“Elettra” di Giuseppe Argirò al Teatro di Villa Lazzaroni: la recensione

0
Elettra

Elettra

Ha senso oggi riportare sulla scena un classico come Elettra senza interrogarsi sulla necessità di un messaggio preciso o di una rilettura originale? È una domanda complessa, destinata forse a restare aperta, ma inevitabile davanti a operazioni teatrali che scelgono di confrontarsi con il mito.

È il caso dell’“Elettra” diretta da Giuseppe Argirò, andata in scena al Teatro di Villa Lazzaroni. Il progetto, almeno nelle intenzioni dichiarate, appare ambizioso: una drammaturgia originale costruita sull’intreccio di più testi e tradizioni, dalla classicità di Eschilo e Sofocle fino alle riletture moderne di Eugene O’Neill, Jean-Paul Sartre e Marguerite Yourcenar. Un attraversamento di secoli e sensibilità diverse, che avrebbe potuto restituire nuova linfa a uno dei miti più oscuri e stratificati del teatro occidentale. Eppure, ciò che arriva in scena sembra tradire queste premesse.

Nel tempo contenuto di circa cinquanta minuti, lo spettacolo finisce per proporre una versione estremamente lineare della vicenda, aderendo quasi esclusivamente alla trama della tragedia sofoclea. La storia è quella nota: dopo l’uccisione di Agamennone per mano della moglie Clitennestra e del suo amante Egisto, la figlia Elettra vive consumata dal dolore e dal desiderio di vendetta, mentre il fratello Oreste, salvato da bambino, torna anni dopo sotto mentite spoglie per compiere il destino che lo attende. Il riconoscimento tra i due fratelli e la conseguente vendetta — l’uccisione della madre e di Egisto — si susseguono senza particolari scarti interpretativi. Manca, in sostanza, quel lavoro di riscrittura o di problematizzazione che il materiale di partenza, così ricco e ambiguo, sembrerebbe richiedere.

Resta allora da chiedersi cosa sopravviva di questa “Elettra” oltre la trama. La risposta è nelle interpretazioni: Micol Pambieri, Elisabetta Arosio e Melania Fiore sostengono con forza l’intera narrazione, riuscendo a superare i limiti della messinscena e a restituire spessore emotivo ai personaggi. Le loro prove donano intensità e complessità, facendo emergere il dramma umano là dove la regia resta più trattenuta. Meno convincente invece Vinicio Argirò, che non riesce a reggere il confronto con la presenza scenica delle tre interpreti.

Eppure, la materia tragica resta potentissima.

“Elettra” è, prima di tutto, una storia familiare: una casa distrutta, un nucleo che si decompone sotto il peso della violenza. La famiglia degli Atridi diventa il luogo dell’irreparabile, dove ogni relazione è contaminata dal sangue e dall’odio. Il nodo centrale rimane quello, eternamente irrisolto, tra giustizia e vendetta.
Da un lato Clitennestra rivendica il proprio gesto: l’assassinio di Agamennone come punizione per il sacrificio della figlia Ifigenia. Dall’altro Elettra, incapace di dimenticare, vede nella vendetta un dovere morale, una forma di fedeltà assoluta al padre. Due giustizie inconciliabili, entrambe fondate sul sangue. Elettra non può dimenticare, non può adattarsi, non può vivere se non dentro il trauma. Al contrario, la sorella Crisotemi rappresenta una scelta opposta: sopravvivere, anche al costo di accettare l’ingiustizia.

E allora torna la domanda iniziale: ha senso oggi mettere in scena “Elettra” senza prendere posizione?

Forse sì, se si crede nella forza intrinseca del testo. Ma il rischio è quello di trasformare un’opera radicale e disturbante in un esercizio di sintesi, perdendo proprio ciò che la rende ancora necessaria: la sua capacità di mettere in crisi, di interrogare, di non offrire risposte facili.

Iscriviti alla newsletter settimanale per rimanere aggiornato su tutti i nostri articoli!

Lascia un commento