“Il Diavolo veste Prada 2” di David Frankel: la recensione
Il Diavolo veste Prada 2 Photo by Macall Polay. © 2025 20th Century Studios. All Rights Reserved.
A quasi vent’anni dal primo film “Il Diavolo veste Prada 2”, al cinema dal 29 aprile con The Walt Disney Company Italia, riporta in scena un ambiente che nel frattempo è cambiato molto. Moda ed editoria restano mondi riconoscibili, ma oggi appaiono attraversati da pressioni nuove, da equilibri più fragili e da una competizione che non ha più le stesse regole di allora. Il film prova a inserirsi in questo passaggio, restituendo il ritorno dei personaggi dentro un contesto diverso, più instabile e meno lineare.

Uno degli elementi più interessanti del film è l’attenzione al giornalismo, tema che attraversa tutta la storia in modo evidente. In un periodo segnato da fake news, contenuti generati dall’intelligenza artificiale e comunicazione sempre più rapida, il film richiama il bisogno di informazioni affidabili e di un lavoro fatto con metodo. La frase di Andy, “Il giornalismo è più importante dei soldi!”, funziona proprio perché condensa questo discorso in modo diretto. Non è solo una battuta, ma il segno di una priorità diversa, legata alla qualità di ciò che si racconta e alla responsabilità di chi comunica.

Andy Sachs appare molto diversa rispetto al primo capitolo. Non è più la ragazza inesperta che entrava nel mondo della moda quasi per caso, ma una donna più consapevole, che ha però dovuto confrontarsi con le fragilità dell’età adulta e con la perdita di punti di riferimento professionali. Il suo percorso è uno degli aspetti più credibili del film, perché non viene presentato come una crescita lineare, ma come una fase ancora aperta, fatta di incertezze e ripensamenti.
Il ritorno di Miranda Priestly dà al racconto la sua direzione principale. Anche lei viene mostrata in una luce diversa: resta una figura forte, ma meno distante, e soprattutto diventa il volto di un sistema che cerca di restare centrale mentre tutto intorno cambia. Il confronto tra le due non si limita più al rapporto tra superiore e subordinata, ma si sposta su un piano più ampio, quello delle scelte, del lavoro e dell’idea di successo.

Tra i passaggi più riusciti c’è il loro incontro, costruito con una buona dose di tensione e ironia. Andy arriva davanti a Miranda con un atteggiamento molto diverso rispetto al passato e le fa capire di non essere più la stessa persona di allora. La battuta sull’“expertise” è efficace proprio perché sembra leggera, ma in realtà segnala un cambiamento netto nei rapporti tra le due. È uno dei momenti in cui il film riesce meglio a far emergere la distanza tra ciò che Andy era e ciò che è diventata.
Il film funziona quando riesce a tenere insieme il lato più brillante e quello più riflessivo. La leggerezza non manca, ma non è mai fine a sé stessa: serve a sostenere un racconto che prova a parlare di identità, ambizione e compromesso senza perdere completamente il tono del primo capitolo. Ne viene fuori un sequel che non punta soltanto sulla nostalgia, ma prova a leggere il presente attraverso personaggi già noti.

Anche sul piano visivo il film conserva la sua forza. La continuità con David Frankel, già regista del primo capitolo, e il ritorno del cast storico, da Anne Hathaway a Meryl Streep, con Emily Blunt e Stanley Tucci, contribuiscono a mantenere riconoscibile l’universo originario, mentre l’ingresso di nuovi personaggi lo aggiorna al presente. A questo si aggiunge la presenza di Lady Gaga, che rafforza la componente pop del progetto e ne amplia il richiamo contemporaneo. Tra New York e Milano, il racconto punta ancora molto sull’immagine, ma questa volta l’estetica non serve solo a colpire: diventa parte del discorso sul cambiamento e sul peso delle scelte.

Cast:
Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, Kenneth Branagh, Simone Ashley, Justin Theroux, Lucy Liu, Patrick Brammall, Caleb Hearon, Helen J. Shen, B.J. Novak, Tracie Thoms e Tibor Feldman.