Dentro “Goodbye Valentino”, in scena al Teatro di Documenti: intervista a Paolo Orlandelli

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Nel panorama del cinema muto pochi nomi continuano a esercitare un fascino così potente come quello di Rodolfo Valentino. A cento anni dalla sua scomparsa, il mito del primo grande “latin lover” del cinema non smette di interrogare l’immaginario contemporaneo: dietro l’icona del seduttore si nasconde infatti un artista raffinato, inquieto, visionario, capace di trasformare la propria vita in un’opera d’arte.

Da questo desiderio di restituire complessità e umanità a una figura troppo spesso ridotta a stereotipo nasce “Goodbye Valentino”, spettacolo scritto e diretto da Paolo Orlandelli, in scena al Teatro di Documenti, luogo storicamente legato alla ricerca e alla sperimentazione teatrale. Un progetto che intreccia teatro, cinema, musica e installazione visiva per riportare in scena il vero volto di Rudy Valentino, riflettendo non soltanto sul mito del divo, ma anche sul rapporto tra immagine pubblica e fragilità privata, tra sogno cinematografico e identità artistica.

Attraverso immagini d’epoca, frammenti cinematografici e parole tratte dagli scritti dello stesso Valentino, lo spettacolo ricostruisce la parabola di un uomo che rivoluzionò l’immaginario maschile del suo tempo e che, a quasi un secolo dalla morte, continua ancora oggi a sedurre l’immaginazione collettiva.

Con Paolo Orlandelli abbiamo parlato del lungo lavoro di ricerca dedicato a Rodolfo Valentino, del dialogo tra linguaggi scenici differenti e della sorprendente modernità di una figura rimasta sospesa tra storia, cinema e leggenda.

  • Come nasce l’idea di dedicare uno spettacolo a Rodolfo Valentino proprio nel centenario della sua morte?

Essendo un ammiratore di Rodolfo Valentino, aspettavo con trepidazione questo appuntamento. Purtroppo ci ricordiamo delle persone estinte soprattutto nelle ricorrenze, e il centenario della morte è una tappa molto significativa per un attore che è scomparso solo a trentuno anni, fissando la sua fama al gradino più alto. Le morti precoci provocano una grande commozione perché giungono inattese e sono difficili da accettare. Il funerale di Valentino fu una delle maggiori manifestazioni di massa mai conosciute a New York. Rudy è sepolto presso il Memorial Cemetery Park di Los Angeles e, per il centenario della morte, avvenuta il 23 agosto del 1926, sono attese moltissime persone. Anche Castellaneta, la sua città natale, promuove diverse iniziative per la ricorrenza, ed anche io ho voluto fare la mia parte.

  • Quando ha incontrato per la prima volta la figura di Valentino e cosa l’ha colpita più profondamente?

Nei primi anni del 2000 ho partecipato alla realizzazione di uno spettacolo musicale dedicato a Rodolfo Valentino, con Raffaele Paganini come protagonista, le musiche di Maurizio Fabrizio e la regia di Claudio Insegno. Ho scoperto allora che esistevano un diario e delle poesie di Valentino che non erano state pubblicate in italiano, così le ho tradotte e pubblicate, entrando per un certo tempo in una forma di simbiosi con lui. Ovviamente ho letto tutte le sue biografie, visto tutti i suoi film ed ho raccolto tutto ciò che egli stesso avesse detto e scritto. Le cose che mi hanno colpito di più sono la sua fotogenia, il suo entusiasmo quasi infantile, e un amore per la vita che forse ha preso il sopravvento su di lui, consumandolo in così breve tempo.

  • Nel suo lavoro emerge un Valentino molto più complesso del semplice seduttore. Qual è l’aspetto della sua personalità che desiderava restituire maggiormente al pubblico?

Ovviamente un attore non è la stessa cosa rispetto al personaggio che interpreta. Molto spesso gli attori vengono etichettati e Valentino è passato alla storia come latin lover, ma non era solo questo. Era un vero appassionato di cinema e di arte in generale. Il suo desiderio era quello di raccontare storie e di portare la bellezza nelle vita delle persone. Era un essere umano che certamente aspirava all’assoluto ma che non sapeva fare i conti con gli aspetti più spinosi della vita: gli attacchi gratuiti, il razzismo, l’invidia, l’omofobia. Con questo spettacolo speriamo di fornire un ritratto a tutto tondo di Valentino, liberandolo dallo stereotipo del seduttore e restituendogli tutto il suo spessore umano e artistico.

  • C’è una distanza tra il Valentino costruito da Hollywood e il Rodolfo Guglielmi reale?

L’aspetto più interessante del successo di Valentino, è che non fu costruito a tavolino. Nei suoi primi lavori, in quanto straniero, veniva sempre utilizzato come “heavy”, cioè come “bruto”, “cattivo”. Fu con “I quattro cavalieri dell’apocalisse” che poté esprimere le sue migliori qualità, compresa la danza, ed affermarsi come protagonista. Ma ancora i produttori lo trattavano da extracomunitario ed egli scioperò finché, grazie alla reazione unanime del pubblico che lo reclamava sullo schermo, vide finalmente riconosciute le sue prerogative da star. Quello che voglio dire è che fu il pubblico a consacrarlo contro le aspettative  le iniziali intenzioni dei produttori.

  • Goodbye Valentino intreccia teatro, cinema e installazione visiva: come ha lavorato per fondere questi linguaggi?

Ho alternato scene recitate a parti didascaliche corredate da foto e immagini d’epoca. Sono presenti nello spettacolo anche spezzoni di film originali che mostrano Valentino impegnato nei diversi ruoli che lo hanno reso famoso. Ho cercato di dosare gli ingredienti per realizzare un prodotto equilibrato che riunisse armoniosamente tutte queste componenti. La scenografia, realizzata da Carla Ceravolo, consiste in un’enorme cornice dorata e antichizzata che ospita lo schermo per le proiezioni, e in un pavimento dipinto come se fosse di legno intarsiato con motivi Liberty. A questa pregevole confezione va il merito di racchiudere perfettamente sul palcoscenico tutti gli elementi che compongono lo spettacolo.

  • Secondo lei il divismo contemporaneo conserva qualcosa del mito cinematografico degli anni Venti?

Sicuramente sì. Il divismo è un fenomeno imprescindibile che esisterà sempre e che, a livello cinematografico, affonda le sue radici proprio negli anni 20 del ‘900. Il cinema nasce alla fine dell’800 e negli anni ’20 sta ancora muovendo i primi passi, ma già si vedono affacciare i primi divi come Charlie Chaplin e Rodolfo Valentino. Il fatto che loro furono i primi divi fa sì che li si ricordino più di quelli che li hanno seguiti. In particolare, Rodolfo Valentino impose un modello di bellezza fino ad allora sconosciuto. Gli attori americani erano tutti sportivi e maneschi, Rudy offrì al pubblico una sensualità ed una eleganza che non si erano mai visti prima e che nessuno ha saputo ancora eguagliare.     

  • In scena Flavio Pieralice, Elisabetta Mancusi, Valentina Bandera e Luca Lombardi. Ci racconta come ha scelto attori e ruoli?

Mentre per i ruoli di Natacha Rambova (moglie di Valentino), di Norman Kerry (suo migliore amico) e della narratrice abbiamo attinto dal vivaio delle nostre conoscenze, per Rodolfo Valentino abbiamo condotto una ricerca su larga scala e visionato decine e decine di candidature. Disperavo di trovare un attore bravo e somigliante ma Flavio Pieralice ha superato le nostre più rosee previsioni. Ovviamente la somiglianza è molto aiutata dal make-up di Golapi Bronzetti e dai costumi di Carla Ceravolo, ma Flavio è comunque un bellissimo ragazzo e soprattutto uno straordinario attore.

  • Che significato ha per lei rappresentare questo spettacolo al Teatro di Documenti, luogo storicamente legato alla ricerca teatrale?

Il Teatro di Documenti è un gioiello di architettura realizzato dal più importante scenografo italiano del ‘900, Luciano Damiani. Ricavato da grotte seicentesche è pensato come un grande palcoscenico privo di separazione dal pubblico, interamente di colore bianco e avorio, con rifiniture lignee che richiamano lo stile barocco e che costituiscono la cornice ideale per una ricerca stilistica legata agli anni ’20, in cui trionfava l’arte decorativa. Dal punto di vista drammaturgico, il teatro di Documenti pone la sua attenzione prevalentemente su progetti di scrittura contemporanea e di innovazione. “Goodbye Valentino” è anche vincitore di un Avviso Pubblico, curato dal Dipartimento Attività Culturali del Comune di Roma, per la concessione di contributi destinati a progetti di ricerca e sperimentazione nell’ambito dello spettacolo dal vivo e della formazione.

  • Esiste una frase, un’immagine o una poesia di Valentino che per lei riassume il senso dello spettacolo?

All’interno dello spettacolo, ho cercato il pìù possibile di utilizzare le reali parole di Valentino, in modo letterale o parafrasato, traendole dai suoi scritti pubblicati. Questa è la battuta che chiude lo spettacolo: “Quando il filo dei miei giorni sarà trascorso nel telaio della vita, possa il ricordo dei miei difetti svanire, e solo il meglio della mia arte, restare.” Non so se Rodolfo avesse qualche premonizione della sua morte prematura, ma da questa frase mi pare di cogliere una sorta di fatalismo, come di chi sia pronto a consegnare la propria vita nelle mani del Destino. Noi abbiamo voluto rispettare questa sua volontà, mostrando al pubblico “il meglio della sua arte”.

https://www.teatrodidocumenti.org/

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