George Clooney a Venezia: il cinema come scelta, la libertà come responsabilità
George Clooney
Il giorno dopo aver ricevuto il Leone d’Oro alla carriera, George Clooney torna a parlare al Lido. Alla Match Point Arena ripercorre gli anni della gavetta, il rapporto con Hollywood, la regia e l’impegno civile. E racconta Amal, il suo lavoro per i diritti umani e quella convinzione che accompagna da sempre il suo modo di intendere il cinema: raccontare storie significa anche assumersi una responsabilità.
Per George Clooney, il Leone d’Oro alla carriera ricevuto alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia avrebbe potuto rappresentare il momento perfetto per guardarsi indietro. Eppure, il giorno successivo alla cerimonia, durante la Masterclass alla Match Point Arena del Lido, Clooney ha fatto qualcosa di diverso: ha trasformato il bilancio di una carriera in una conversazione sul cinema, sulla libertà, sulla politica, sui diritti e sulle persone che hanno attraversato la sua vita.
L’incontro, condotto dalla critica cinematografica Giulia D’Agnolo Vallan, si è svolto il 3 settembre al Tennis Club Venezia ed è stato trasmesso anche in livestream sul sito della Biennale.
È un Clooney lontano dalla sola immagine della star hollywoodiana quello che emerge dalla conversazione. Un uomo che ha conosciuto il successo dopo anni difficili, che ha scelto di utilizzare la propria posizione per produrre e dirigere storie in cui crede e che, accanto al cinema, ha progressivamente costruito un impegno pubblico sempre più consapevole. E in questo racconto c’è anche Amal.
Dalla gavetta al Leone d’Oro
Prima di diventare George Clooney, prima dei red carpet, degli Oscar e dei grandi studios, c’è stato un attore che per anni ha cercato semplicemente un’occasione.
La sua è una carriera costruita senza una scorciatoia evidente: televisione, piccoli ruoli, rifiuti e una lunga attesa prima che il suo nome diventasse quello che oggi tutti conoscono.
È anche per questo che il percorso di Clooney appare particolarmente interessante se osservato dal punto di vista della sua evoluzione. Il successo non lo ha portato a fermarsi dentro un’unica definizione professionale. Al contrario, più diventava potente come attore, più sembrava interessato ad ampliare il proprio campo d’azione.
Attore, produttore, regista. Una distinzione che per lui non è soltanto professionale, ma creativa.
La macchina da presa gli ha permesso di passare dall’altra parte e di interrogarsi sul modo in cui una storia viene costruita, sul rapporto tra chi racconta e chi guarda, sulla possibilità che un film non sia soltanto intrattenimento, ma anche uno strumento capace di aprire una discussione.
È una prospettiva che attraversa una parte importante della sua filmografia, da Good Night, and Good Luck. a The Ides of March, fino alle opere nelle quali ha scelto di confrontarsi con la politica, il potere, il giornalismo e le responsabilità individuali.
Quando il cinema diventa responsabilità
È probabilmente qui che la Masterclass assume una dimensione che va oltre il racconto autobiografico.
Clooney non ha mai considerato il cinema come uno spazio completamente separato dalla realtà. E il suo impegno pubblico lo dimostra.
Nel corso degli anni ha utilizzato la propria notorietà per sostenere cause umanitarie e per attirare l’attenzione su questioni che difficilmente avrebbero avuto lo stesso spazio mediatico senza una figura del suo peso.
La sua riflessione si intreccia con quella della Clooney Foundation for Justice, organizzazione fondata insieme ad Amal Clooney e impegnata nella tutela dei diritti e nella promozione della giustizia. Anche a Venezia il tema della libertà e della possibilità di raccontare la realtà senza subire intimidazioni è tornato al centro delle sue parole.
Non è casuale che proprio nei giorni del Leone d’Oro Clooney abbia insistito sul valore della libertà di espressione, dell’arte e della stampa.
In una Mostra che quest’anno ha portato al centro del dibattito anche il rapporto tra cinema, giornalismo, potere e informazione, la sua presenza assume così un significato ulteriore.
Amal: «È una tosta»
E poi c’è Amal.
Nel racconto di Clooney, sua moglie non appare semplicemente come la compagna dell’attore più celebre del Lido. È una professionista con una propria identità, una donna che ha costruito una carriera nel campo dei diritti umani e che, attraverso il proprio lavoro, ha contribuito a cambiare il modo in cui lui stesso guarda determinate questioni.
Clooney ha parlato di lei con evidente ammirazione, definendola una persona straordinariamente forte e capace.
Il tono, anche in questo passaggio, è quello che ha caratterizzato gran parte della Masterclass: ironico, affettuoso, ma al tempo stesso profondamente personale.
Amal è un’avvocata specializzata in diritto internazionale e diritti umani. Il suo lavoro ha portato negli anni a occuparsi di casi legati alla libertà di espressione, alla protezione dei giornalisti, ai crimini internazionali e alla tutela delle vittime. Per Clooney, quel mondo non è dunque soltanto qualcosa che osserva dall’esterno. È diventato parte della sua vita. E forse anche una delle ragioni per cui il suo rapporto con le questioni politiche e sociali è diventato negli anni più diretto.
La politica, senza nascondersi
Clooney non ha mai costruito la propria immagine pubblica sull’idea di essere una celebrità neutrale.
Durante la Masterclass veneziana ha affrontato anche la politica contemporanea, con riferimenti molto netti alla situazione negli Stati Uniti e alla presidenza Trump. Il suo tono è rimasto quello di una conversazione, ma le sue posizioni sono state tutt’altro che evasive.
È un elemento importante per comprendere la sua idea di celebrità.
Perché Clooney sembra rifiutare proprio l’idea che la popolarità debba necessariamente tradursi in silenzio. Al contrario, la notorietà può diventare una responsabilità. Non significa che un attore debba trasformarsi in politico. Significa, piuttosto, riconoscere che quando milioni di persone ascoltano ciò che dici, quella voce ha un peso. E decidere come utilizzarla.
Good Night, and Good Luck.: quando il passato parla al presente
Tra i momenti più significativi della sua carriera resta Good Night, and Good Luck., il film del 2005 dedicato al giornalista televisivo Edward R. Murrow e allo scontro con il senatore Joseph McCarthy.
È un film sul giornalismo, sulla paura e sulla libertà di parola.
Ed è difficile non guardarlo oggi con occhi diversi.
Clooney ha raccontato quanto fosse stato rischioso realizzare quel film e quanto fosse personale il rapporto con quella storia. Un progetto che arrivò in un momento della sua carriera in cui avrebbe potuto limitarsi a scegliere produzioni più sicure e commerciali. Scelse invece una strada diversa. Anche economicamente. Per finanziare il film arrivò persino a mettere a rischio la propria sicurezza finanziaria, raccontando di aver ipotecato la propria casa per poterlo realizzare.
È forse uno degli episodi che meglio raccontano il Clooney produttore e regista: quello disposto a rischiare qualcosa di proprio quando ritiene che una storia meriti di essere raccontata.
«Non bisogna avere paura»
Forse è questo il filo invisibile che lega i diversi momenti della Masterclass.
La carriera di Clooney. La regia. La politica. Amal. I diritti umani. La libertà.
Sono apparentemente argomenti diversi, ma finiscono per convergere nella stessa idea: non avere paura di utilizzare la propria voce.
Una convinzione che attraversa anche il discorso pronunciato dal palco della Sala Grande al momento della consegna del Leone d’Oro, quando Clooney ha difeso il ruolo degli artisti e della libertà di espressione e ha ricordato come l’arte possa contribuire a creare empatia in un momento storico segnato da divisioni profonde.
Il riconoscimento veneziano, dunque, non sembra averlo spinto verso la nostalgia. Al contrario. Clooney parla del passato, ma continua a ragionare sul futuro.
E Venezia potrebbe tornare a essere un set
Il futuro, peraltro, potrebbe avere ancora il volto di Venezia.
Durante la Masterclass Clooney ha raccontato di essere al lavoro su un nuovo progetto televisivo e ha anticipato la possibilità di girare alcune scene proprio nella città lagunare a partire dal prossimo anno.
Un dettaglio quasi cinematografico.
Perché Venezia, per George Clooney, è stata ancora una volta il luogo della celebrazione di una carriera. Ma potrebbe diventare anche il luogo in cui quella carriera continua a prendere forma.
Ed è forse questo il modo più interessante di guardare a un Leone d’Oro alla carriera.
Non come a una conclusione. Ma come a una pausa.
Un momento per voltarsi indietro, riconoscere la strada percorsa e poi tornare a guardare avanti.
George Clooney, a Venezia, ha parlato del cinema ma anche di ciò che esiste oltre il cinema: delle persone, delle responsabilità, della libertà, dei diritti e della possibilità di utilizzare una voce pubblica per qualcosa che vada oltre la propria immagine.