“La fabbrica del tempo”, spettacolo teatrale itinerante alla Reggia di Venaria: la recensione

La fabbrica del tempo

La fabbrica del tempo

“La fabbrica del tempo”: questo il titolo dello spettacolo itinerante con cui la Reggia di Venaria ha addomesticato i limiti del tempo, per farsi “presente”.

L’opera, affidata alla compagnia teatrale L’Amalgama guidata dal regista Andrea Collavino e dalla drammaturga Valentina Diana, in collaborazione con il CCR (Centro Conservazione Restauro “La Venaria Reale”), è andata in scena nel borgo piemontese domenica 28 settembre e sarà in replica martedì 30. Nelle medesime giornate, nell’aula Magna del CCR, è in proiezione un documentario diretto da Stefano Giacomuzzi, dedicato al progetto.

Lo spettacolo teatrale si compie nella cornice affascinante del Borgo di Venaria e nelle scuderie della Reggia, per ricostruire la storia del palazzo e fare luce sulla tecnica del restauro, accendendo nello spettatore/viaggiatore l’interesse per la residenza e il desiderio di incontrarla.

La compagnia itinerante si sposta nello spazio, sostenuta dalla camminata del pubblico in corteo, per fermarsi in alcune stazioni e consegnare quadri in movimento, spaccati in cui risata, sorpresa ed emotività esplodono compenetrandosi.

Il risultato è sbalorditivo. In un connubio di cenni storici, tecnicismi, scioglilingua, racconti e danze, che sfiorano i dettami impositivi della logica e accarezzano suggestioni, Venaria si fa carne.

È un viaggio mirabolante e fantasioso che riconsegna al restauro la sua dimensione peculiare e appassionata: “fermarsi e ascoltare”.  Il teatro ne ricalca il respiro, rendendogli giustizia, con una forza imprevedibile e stringente. Merito forse del comune antidoto che le due arti possiedono: farsi antiruggine, contro la cristallizzazione del tempo.

L’angelo di legno vive, nella “Fabbrica”, insieme ad altri personaggi e materiali che smettono di rispondere a criteri sterili (ma necessari) di classificazione per rendersi morbidi, attraverso il corpo degli attori.

Cerbiatti, commensali, una donna in abito bianco, restauratori, Reali, ferristi, musicanti si mescolano, trovando nella parola talvolta una cifra, talvolta un’ ipotesi di non senso, e lanciandosi in movimenti scattanti e voluttuosi, corali e ritmici, che si esaltano in un girotondo surreale che si tramuta in esperienza simbolica.

Lo spettacolo si chiude con una domanda di senso, che pesa per le sue molteplici riformulazioni “Chi sono?” “Perché esisto?” “Ho valore?”. La risposta si annida tra le fila degli arazzi della Reggia, tra i cortili, i giardini, i corridoi, le mura e l’ultimo sampietrino della cappella di Sant’Uberto.

Il senso riposa nella bellezza intramontabile che solo l’arte del restauro (e quella del teatro) può restituire, perché capace di silenziare l’assillo del tempo e dei suoi forzati “stop”, grazie a una forza propulsiva. Quella generatrice e rigeneratrice di una fabbrica. La fabbrica del tempo.

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