d’incontro con la letteratura: per i personaggi ritratti dagli autori, per gli autori borghesi che scrivono di letteratura e per il processo di problematizzazione dell’individuo stesso e del suo rapporto con la storia.

Nell’età moderna, staccato il filo con la cultura aristocratica, la letteratura e il romanzo presentano, sono il dramma borghese.

Secondo György Lukács esiste un dramma moderno…è il dramma borghese, perché è il primo e finora l’unico dramma che non scaturisce da una coscienza mistico-religiosa … per quanto poi si sia riavvicinato ad essa solo nel corso del successivo sviluppo. Il nuovo dramma è anche il dramma dell’individualismo.

Dice Alberto Asor Rosa, in una disamina del testo Teoria del romanzo di Lukàcs, del rapporto causale fra la stupenda produzione culturale che la borghesia ha alimentato, e la progressiva separazione dell’anima borghese dal mondo.

L’interiorizzazione dei processi creativi è esattamente il fondamento e insieme la conseguenza di questa straordinaria forza coincidente con una perfetta impotenza.

Diceva StendhalIl rosso e il neroEh, signori, un romanzo è uno specchio che passa per una strada maestra. Ora riflette nei vostri occhi l’azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani.

Note 

I Riferimenti bibliografici sono contenuti nel testo sottoforma di link

Le immagini riportano le attribuzioni di appartenenza

Immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AZigmunt_Bauman_na_20_Forumi_vydavciv(Cropped).jpg

   https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Sailko

(*) “Per piccina che tu sia il vento un giorno, forse, ti spazzerà via” (Claudio Lolli)*

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2 thoughts on “Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia (*). Seconda parte

  1. grazie di cuore. E’ così raro ricevere adesione così piena e gradevole!
    Spero di continuare a meritarla.
    La invito a leggermi ancora, gentile Franca Cava.

    Alla prossima, Melina Rende

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