“CLOWN – SCHNAPSIDEE” di Jonathan Bertolai allo Spazio Rossellini: Ian Gualdani tra la fragilità del clown e le contraddizioni della società

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Clown Schnapsidee ph: Manuela Giusto

Clown Schnapsidee ph: Manuela Giusto

Allo Spazio Rossellini, Jonathan Bertolai rilegge il romanzo di Heinrich Böll attraverso un linguaggio scenico che intreccia corpo, immagini e memoria. Ian Gualdani dà vita a un clown fragile e disilluso, in un percorso tra ricerca espressiva e interrogativi sulla restituzione drammaturgica del testo.

Durata: 70 minuti

Raccontare “CLOWN – SCHNAPSIDEE” non è semplice. Lo spettacolo di MAT – Movimenti Artistici Trasversali, diretto da Jonathan Bertolai e interpretato da Ian Gualdani, si muove infatti su un terreno sperimentale, nel quale teatro, gesto, pantomima e linguaggi visivi si intrecciano per restituire la complessità di un personaggio attraversato da ferite personali e contraddizioni.

Liberamente tratto da “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll, il lavoro conduce lo spettatore nell’universo interiore di Hans, un uomo che ha scelto di fare del clown il proprio mestiere e della diversità una forma di resistenza alle convenzioni. La fine della relazione con Maria, i ricordi di un’infanzia segnata dalla guerra e il rapporto conflittuale con la società borghese costituiscono i nuclei di un racconto che alterna malinconia, ironia e momenti di forte fisicità.

Un clown che non smette di esibirsi

Quando il pubblico entra in sala, Hans è già in scena. Fuma, beve birra e osserva gli spettatori con un atteggiamento provocatorio, quasi minaccioso. L’impressione è quella di entrare in uno spazio che appartiene già al protagonista, nel quale la distinzione tra palcoscenico e platea sembra destinata a perdere progressivamente consistenza.

L’inizio dello spettacolo prosegue su questa linea, con le lattine di birra lanciate verso il pubblico e una presenza scenica che non cerca necessariamente di conquistare la simpatia di chi guarda.

La rappresentazione si sviluppa attraverso un’alternanza continua tra i momenti in cui Hans si esibisce e quelli in cui sembra ritirarsi nella propria interiorità. Il corpo diventa il principale strumento espressivo: gesti ripetuti, movimenti esasperati, pause e improvvise variazioni di ritmo accompagnano la parola, restituendo le contraddizioni di un uomo che non riesce a separare la propria identità artistica dalla sofferenza personale.

È particolarmente significativa la sequenza in cui Hans dichiara di sentirsi male e di non riuscire più a continuare. Si rivolge al pubblico, chiedendo quasi una sospensione della rappresentazione, salvo poi riprendere, annunciando che tutto procederà tre volte più lentamente. Il suo corpo si trascina sul pavimento, mentre la voce e i movimenti restituiscono una fragilità che contrasta con la provocazione iniziale.

È uno dei momenti in cui il linguaggio dello spettacolo appare più efficace: il clown non racconta soltanto la propria crisi, ma la rende fisicamente visibile, fino a rendere incerto il confine tra l’esibizione e il bisogno di essere ascoltato.

Ian Gualdani, una prova attoriale di grande complessità

Il principale punto di forza di “CLOWN – SCHNAPSIDEE” è Ian Gualdani, chiamato a sostenere una prova attoriale impegnativa sul piano fisico ed espressivo.

L’interprete affronta un personaggio che richiede continui cambiamenti di registro, passando dall’ironia alla malinconia, dalla rabbia alla vulnerabilità. La gestualità non è un semplice accompagnamento del testo, ma diventa parte integrante della costruzione di Hans, della sua memoria e del suo modo di stare al mondo.

La ripetizione ossessiva dei numeri clowneschi sembra rispondere al bisogno di conservare un controllo sul proprio corpo, mentre la parola apre uno spazio nel quale affiorano ricordi e contraddizioni. Hans appare così contemporaneamente buffo e doloroso, provocatorio e fragile, lucido nelle proprie osservazioni ma incapace di sottrarsi completamente alla propria sofferenza.

Gualdani affronta questa complessità con una presenza scenica notevole, sostenendo lo spettacolo attraverso una fisicità che richiede precisione, resistenza e una costante capacità di trasformazione. È soprattutto grazie al suo lavoro che le diverse dimensioni del personaggio riescono a convivere.

La regia di Jonathan Bertolai: tra sperimentazione e frammentazione

La regia di Jonathan Bertolai costruisce uno spazio scenico che si configura come un’estensione della mente di Hans, un archivio emotivo nel quale ricordi, immagini e gesti si sovrappongono senza seguire necessariamente un andamento lineare. Il ricorso a dispositivi analogici, dalle diapositive alle proiezioni in pellicola 16 mm, insieme alla componente sonora e alla continua alternanza tra performance e racconto, restituisce la frammentarietà di una coscienza incapace di liberarsi dal proprio passato.

La scelta di lasciare Hans in scena già prima dell’inizio della rappresentazione, intento a fumare, bere birra e osservare il pubblico, introduce immediatamente lo spettatore nel suo universo, eliminando la tradizionale separazione tra attore e personaggio. La regia insiste, inoltre, sulla ripetizione dei gesti clowneschi, trasformando il corpo in uno strumento attraverso cui il protagonista sembra tentare di esercitare un controllo sulla propria memoria e sulla propria sofferenza.

Particolarmente efficace è il lavoro sulle luci, che modificano la percezione dello spazio e accompagnano il passaggio dalla dimensione pubblica dell’esibizione a quella più intima del racconto. Le immagini proiettate e i paesaggi sonori ampliano ulteriormente questa dimensione, facendo convivere la materialità della performance e l’astrazione del ricordo.

La ricchezza del dispositivo scenico, tuttavia, non sempre trova un corrispettivo nella progressione drammaturgica. La frammentazione è coerente con la natura del protagonista, ma alcuni nuclei narrativi e tematici rimangono meno sviluppati di altri. In particolare, la vicenda della sorella e la critica sociale avrebbero potuto trovare maggiore spazio, contribuendo a rendere più leggibile la complessità del personaggio.

È proprio in questo equilibrio tra sperimentazione formale e chiarezza narrativa che si colloca una delle principali questioni sollevate dall’allestimento: una regia visivamente articolata e una prova attoriale intensa non sempre bastano, da sole, a restituire tutta la profondità del testo di partenza.

La memoria prende forma: luci, immagini e linguaggi sensoriali

Il disegno luci di Orlando Bolognesi è particolarmente suggestivo e contribuisce a trasformare lo spazio scenico in una superficie sulla quale la memoria prende forma. Gli interventi luminosi sulle diapositive, sulle pareti e sul fondo del palcoscenico creano atmosfere mutevoli, accompagnando i passaggi tra i diversi piani del racconto.

Quando Hans introduce quello che definisce il «momento storia», il racconto assume una particolare ambiguità. Anche mentre parla di sé, il protagonista sembra continuare a esibirsi: la confessione diventa parte dello spettacolo, come se persino i ricordi più dolorosi dovessero trovare una forma performativa.

L’ambiente sonoro di Giacomo Vezzani contribuisce a questa costruzione, accompagnando le telefonate, le voci e i momenti di avanspettacolo. La componente sensoriale è rafforzata anche dall’uso insistito della birra, che Hans beve e versa ripetutamente, fino a impregnare i propri vestiti. Il suo odore arriva in platea, coinvolgendo il pubblico anche sul piano olfattivo.

È una scelta che rende concreta la presenza del personaggio e del suo disagio, portando la dimensione fisica oltre la semplice rappresentazione visiva.

Dal dolore per Maria alla critica della società

Il rapporto con Maria costituisce il nucleo narrativo maggiormente sviluppato. Hans ricorda una notte trascorsa con lei in albergo, il desiderio di riposare e di ritrovarla accanto al risveglio. Al mattino, però, la donna non c’è più. Ha lasciato un biglietto nel quale annuncia di dover seguire la propria strada.

Per Hans, la separazione non si esaurisce nella perdita della persona amata. Maria sceglie una vita più rassicurante e conforme alle convenzioni, legata al matrimonio e alla morale cattolica, mentre lui rifiuta compromessi che percepisce come una rinuncia alla propria identità.

Le lettere che continua a scriverle, senza ricevere le risposte sperate, restituiscono l’ostinazione di un uomo incapace di accettare la fine della relazione. È attraverso questa ferita che il protagonista osserva anche il mondo che lo circonda.

Accanto al dolore sentimentale emergono riflessioni sul mestiere dell’artista, sul riconoscimento pubblico e sulle convenzioni dell’ambiente teatrale. Hans si interroga sul destino di chi crea nel presente senza essere riconosciuto, sull’atteggiamento ossequioso nei confronti dei direttori dei teatri e sulla necessità di compiacere un sistema che sembra attribuire valore all’artista soltanto dopo averlo legittimato. Quando ammette di detestare quei comportamenti perché lui stesso li ha messi in pratica, il personaggio mostra una contraddizione interessante: non è soltanto un uomo che denuncia le ipocrisie altrui, ma qualcuno che riconosce di esserne stato, almeno in parte, coinvolto.

Anche il riferimento alla sorella morta a sedici anni durante la guerra introduce una ferita importante. Il richiamo alla «sacra terra», evocato con ironia, lascia intravedere il peso di un’ideologia che sacrifica le persone in nome di un principio superiore. Tuttavia, questo passaggio rimane più sfumato rispetto alla vicenda di Maria, così come il rapporto con la famiglia e la critica alla società borghese.

Sono temi che avrebbero potuto trovare uno sviluppo maggiore, soprattutto perché contribuiscono a spiegare la radicalità del protagonista e la sua impossibilità di sentirsi parte del mondo in cui vive.

“Opinioni di un clown”: il romanzo oltre la storia d’amore

Pubblicato nel 1963, “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll utilizza la crisi personale di Hans per affrontare questioni che vanno oltre la dimensione sentimentale. Il conflitto con Maria si intreccia con la morale cattolica, il conformismo borghese, il rapporto tra arte e successo e le responsabilità della Germania del dopoguerra.

La sofferenza del protagonista è quindi anche il punto di partenza di uno sguardo critico sulla società: Hans è emarginato perché rifiuta di adeguarsi, ma proprio la sua posizione marginale gli permette di osservare contraddizioni che altri preferiscono ignorare.

Conoscere il romanzo aiuta a comprendere la portata di alcuni riferimenti presenti nello spettacolo. Senza questa conoscenza, alcuni passaggi rischiano invece di rimanere isolati, soprattutto quando riguardano la morte della sorella, il passato familiare e la critica alle convenzioni sociali. Questi elementi non sono semplici ricordi collaterali, ma contribuiscono a delineare il mondo da cui Hans prende le distanze e le ragioni della sua insofferenza. Senza un contesto più ampio, il conflitto del protagonista rischia di essere letto soprattutto come la reazione dolorosa all’abbandono di Maria, perdendo parte della sua portata storica e sociale.

La scelta di concentrarsi sul rapporto con Maria è comprensibile, perché rappresenta una delle ferite fondamentali di Hans. Ciò che lascia qualche perplessità è il diverso spazio riservato agli altri nuclei tematici, che emergono ma non sempre vengono sviluppati con la stessa incisività. Il problema non è, quindi, la centralità di Maria in sé, ma il rischio che la relazione sentimentale diventi la chiave di lettura prevalente di un personaggio la cui insofferenza nasce anche da un conflitto più profondo con il mondo che lo circonda.

La durata di settanta minuti impone inevitabilmente una selezione del materiale originale. Tuttavia, proprio all’interno di questa sintesi, sarebbe stato interessante trovare un equilibrio più incisivo tra la dimensione privata del protagonista e quella storica, sociale e artistica.

Un’esperienza che lascia qualche interrogativo

“CLOWN – SCHNAPSIDEE” è uno spettacolo che presenta elementi di grande interesse, soprattutto nella prova di Ian Gualdani e nella costruzione del linguaggio scenico. La ricerca sulle luci, sulle immagini analogiche e sulla fisicità del protagonista contribuisce a restituire un personaggio frammentato, nel quale il bisogno di esibirsi convive continuamente con quello di sottrarsi allo sguardo degli altri.

Rimane, tuttavia, una perplessità sulla capacità dell’adattamento di rendere pienamente accessibili tutti i significati del testo di partenza. Alcuni passaggi sono immediatamente comprensibili, altri richiedono una conoscenza pregressa del romanzo per essere ricondotti al loro contesto.

La sensazione finale è quindi ambivalente. Da una parte, l’ammirazione per un interprete chiamato a sostenere un ruolo complesso e per una ricerca scenica capace di coinvolgere lo spettatore anche sul piano sensoriale; dall’altra, il desiderio che alcune riflessioni trovassero maggiore spazio, affinché la critica alla società e le ferite del passato potessero emergere con la stessa forza riservata alla perdita di Maria.

Un lavoro che merita attenzione per la sua dimensione performativa, ma che lascia aperta una domanda: quanto può arrivare allo spettatore di un’opera quando alcuni dei suoi significati più profondi rimangono affidati alla conoscenza del testo originale?

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