VENEZIA 83 – “Wild Horse Nine” di Martin McDonagh, con John Malkovich e Sam Rockwell: quando la vita presenta il conto

Wild Horse Nine - credits: Biennale Cinema

Wild Horse Nine - credits: Biennale Cinema

Per tutta la vita Chris ha avuto un compito preciso: eseguire, eliminare, andare avanti. Poi arriva la malattia e, insieme alla consapevolezza della morte, una domanda che non può più rimandare: che cosa rimane di una vita quando non c’è più tempo per cambiarla?

È da qui che sembra partire “Wild Horse Nine”, il nuovo film di Martin McDonagh in concorso a Venezia 83. Un’opera che si muove tra politica, operazioni della CIA, il colpo di Stato cileno del 1973 e le zone più oscure della storia americana, ma che trova la sua dimensione più intensa proprio quando la Storia lascia spazio a un uomo che comincia a fare i conti con la propria vita.

Siamo nel 1973. Chris e Lee sono due agenti della CIA che da un anno si trovano a Santiago del Cile, nel pieno delle operazioni che precedono il golpe contro Salvador Allende. Consapevole di avere poco tempo davanti a sé, Chris decide di recarsi sull’Isola di Pasqua e chiede a Lee di accompagnarlo. Vuole vedere i “big heads”, quelle enormi teste di pietra che lo affascinano, e pensa che proprio lì possa trovare il luogo in cui morire.

Chris, interpretato da un John Malkovich straordinario, è un uomo che ha trascorso l’esistenza dentro un mondo nel quale non c’è molto spazio per i dubbi. Ha agito, ha ucciso, ha obbedito, ha destabilizzato. Ha sempre saputo quale fosse il suo compito. Il problema è che adesso quel compito non sembra più avere lo stesso significato.

Ma la consapevolezza della morte non ha spento Chris. È sarcastico, intelligente, diretto, spesso irresistibilmente arrogante. Parla moltissimo, dimentica le cose, confonde i ricordi e, soprattutto, perde progressivamente quella capacità di controllo che ha rappresentato la sua intera esistenza.

La malattia non sta soltanto consumando il suo corpo. Sta incrinando l’identità dell’uomo che è stato.

E così Chris comincia a raccontare.

Racconta alla gente sbagliata ciò che la CIA sta facendo. Racconta segreti che non dovrebbe raccontare. Dice, con una naturalezza quasi disarmante: «Siamo qui per destabilizzare la vostra democrazia». E quando le due giovani donne che ha incontrato non gli credono, rincara: «Ammazzavo la gente prima che tu nascessi».

La comicità di McDonagh nasce spesso proprio da qui: dal fatto che la cosa più terribile viene pronunciata con la leggerezza di una battuta.

Ridere davanti alla Storia

Wild Horse Nine è un film profondamente politico, ma non ha mai l’aria di voler impartire una lezione. McDonagh sceglie invece la strada più difficile: raccontare il potere attraverso il grottesco, la violenza attraverso l’assurdo, la colpa attraverso uomini che spesso sembrano non rendersi nemmeno conto di quanto siano terribili le cose che stanno dicendo.

Chris e Lee sono agenti della CIA, ma il film li guarda anche come due vecchi pistoleri arrivati alla fine della propria frontiera. Il western, infatti, è una delle anime sotterranee dell’opera: il paesaggio di Rapa Nui, gli uomini armati, i cavalli, la solitudine, il senso di un’epoca che sta finendo. Anche la musica di Carter Burwell, elegiaca e attraversata da suggestioni western e sonorità legate al Pacifico, contribuisce a costruire questa sensazione di fine del viaggio.

E il viaggio di Chris è anche un viaggio dentro la memoria.

Sta registrando le proprie memorie e quelle registrazioni diventano un problema per MJ, il capo della sezione della CIA interpretato da Steve Buscemi, che chiede a Lee di ascoltarle, soprattutto le parti su Dallas e sul fucile.

Il passato, dunque, non è davvero passato. Continua a tornare attraverso i ricordi, attraverso le responsabilità, attraverso ciò che è stato fatto in nome di un’idea di sicurezza, di potere, di democrazia.

E McDonagh non risparmia nessuno.

Neppure l’America.

Le conversazioni tra Chris e Lee possono precipitare improvvisamente nel nonsense, come nell’esilarante teoria sui Paesi “gay” e sui formaggi, ma dietro l’assurdità di quelle battute c’è una riflessione tutt’altro che leggera sul rapporto tra democrazia, libertà, cultura e potere. È uno dei paradossi più riusciti del film: ridiamo, e subito dopo ci accorgiamo di stare ridendo di qualcosa che ha radici nella Storia reale.

John Malkovich e Sam Rockwell: due uomini alla fine del viaggio

Se Malkovich è il cuore scoperto del film, Sam Rockwell è il suo contrappunto.

Lee è più controllato, più pragmatico, apparentemente più capace di stare dentro le regole. Ma il rapporto con Chris racconta presto qualcosa che va oltre il semplice legame tra due colleghi. Sono due uomini che hanno condiviso una vita, un mestiere, segreti e violenze. Due persone che si conoscono abbastanza da potersi ferire e abbastanza da sapere, allo stesso tempo, quando l’altro ha bisogno di essere protetto.

McDonagh ha costruito il rapporto tra i due come quello di una coppia che sta insieme da una vita, una sorta di vecchio matrimonio senza matrimonio: litigano, si provocano, si sopportano e si vogliono bene senza avere quasi mai il coraggio di dirlo.

Rockwell riesce così a dare a Lee una leggerezza che non è superficialità. Dietro il sarcasmo e la fisicità dell’attore rimane sempre una forma di tenerezza, soprattutto quando si comprende quanto sia difficile per lui separare l’amico dall’agente, la persona dall’uomo che ha ricevuto degli ordini.

È proprio questo rapporto a impedire che Wild Horse Nine diventi semplicemente un film sulla CIA.

Perché, sotto la politica, c’è un’amicizia.

E sotto quell’amicizia c’è una vita intera.

Il cavallo e la vita che resta

Ma il cuore del film, per me, è altrove.

È nell’incontro tra Chris e un cavallo.

Davanti a quell’animale, per la prima volta, sembra venir meno ogni maschera. È come se il cavallo riuscisse a guardare oltre l’uomo che Chris ha costruito negli anni, oltre l’agente della CIA, oltre la violenza, oltre le missioni e le responsabilità.

Chris è cattolico e ha paura di non andare in paradiso. Ha vissuto dentro la violenza e ora, mentre la morte si avvicina, sembra cercare una risposta che nessuna istituzione può più dargli.

«Lei è la vita e io la sto lasciando.»

Quella frase, pronunciata pensando a una ragazza, è uno dei momenti più toccanti del film. Dentro quelle parole c’è tutta la fragilità di Chris: la consapevolezza di stare perdendo la vita proprio mentre si trova davanti a qualcuno che, al contrario, la rappresenta ancora pienamente.

L’uomo che per tutta la vita ha avuto il potere di decidere sulla vita degli altri si trova davanti alla propria impotenza. Non può più controllare il tempo, la malattia, la morte. Non può negoziare con ciò che sta arrivando.

E allora arriva anche quella frase che sembra contenere tutta la sua esistenza:

«Avremmo dovuto uccidere meno gente e stare di più coi cavalli.»

È una frase semplice, quasi disarmante. Ma dentro c’è un’intera vita.

Malkovich riesce a dare a Chris una fragilità che non cancella ciò che è stato, ma lo rende finalmente umano. La voce rallentata, i silenzi, lo sguardo, persino quella sua maniera di parlare come se avesse sempre un’altra battuta pronta: tutto contribuisce a costruire un uomo che continua a scherzare proprio perché ha paura di fermarsi.

È una delle interpretazioni più belle del film e, probabilmente, una delle più complesse della carriera di Malkovich. La malattia non viene utilizzata semplicemente come elemento narrativo: diventa parte della presenza fisica dell’attore, della sua voce e del modo in cui Chris sembra lentamente perdere la presa sul mondo.

Quando il male crede di essere necessario

McDonagh non assolve Chris.

Ed è importante.

Il film non trasforma un uomo che ha ucciso in un innocente perché sta morendo. Non cancella le responsabilità del passato attraverso la malattia. Al contrario, gli mette davanti tutto ciò che ha fatto e gli permette soltanto, forse per la prima volta, di guardarlo.

«Se vedi un uomo in divisa, ammazzalo. Se vedi un bambino che sogna di indossare la divisa, ammazzalo.»

Chris pronuncia queste parole quando una delle ragazze gli chiede come fare a non farsi sopraffare dal mondo, come riuscire a sopravvivere senza lasciarsi schiacciare da ciò che la circonda. La sua risposta è brutale, paradossale, quasi assurda: per Chris, che ha trascorso la vita dentro la violenza, sembra non esserci altra strada che imparare a riconoscere il pericolo prima che sia troppo tardi.

Ed è proprio in questa risposta che emerge tutta l’ambiguità del personaggio. Chris non sta cercando di impartire una lezione politica. Sta parlando attraverso ciò che conosce: la violenza, il sospetto, la necessità di difendersi. Eppure, dietro quelle parole, si nasconde anche la tragedia di un uomo che ha finito per vedere il mondo soltanto attraverso la logica della guerra.

Ed è qui che Wild Horse Nine diventa più ampio della vicenda di due agenti della CIA.

Parla di istituzioni, di democrazia, di diritti, di ideologie. Parla di uomini che hanno fatto del male credendo di stare facendo ciò che era necessario. E soprattutto pone una domanda che rimane sospesa anche dopo la fine del film: quanto può essere giustificato il male quando viene compiuto in nome del bene?

Il riferimento al golpe cileno del 1973 non è quindi soltanto uno sfondo storico. È il terreno sul quale McDonagh costruisce una riflessione sul potere americano e sulle conseguenze delle interferenze politiche. La storia reale entra nel film senza mai soffocare i personaggi, ma resta sempre presente, come una responsabilità che nessuno dei due uomini può davvero lasciare alle spalle.

L’isola come ultimo confine

Visivamente, Wild Horse Nine trova proprio nell’Isola di Pasqua il suo spazio più potente.

La fotografia di Ben Davis accompagna il passaggio da Santiago a Rapa Nui trasformando il paesaggio in una sorta di ultimo confine. I Moai, i grandi spazi aperti, la presenza dei cavalli e quella natura apparentemente incontaminata creano un contrasto quasi straniante con la storia di uomini che hanno passato la vita a muoversi nell’ombra.

Il film è stato effettivamente girato a Rapa Nui e a Santiago e questa scelta restituisce ai luoghi una presenza che sarebbe stato difficile ricreare altrove. L’Isola non è soltanto lo sfondo della storia: diventa progressivamente uno spazio mentale, quasi un luogo nel quale Chris può finalmente sottrarsi alle regole che lo hanno definito per tutta la vita.

Anche la scenografia di Denis Schnegg, il montaggio di Mikkel E. G. Nielsen e il lavoro sul suono di John Casali e Joakim Sundström partecipano alla costruzione di questo equilibrio tra realismo storico e dimensione quasi surreale. Il film passa continuamente da ambienti e situazioni concrete a momenti nei quali la realtà sembra deformarsi insieme alla percezione di Chris.

McDonagh non costruisce però un film cupo nel senso tradizionale del termine. Al contrario, lo riempie di battute, di assurdità, di personaggi eccentrici, di improvvise aperture comiche. È proprio questo a rendere ancora più dolorosi i momenti in cui l’ironia si interrompe.

Perché quando smettiamo di ridere, rimane la morte.

Una canzone prima della fine

E poi c’è Hank Williams.

I’m So Lonesome I Could Cry arriva come una sorta di confessione indiretta. Chris e Lee la cantano insieme e in quelle parole sulla solitudine e sulla perdita sembra concentrarsi tutto ciò che i due uomini non riescono a dirsi.

Non c’è bisogno di spiegare quel momento.

Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Ci sono due uomini seduti insieme, una canzone, una vita alle spalle e la consapevolezza che il tempo che rimane non è infinito.

È forse la scena in cui Wild Horse Nine riesce meglio a trasformare il suo grottesco in qualcosa di profondamente umano. La risata lascia spazio alla malinconia, la politica alla vita privata, il passato al presente.

E in quel momento diventa ancora più evidente che il vero tema del film non è soltanto ciò che Chris e Lee hanno fatto. È ciò che avrebbero potuto fare.

Alla fine rimane soltanto l’uomo

Wild Horse Nine è un film sulla caducità della vita, ma anche sulla memoria, sulla colpa e sulla possibilità — forse tardiva, forse impossibile — di guardare finalmente ciò che si è fatto.

Martin McDonagh riesce a costruire un’opera che può essere contemporaneamente una commedia nera, un film politico, uno spy movie, un western crepuscolare e una storia sull’amicizia. Ma sotto tutti questi generi rimane una domanda molto più intima: che cosa resta di un uomo quando non può più nascondersi dietro il ruolo che ha avuto?

Chris ha trascorso la vita dentro una divisa, anche quando quella divisa non la indossava. Ha obbedito, ha ucciso, ha destabilizzato, ha custodito segreti. Ha creduto che la Storia fosse fatta da uomini capaci di decidere il destino degli altri.

Poi incontra un cavallo.

E per un istante comprende che la vita è tutta lì, davanti a lui, mentre la sua sta lentamente scivolando via.

È forse questo il gesto più bello di McDonagh: non chiedere allo spettatore di perdonare Chris, ma permettergli di vederlo.

Di vedere la paura dietro l’arroganza, la solitudine dietro il sarcasmo, il rimpianto dietro la violenza.

E quando il film arriva alla sua conclusione, ciò che resta non è la CIA, non è il golpe, non è Dallas, non sono le missioni né le operazioni segrete.

Rimane un uomo.

Un uomo che sta per morire e che, forse troppo tardi, si accorge di aver vissuto troppo poco.

Perché davanti alla morte non esistono più ruoli, divise o istituzioni. Rimane soltanto l’uomo.

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