Festa del Cinema di Roma – “Cambogia”, Valerio Lundini tra finzione e realtà: il gioco surreale del suo primo film
Cambogia Valerio Lundini
Con Cambogia, Valerio Lundini firma il suo primo lungometraggio da regista e porta sul grande schermo un universo comico riconoscibile, costruito su situazioni paradossali, dialoghi spiazzanti e una costante inclinazione a sovvertire le aspettative. Il film, presentato nella sezione Freestyle della Festa del Cinema di Roma, si muove tra commedia surreale e racconto metacinematografico, mantenendo uno sguardo scanzonato anche quando la storia lascia emergere una riflessione più profonda.
Il risultato è un’opera piacevole, che si guarda con divertimento e senza particolari aspettative. La presenza di Lundini e il suo stile ironico sostengono il ritmo della narrazione, rendendo la visione leggera e scorrevole. Cambogia intrattiene, sorprende a tratti e invita a guardare oltre la superficie della propria premessa, senza tuttavia lasciare un’impressione particolarmente profonda. È un film che diverte durante la visione, pur senza trasformarsi in un’esperienza destinata a rimanere a lungo nella memoria.
Quando l’attore resta intrappolato nel suo personaggio
La storia si apre sul set di Cambogia, una serie crime di grande successo, tra sparatorie, faide criminali e un immaginario volutamente esasperato. Valerio De Nicolais, interpretato da Lundini, è l’attore che dà volto a Tramezzino, uno scagnozzo immerso in un mondo di droga, violenza e rapporti di potere. Dopo sei stagioni, però, De Nicolais considera quel ruolo ormai superato e vuole dimostrare di poter aspirare a qualcosa di più importante.
Convinto di dover elevare la propria carriera, decide che il suo personaggio deve uscire di scena. La sua scelta finisce per coinvolgere anche altri protagonisti della serie, alimentando il risentimento dei colleghi. È qui che la finzione comincia a incrinarsi: quando il ciak si interrompe, De Nicolais non riesce a tornare alla propria vita e si ritrova intrappolato nell’universo narrativo che ha contribuito a costruire.
Lo scambio d’identità porta Tramezzino nel mondo reale dell’attore, tra agi, privilegi e una vita alla quale non è abituato. De Nicolais, al contrario, resta nella realtà criminale della serie, dove le armi non sembrano più soltanto oggetti di scena e ogni situazione può trasformarsi in un pericolo concreto.
I due mondi funzionano secondo regole opposte. Da una parte c’è un uomo abituato a interpretare un criminale, ma incapace di comportarsi come tale quando la violenza diventa reale. Dall’altra, un personaggio dai modi grevi e privi di filtri si ritrova in un ambiente elegante, senza possedere gli strumenti per comprenderlo. Il contrasto alimenta gag e situazioni assurde, mentre il confine tra interprete e ruolo diventa sempre più difficile da distinguere.
La comicità di Lundini tra assurdo e paradosso
La cifra del film è quella che ha reso riconoscibile Lundini nei suoi programmi televisivi: una comicità disorientante, che rompe le convenzioni e porta le situazioni oltre il limite del plausibile. Anche Cambogia procede per deviazioni improvvise, esagerazioni e dettagli volutamente stranianti. Il mondo criminale della serie è una caricatura accentuata, nella quale il linguaggio romanesco, gli scontri e le esplosioni convivono con elementi visivi che amplificano l’assurdità delle scene.
Lundini costruisce così un racconto che non cerca il realismo del genere crime. La violenza diventa parte di un meccanismo comico, mentre l’inversione dei ruoli permette di osservare personaggi e ambienti da prospettive inattese. Anche la fama dell’attore protagonista è trattata con ironia: De Nicolais si considera una figura fondamentale dello spettacolo e aspira a ruoli prestigiosi, in un gioco che richiama e parodizza le dinamiche del mondo cinematografico.
Questa impostazione è insieme il punto di forza e il limite del film. L’umorismo mantiene viva l’attenzione e offre momenti divertenti, ma la successione dei paradossi non sempre si traduce in una costruzione narrativa altrettanto incisiva. La visione scorre con leggerezza, senza che tutte le intuizioni riescano a sedimentare. È un cinema che punta soprattutto sullo svago e sull’imprevedibilità, più che sulla ricerca di un equilibrio drammaturgico rigoroso.
Personaggi che chiedono di essere riconosciuti
Sotto il meccanismo dello scambio d’identità si nasconde l’idea più interessante di Cambogia: i personaggi non sono semplici pedine da spostare nella trama. De Nicolais li ha trattati come figure funzionali a una storia, arrivando a considerarli superati. Una volta costretto a vivere nel loro mondo, però, scopre che la loro esistenza non si esaurisce nelle scene scritte per loro.
È soprattutto attraverso Luana, interpretata da Benedetta Porcaroli, che questa consapevolezza prende forma. La compagna di Tramezzino sembra inizialmente appartenere senza riserve all’universo degradato della serie. Eppure custodisce desideri e interessi che la narrazione criminale non mostra. Le piace disegnare con gli acrilici e immagina una possibilità diversa per sé, anche se fatica a credere che sia davvero possibile allontanarsi dal luogo in cui vive.
Porcaroli offre al personaggio una presenza convincente, capace di far emergere una sensibilità che contrasta con la durezza dell’ambiente circostante. Luana non è soltanto la fidanzata del criminale o una figura funzionale alle vicende di Tramezzino: è una persona con aspirazioni proprie, che il racconto lascia progressivamente affiorare.
Anche Tramezzino acquista una dimensione diversa quando viene sottratto al suo contesto abituale. Dietro i modi scomposti e l’apparente rozzezza emerge un uomo profondamente innamorato di Luana, disposto a fare molto per lei. Il personaggio, interpretato da Lundini all’interno della serie immaginaria, si rivela così più complesso della caricatura criminale che sembra rappresentare.
Attorno a loro si muove un insieme di figure che contribuisce al gioco di specchi. Mozzico, interpretato da Gabriel Montesi, è il compagno di Tramezzino nelle vicende della serie. Mantecato, a cui dà volto Giorgio Montanini, è coinvolto nelle dinamiche di potere e nelle minacce che regolano quell’ambiente. Don Palumbo, interpretato da Alfonso Santagata, rappresenta una presenza intimidatoria, mentre la manager Silvia (Sonia Bergamasco) si ritrova a gestire un De Nicolais irriconoscibile, lontanissimo dall’attore che conosce.
Vincenzo, interpretato da Andrea Di Maria e noto nella serie come Sciardoné, si inserisce in questo universo di personaggi le cui traiettorie si intrecciano tra minacce, equivoci e tentativi di sopravvivenza. Il cast comprende inoltre Simone Colombari nel ruolo del regista, Alessio Moneta in quello di Cocciadovo, Romano Talevi come Fiordaliso, Sandro Bersani come Coccolone, Stefano Ambrogi nei panni dello steward e Lallo Circosta in quelli di Spartaco mentre Mara Venier partecipa al film nel ruolo di se stessa.
Il continuo passaggio tra i due universi crea una confusione volutamente comica. Ma è proprio questa instabilità a mettere in discussione la distinzione tra protagonisti e comparse, tra personaggi centrali e figure considerate sacrificabili. Ogni ruolo, anche quello apparentemente marginale, porta con sé un’esistenza che non può essere ridotta alla funzione assegnata dalla sceneggiatura.
La finzione come responsabilità
È in questa intuizione che Cambogia trova la propria chiave di lettura. Il film suggerisce che raccontare una storia significa anche dare spazio alle vite che la compongono. Un personaggio può essere nato per far ridere, creare un conflitto o accompagnare il protagonista, ma questo non significa che debba essere privo di desideri e contraddizioni.
De Nicolais è costretto a confrontarsi con il limite del proprio sguardo. Quello che considerava un insieme di figure ormai esaurite acquista consistenza proprio quando lui perde il controllo sulla narrazione. La sua esperienza diventa così un confronto con le conseguenze delle proprie decisioni, oltre che un modo per interrogare il rapporto tra chi crea una storia e chi, dentro quella storia, dovrebbe viverla.
Il tema non viene sviluppato con particolare profondità in ogni passaggio, perché la commedia continua a privilegiare l’assurdo e il ritmo delle situazioni. Eppure questa riflessione aggiunge un livello al racconto, rendendolo qualcosa di più di una semplice successione di gag sullo scambio d’identità. La possibilità di riconoscere un’anima ai personaggi diventa il contrappunto più umano alla caricatura del mondo criminale.
Una commedia piacevole, senza grandi pretese
Sul piano formale, il film si affida a una messa in scena funzionale al contrasto tra i due universi. La fotografia di Benjamin Maier accompagna il passaggio tra la dimensione reale e quella della serie, mentre il montaggio di Pietro Morana sostiene l’alternanza di situazioni e registri. Le musiche originali di Ginevra Nervi e il sound design di Mirko Perri contribuiscono alla costruzione di un mondo in cui la tensione del crime viene continuamente attraversata dalla deformazione comica.
Anche la scenografia di Cristina Del Zotto partecipa alla caratterizzazione degli ambienti, accentuando la distanza tra la vita agiata dell’attore e il contesto degradato nel quale si muove Tramezzino. L’insieme privilegia la leggibilità del meccanismo narrativo e il sostegno alle gag, senza cercare un’estetica che si imponga sulla storia.
Cambogia resta, in definitiva, un film carino e divertente, che si guarda con piacere grazie alla personalità di Lundini e alla sua capacità di disorientare lo spettatore. Non è un’opera destinata a lasciare necessariamente un ricordo profondo, né un film che rivoluziona il linguaggio della commedia. Il suo pregio sta piuttosto nell’intrattenere e nel lasciare emergere, sotto il gioco surreale, una riflessione sul valore dei personaggi e sul diritto di ciascuno ad avere una storia.
Un ultimo consiglio: vale la pena restare in sala fino alla fine dei titoli di coda. Ad attendere gli spettatori c’è un’ulteriore scena comica che completa lo spirito irriverente del film.